Giacomo Borghello, il gigante della Val Borbera

A Daglio, piccolo paese dell’alta Val Borbera, il nome di Giacomo Borghello è rimasto nella memoria di chi vive qui. In famiglia lo chiamavano Giacomino. Era un ragazzo come tanti, cresciuto in montagna, ma con una caratteristica che lo rendeva impossibile da non notare: era altissimo.
Secondo la tradizione familiare, Giacomo nacque nel 1818 a Daglio, frazione di Carrega Ligure. La madre, una donna di statura eccezionale, sarebbe morta durante il parto. Da bambino Giacomo non sembrava diverso dagli altri, ma durante la crescita la sua statura aumentò in modo straordinario, fino ad arrivare, secondo le ricostruzioni, a circa 2 metri e 19 centimetri.
Per un ragazzo vissuto nell’Ottocento, in un piccolo paese dell’Appennino, doveva essere qualcosa di davvero fuori dal comune.

Giacomino a Daglio

La famiglia ha conservato diversi ricordi della sua vita a Daglio. Sono particolari semplici, ma forse proprio per questo restituiscono meglio l’immagine del ragazzo.
In casa faceva fatica a stare in piedi senza doversi piegare. All’osteria del paese passava il tempo con gli altri, spesso guardando le partite a carte. Anche lì la sua altezza diventava inevitabilmente protagonista: bastava che si chinasse sul tavolo per riuscire a vedere le carte degli altri giocatori.
Al di là della sua statura, però, Giacomo conduceva una vita legata alle abitudini e alla gente del paese. Era uno dei ragazzi di Daglio, conosciuto da tutti.
Poi arrivò l’incontro che avrebbe cambiato la sua vita.

Dal circo alla città

A Cabella arrivò un circo e Giacomo andò a vedere lo spettacolo. Furono però gli uomini del circo ad accorgersi di lui. La sua statura non poteva passare inosservata e gli proposero di partire con loro, offrendogli del denaro.
Giacomo accettò. Secondo il racconto tramandato dalla famiglia, pensava anche alla possibilità di aiutare economicamente i suoi cari.
In quegli anni le persone con caratteristiche fisiche particolari venivano spesso presentate negli spettacoli come vere e proprie attrazioni. Per un giovane abituato alla vita di una piccola comunità dell’alta valle, quel mondo doveva essere completamente diverso.
E infatti, sempre secondo la memoria familiare, Giacomo sentì presto la mancanza di casa e delle sue montagne.

Torino

È proprio a Torino che la sua storia assume contorni documentati.
Una testimonianza medica del 1837 descrive un Giacomo Borghello di diciannove anni presente in città all’inizio di luglio. La fonte lo indica come contadino e riporta come luogo di nascita Carrega. La statura indicata è di circa 2 metri e 16 centimetri.
Questa testimonianza non coincide in ogni dettaglio con la tradizione familiare. Alcune ricostruzioni del passato lo hanno indicato come nato a Novi Ligure nel 1810; altre fonti riportano invece una nascita nell’area di Carrega tra il 1817 e il 1818. La memoria dei discendenti lo colloca precisamente a Daglio.
Sono differenze che, dopo quasi duecento anni, è difficile sciogliere del tutto. La documentazione dell’epoca è limitata e, nel caso delle comunità di montagna, molte vicende sono state tramandate soprattutto oralmente.
Sulla sua morte, invece, le fonti sono più precise: Giacomo Borghello morì a Torino il 18 luglio 1837, a soli diciannove anni.

Che cosa è successo al suo corpo

La storia di Giacomo non terminò con la sua morte.
Il suo scheletro entrò nelle raccolte anatomiche torinesi e venne conservato per gli studi. Nel 1884 fu esposto nella sezione di Antropologia dell’Esposizione Nazionale Italiana di Torino.
Oggi è conservato al Museo di Anatomia Umana “Luigi Rolando” dell’Università di Torino.
Per molto tempo, però, la famiglia non seppe che fine avesse fatto Giacomino. Solo molti anni dopo la sua morte i suoi discendenti vennero a conoscenza della presenza dei resti a Torino. Nel dopoguerra alcuni di loro partirono da Daglio per vedere quello che rimaneva del loro antenato.
La notizia non cancellò il ricordo del ragazzo che era partito dal paese. Anzi, contribuì a riportare la sua storia nella memoria delle generazioni successive.

La casa, le scarpe e i ricordi

A Daglio sono rimasti anche ricordi molto concreti legati alla sua presenza.
La casa dove sarebbe nato è ancora conosciuta come la casa di Giacomino. Per anni sarebbe stata conservata anche la forma utilizzata per fabbricare le sue scarpe, lunga circa mezzo metro. Un oggetto semplice, ma capace di raccontare più di tante descrizioni quanto fosse davvero grande quel ragazzo.
La storia di Giacomo si incrocia anche con quella di un altro personaggio legato a Daglio: Juan Francisco Aragone, nato in Uruguay da genitori originari del paese e diventato nel 1919 arcivescovo di Montevideo.
Quando Aragone tornò in Val Borbera, intorno al 1930, conosceva la storia di Giacomino. Secondo la tradizione locale, portò con sé proprio quella particolare forma utilizzata per le sue scarpe.
Sono piccoli fili che collegano persone, famiglie e luoghi a grande distanza di tempo e di spazio.

Il gigante di Daglio

Di Giacomo Borghello si è parlato soprattutto per la sua altezza. È inevitabile: oltre due metri e dieci in un ragazzo dell’Ottocento erano qualcosa di eccezionale.
Ma a Daglio il suo ricordo è rimasto legato anche a qualcosa di più quotidiano. Prima di essere il “gigante” visto dal pubblico di un circo, prima di diventare un caso studiato dagli anatomisti e conservato in un museo, Giacomo era un ragazzo della Val Borbera.
Era cresciuto in una piccola comunità di montagna, frequentava l’osteria, conosceva la gente del paese e viveva una vita molto diversa da quella che avrebbe avuto dopo la partenza.
La sua vicenda lo portò lontano, fino a Torino, ma il suo nome è rimasto legato a Daglio.
Ed è proprio qui, nell’alta Val Borbera, che ancora oggi la storia di Giacomino continua a essere raccontata.

2 commenti

Giuseppe Rocca Pubblicato il16:54 - Settembre 30, 2026

Però, un vero peccato morire a 19 anni!

Giuseppe Rocca Pubblicato il16:56 - Settembre 30, 2026

Però, un vero peccato morire a 19 anni!

Lascia un commento