Note su Patrania: abbazia, territorio e strada

Patrania: un rebus solo parzialmente risolto. Era un’abbazia, era un territorio ed era anche una strada. L’abbazia di Santa Maria di Patrania non è stata localizzata. C’è chi ritiene che potesse trovarsi a Montebruno, dove c’erano la chiesa di Santa Maria e l’ospitale di Rusca; altri propendono per Torriglia, con la chiesa di Sant’Onorato, ma prima ancora intitolata a Santa Maria come Montebruno. Qualcuno si azzarda a dire che potesse sorgere in un luogo imprecisato lungo la strada fra le due località, ma non vi sono né ricordi tramandati né rovine. Altri propendono per un titolo assegnato a entrambe le chiese, e forse è questa la soluzione più convincente dell’enigma.  
L’abbazia possedeva beni anche in località lontane: Sestri Levante, Mézzema di Deiva, Passano e aveva rapporti con la chiesa di San Marziano di Carasco. Da un documento del 1210 è detta fondazione “di diritto regio”, e questo lascia pensare che possa essere attribuita a un re longobardo.  
In quanto al “territorio patranico” si tratta di un’ipotesi alla quale si è voluto dare concretezza ritenendo che l’àmbito territoriale di Torriglia e Montebruno avrebbe potuto essere così definito. La definizione non risulta però documentata.  
La strada è invece citata in un documento del 1060 con riferimento ad un contratto per l’affitto di beni appartenenti alla Chiesa di Genova ubicati nell’alta Fontanabuona, che da un lato avevano per confine la “via qui dicitur Patranico“. Questa citazione ha suscitato l’interesse degli studiosi, in particolare di Ubaldo Formentini, un insigne storico ligure della prima metà del secolo scorso, il quale partendo dalla presenza dell’abbazia e dei beni che possedeva nel Levante ligure e riprendendo uno studio di Girolamo Rossi, ha ipotizzato che la strada che si snoda nel fondovalle della Fontanabuona possa essere la Via Patrania, che già in epoca romana rappresentava un naturale diretto collegamento fra il Tigullio e il Tortonese diventando nel Medioevo un “asse strategico di grande importanza economica e politica”.  
L’autorevolezza di Ubaldo Formentini, che ha pubblicato il suo studio nel 1931 sul periodico di Parma “La Giovane Montagna” sotto il titolo “La pieve di San Giovanni Battista di Cicagna”, ha dato credibilità e concretezza alla sua ipotesi e l’ha fatta accettare come la più convincente. Del resto, che esistesse una via di comunicazione lungo le valli del Lavagna e dello Scrivia non soltanto in epoca romana ma anche prima è comprovato da ritrovamenti archeologici, a partire dalla Necropoli preistorica di Chiavari alla foce del torrente Rupinaro, la cui valle era solcata dalla via più diretta per raggiungere dal litorale la Fontanabuona e proseguire verso la valle Scrivia e i valichi appenninici.  
Per questi motivi, quando negli anni ’70 il Comune diede il nome alle strade, venne proposto di denominare Via Patrania quella che a Calvari veniva detta comunemente “a strà véggia”, la “strada vecchia”, della quale si conservano ancora alcuni tratti con l’acciottolato nascosto da terra e vegetazione. Una strada “senza tempo”, caduta in disuso con l’arrivo della carrozzabile.  
La coincidenza dell’assegnazione della denominazione di “Progetto Patrania” all’iniziativa della Cooperativa di Comunità di Pentema ha suscitato l’interesse e la curiosità di Gianluca Fontana, uno dei promotori del progetto, che trovandosi a Calvari si è inaspettatamente imbattuto nella targa che indica appunto Via Patrania. La sua curiosità ci ha dato l’occasione per scrivere queste brevi note.  
 
Renato Lagomarsino 
 
(Articolo tratto dal N° 18 del 28/05/2026 del settimanale “La Trebbia”) 
(L’immagine illustra il percorso della via Patrania)

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