
C’erano anni in cui, dai paesi della Val Trebbia e delle vallate vicine, si partiva per andare a lavorare nelle risaie del Nord Italia. Erano donne e uomini che lasciavano casa per settimane, diretti soprattutto verso il Vercellese e il Pavese, dove c’era bisogno di manodopera per la monda e il taglio del riso.
Per molte famiglie di montagna quel lavoro rappresentava una risorsa importante. Nel dopoguerra, trovare un’occupazione stabile non era semplice e i guadagni delle attività agricole locali spesso non bastavano. Partire significava affrontare un viaggio, stare lontani dai propri cari e sottoporsi a un lavoro faticoso, ma anche poter contare su qualche soldo in più per mandare avanti la famiglia.
È una storia che appartiene anche alla Val Trebbia e che merita di essere ricordata insieme alla tragedia del Rio Boffalora, una delle vicende più dolorose nella memoria della valle.
Dalle montagne alla pianura
Le partenze erano legate ai ritmi della coltivazione del riso. In primavera le mondine raggiungevano le risaie per la monda, il lavoro che consisteva nel togliere le erbe infestanti tra le piantine. In autunno, invece, era il momento del taglio e della raccolta, quando servivano braccia per portare a termine la stagione.
Anche dalle vallate dell’Appennino piacentino e ligure partivano lavoratrici e lavoratori diretti verso la pianura. Per chi abitava nei paesi più isolati, raggiungere il luogo di lavoro poteva essere già un’impresa. Si lasciava il paese, si raggiungeva la strada principale e si proseguiva con i mezzi disponibili, spesso condividendo il viaggio con altre persone dirette alla stessa destinazione.
A casa rimanevano genitori, fratelli, mariti e figli. Chi partiva lo faceva soprattutto per necessità, con la speranza di tornare dopo aver guadagnato abbastanza da affrontare le spese quotidiane. Erano sacrifici che molte famiglie conoscevano bene e che si ripetevano ogni anno.
Il lavoro delle mondine
Nelle risaie la giornata era lunga e pesante. Le donne lavoravano chine sulle piantine, con le gambe immerse nell’acqua e nel fango, spesso sotto il sole e in mezzo alle zanzare. La fatica fisica si sommava alle condizioni ambientali e alla lontananza da casa.
Eppure, in quel mondo fatto di lavoro duro, nascevano anche rapporti di solidarietà. Le mondine condividevano le giornate, i momenti di riposo e i pensieri per le famiglie lasciate nei paesi d’origine. I canti accompagnavano il lavoro e aiutavano a rendere meno pesanti le ore trascorse nei campi.
Alcuni di quei canti raccontavano la vita quotidiana, altri esprimevano la protesta contro le paghe basse e le condizioni di lavoro difficili. La storia delle mondine è infatti anche una storia di rivendicazioni e di lotte per ottenere diritti e maggiore dignità.
Oggi le ricordiamo soprattutto attraverso le fotografie d’epoca, con i loro cappelli di paglia e le file di donne chine nelle risaie. Immagini che raccontano una realtà lontana, ma che per tante famiglie delle nostre valli non appartiene a un passato così remoto.
Il 6 ottobre 1956: la tragedia del Rio Boffalora
Per la Val Trebbia, il ricordo delle partenze verso le risaie è legato a una data precisa: il 6 ottobre 1956.
Quel giorno un gruppo di lavoratori stava viaggiando verso il Vercellese per la campagna del taglio del riso. Il camion che li trasportava percorreva la Statale 45 quando, nei pressi del Rio Boffalora, nel territorio di Bobbio, uscì di strada e precipitò nel fiume Trebbia.
Il bilancio fu drammatico: dodici persone persero la vita e altre rimasero ferite. Tra le vittime c’erano soprattutto giovani donne, partite come tante altre per lavorare e contribuire al sostentamento delle proprie famiglie.
La notizia sconvolse le comunità delle vallate. In quei paesi le partenze per le risaie erano una consuetudine e dietro ogni viaggio c’erano famiglie che aspettavano il ritorno dei propri cari. Quel giorno, invece, la speranza di una nuova stagione di lavoro lasciò il posto al dolore.
Per chi perse una figlia, una sorella o una persona cara, le conseguenze della tragedia andarono ben oltre quel 6 ottobre. In comunità dove i legami familiari e di paese erano molto stretti, la perdita di tante vite lasciò un segno profondo.
La vicenda del Rio Boffalora è rimasta nella memoria della valle proprio perché dietro i numeri ci sono persone, storie familiari e progetti interrotti. Uomini e donne che stavano semplicemente cercando di guadagnarsi da vivere.
Una storia di lavoro e sacrifici
Ricordare quella tragedia significa anche riportare l’attenzione sulle condizioni in cui si viveva e si lavorava in quegli anni. Nelle zone montane le possibilità di occupazione erano limitate e il lavoro stagionale rappresentava per molte famiglie una risorsa indispensabile.
Si partiva perché serviva un salario, affrontando viaggi lunghi e condizioni di lavoro difficili. La sicurezza dei trasporti non era sempre adeguata alle necessità di chi doveva raggiungere i campi e spesso erano proprio le persone con meno possibilità a dover accettare le situazioni più difficili.
La tragedia del Rio Boffalora fu un incidente stradale, ma il contesto in cui avvenne ci aiuta a capire quanto fosse faticosa la vita di tanti lavoratori dell’Appennino. Non c’era soltanto il lavoro nei campi: c’erano gli spostamenti, la lontananza da casa e la necessità di affrontare ogni stagione con la speranza di portare a casa un guadagno.
Il ricordo delle mondine nelle nostre valli
Nel 2026 ricorre il settantesimo anniversario della tragedia. È un’occasione per ricordare le vittime del Rio Boffalora, ma anche per riscoprire la storia delle donne e degli uomini che partivano dalla Val Trebbia e dalle vallate vicine per lavorare nelle risaie.
Questa memoria si conserva nelle cronache dell’epoca, nelle fotografie e nei racconti tramandati all’interno delle famiglie. A volte basta il ricordo di una nonna o di una zia che aveva lavorato nei campi per ricostruire un pezzo di quella vita fatta di partenze, sacrifici e ritorni attesi.
Le mondine appartengono alla storia del lavoro italiano, ma sono anche parte della memoria delle nostre comunità montane. Raccontare le loro vicende significa dare spazio a un periodo in cui partire per la pianura era, per molti, una necessità più che una scelta.
La tragedia del Rio Boffalora resta una ferita nella storia della Val Trebbia. A settant’anni di distanza, ricordarla insieme alla storia delle mondine significa non dimenticare chi perse la vita e comprendere meglio il mondo da cui quelle persone provenivano: paesi piccoli, famiglie che vivevano del proprio lavoro e la speranza di un futuro un po’ meno difficile.
Una storia che merita di essere conservata e raccontata anche alle generazioni più giovani, perché fa parte della vita delle nostre valli e di ciò che siamo stati.
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