Ad Amborzasco servito a un ragazzo l’ultimo caffè del “Baicia”

Li chiamano presidi, perché da queste parti, come in tutto l’entroterra, non sono solo attività commerciali. Ma anche se la definizione è quella degli altri, chi ne è protagonista di queste storie certi panni li veste quasi senza accorgersene. Calzano talmente perfetti che ci si ritrova ad indossarli quasi inconsapevolmente. Il problema, semmai, è quando arriva il momento di svestirli. E in quell’attimo che la vita cambia. E l’età anagrafica (o della pensione) proprio non c’entra perché in questi casi il mestiere è una missione e decidere di chiudere è una notizia.
È’ un pò la storia di Luigi Focacci, 92 anni, e del suo bar di Amborzasco, in val d’Aveto alle pendici del monte Penna «aperto da sessant’anni quasi tutti i giorni, sissignore anche in questi ultimi anni, magari anche solo per poche ore al giorno». Luigi ora il bar non lo apre più. Limiti di età si dice in questi casi, tra l’altro già abbondantemente superati. Ma quel luogo ora chiuso racchiude la storia degli ultimi sei decenni di Amborzasco. Lui ne è la memoria: «lo in pensione mica ci volevo andare -sottolinea-. Però alta fine mi sono dovuto arrendere». Del resto tutto si può dire meno che Luigi Focacci non abbia servito il suo paese. Certo, nel 1965, quando l’aveva aperto, quel luogo era un’attività commerciale in tutto e per tutto. Le cose sono cambiate dopo, con lo spopolamento: «Qui vivevano stabilmente centinaia di persone, ora siamo una cinquantina – sottolinea -. Ma io ho sempre tenuto aperto. Si figuri, l’ho fatto anche durante il Covid. ln quel periodo ho imparato anche ad usare lo smartphone per il green pass, chi lo avrebbe detto a quasi novant’anni».

Tempo che passa e storie da raccontare. La stufa accesa ha scaldato generazioni di residenti di Amborzasco e rappresentano un rifugio per i pochi turisti invernali dell’ultimo periodo. Un nome vero e proprio il bar di Luigi non lo ha mai avuto, per tutti era semplicemente “Da Baicia”. A queste latitudini la gente si conosce per soprannome. E come poteva essere soprannominato uno che prima di aprire il bar aveva lavorato a Chiavari, al banco, dal Baiciotto? Lui sorride e pensa ai tempi passati: «Qui non ci ho mai messo né giochi elettronici né flipper – racconta -. Però la gente si è sempre divertita. Come? Un tempo dietro al bar c’era il campo da bocce. E poi qui sono sempre andate di moda le carte. Tempo fa ricordo anche più tavoli dove si giocava. Poi è diventato sempre più difficile. E il gioco lo decideva il numero dei presenti: Scala Quaranta se si era in tre. Briscola quando si arrivava a quattro, Ma, mi creda, a Briscola negli ultimi anni ci abbiamo giocato poco».

Una pausa e poi Luigi riprende: «Mi ricordo che facevamo le serate a tema gastronomico negli anni Settanta e Ottanta. La gente giocava e mangiava. Facevamo l’apericena. ma mica si chiamava così». Poi le presenze sono iniziate a diminuire. Ma Luigi non ha mai mollato, almeno fino a pochi giorni fa: «In estate la gente c’è e comunque il bar è sempre stato vivo. In inverno ultimamente entravano tre o quattro persone al giorno: un bicchiere di vino, qualche caffè, magari un saluto».

L’ultimo cliente è stato quasi un simbolo: un ragazzo sconosciuto è entrato nel locale e ha ordinato. Poi ha detto: «Mi sono fermalo qui perchè c’ero stato una volta e avevo trovato un’accoglienza che raramente mi era capitalo di ricevere». Luigi sorride. L’ultimo caffè lo ha preparato per chi forse non per caso è passato di lì. Per dire semplicemente «grazie di tutto».—

Amborzasco resiste all’abbandono, a pochi metri riapre la tabaccheria

Chiude Baicia, ma Amborzasco non resta senza bar. In un perìodo storico dove ogni serranda che chiude nell’entroterra fa rima con abbandono, in questa parte di val d’Aveto c’è chi sembra pronto a  raccogliere il testimone dell’attivita di presidio: un luogo che non sia solo un’attività commerciale, ma abbia anche la vocazione sociale.
Così è nata solo pochi mesi fa l’avventura di Ombretta Ferioli che ha deciso di riaprire il bar tabaccheria del paese. Oggi alle 18 ecco un evento, il concerto del cantautore genovese Marco Cambri. «Stiamo cercando di organizzarci sempre meglio e ogni evento, piccolo o grande, è utile per tenere vivo questo luogo – racconta Ombretta -. Recentemente abbiamo anche  organizzato tutti insieme una visita del paese. Quello che mi piace è che tutti spesso si sentono coinvolti, è un po’ il sapore dell’essere comunità».
Per l’ultimo dell’anno, altro evento in sinergia con un’altra attività del posto, l’agriristoro Vecchia Falegnameria, aperto solo da pochi anni.
«Aperitivo da noi – spiega ancora Ombretta Ferioli, milanese di origine, ma ormai avetana di adozione -. Poi si va da loro per la cena e il brindisi. Quindi si ritorna da noi per chiudere la serata e salutare l’inizio del nuovo anno. Cerchiamo di aiutarci a vicenda perché  vogliamo che questi territori, che purtroppo devono confrontarsi con l’abbandono, possano continuare ad avere un presente e possibilmente anche un futuro».

(Articolo pubblicato sul quotidiano “Il Scecolo XIX” e gentilmente concesso dall’autore, Italo Vallebella –  La fotografia di Amborzasco è di Simone Modica)

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