A Varni è tornato a battere il cuore: la festa ritrovata tra memoria, pietra e musica

Non era solo un’escursione. Era il ritorno di quella che una volta era la Festa di Varni, la festa più sentita della vallata, quella che alla prima domenica di settembre, quando l’estate già piega la voce, chiudeva tutte le feste estive con un ultimo ballo. Non si faceva più da decenni. Eppure, grazie a Paolo Zanardi e ai suoi amici di Alpe di un tempo quali Pumpi, Fabri, Fabio, Maurizio e il figlio Filippo oltre a Laura Badiini della “Valle delle Favole”, si è cercato di riportarla in auge. E Varni ha risposto. Con le porte aperte e il cuore in mano.
L’evento, dal titolo “La Val Trebbia e l’emigrazione transoceanica”, è stato condotto dalla guida escursionistica ambientale GAE Piemonte Roberto Cannistrà insieme allo stesso Zanardi, le cui origini affondano proprio tra Alpe e Varni, e autore del romanzo “Wellington HZ182 – La Bambina che Spense la Bomba” la cui trama si svolge interamente nella limitrofa Val Boreca.

La giornata è cominciata alle 9 da Alpe, con la semplicità delle cose buone: colazione offerta dagli Amici di Alpe con caffè Isola e Canestrelli dell’Antico Forno da Carlo di Montebruno. E subito, ad accompagnare ogni passo per tutto l’anello, la musica delle 4 Province con Anaïs Rio al Piffero e Fausto Franchini all’Accordeon. Un suono che non accompagna, ma chiama a se.
L’andata è stata fatta sul sentiero “vecchio”, quello storico, quello che conosce il peso dei piedi di chi ci è passato prima di noi tra cui feudatari antagonisti come i Malaspina su Alpe e i Doria su Varni ma anche banditi di strada “feroci, bechi fottuti che arrenegavano Dio ed assaltavano i viandanti alle Cabanne di Carrega e alle Fracce de Artanna”.

Lungo il percorso si è potuto osservare uno dei quattro mulini sul Rio della Canaeta, dove l’acqua ancora sembra ricordare come si faceva a macinare il Tempo. Si è parlato anche dei tracciati delle teleferiche che con i loro snodi, chiamati “cavalletti”, tagliavano la valle nel secolo scorso in linee rette, fili tesi nel cielo a tenere insieme una Val Terenzone operosa, quando tutto era collegato da un cavo e da una necessità.
Due momenti originali hanno animato il cammino prima di arrivare a Varni, come due parentesi di mera- viglia: la ricerca di tracce del passato con il metaldetector, a chiedere alla terra cosa ha tenuto nascosto, e la cerca al tartufo nero nei noccioleti con i due Lagotti Romagnoli, Barolo e Otto, che nonostante la lunga siccità che non ha ancora permesso ai tartufi di esplodere come invece i funghi, hanno dato spettacolo annusando il terreno e qualche volta accapigliandosi tra loro, come due fratelli che giocano a chi trova prima un tesoro.
Poi, dietro una curva, l’arrivo a Varni, a Varni “di sotto”, con la splendida accoglienza degli Amici di Varni, che hanno aperto, e non solo in senso figurato, le loro case a tutti gli escursionisti. E Varni ha fatto quello che sanno fare solo i borghi che non si sono arresi: ha accolto.
Per l’occasione è stato creato un museo a cielo aperto con tutti gli attrezzi di una volta che servivano a lavorare i campi e a movimentare gli animali da lavoro. Ferri consumati dalle mani, non dalla ruggine. È stata esposta anche la prima cartina della Valle quella del cartografo militare Matteo Vinzoni datata fine XVII secolo.

Qui ci si è deliziati con la Merenda dell’Emigrante, offerta dalla comunità di Varni, con pane antico, salame piacentino e gotti di bonarda, ma anche crostata di prugne autoctone e frittata di ortiche appena raccolte. Il sapore di chi partiva e di chi restava, nello stesso morso.
Manuela e Serenella hanno ripercorso storie di viaggi senza ritorno, di lettere e cartoline ingiallite provenienti dalla California, lette direttamente dai figli e nipoti di chi è emigrato. Voci che leggevano voci. Mani che tenevano la carta che altre mani, cento anni fa, avevano piegato oltreoceano prima di essere spedite per richiamare a se fratelli e sorelle, è stato il momento più emozionante e commovente della giornata.
Dopo la merenda e altri racconti di testimonianze partigiane, ci si è incamminati salendo verso il centro di Varni.
Perché Varni, bisogna dirlo, è fatto di due anime: Varni “di sotto” e Varni “di sopra”, un paese allungato, disteso sul crinale come la sagoma di un piroscafo, di un vecchio transatlantico. Ha la sua prua e la sua poppa, quasi fosse stato costruito per partire, per emigrare. E proprio lì, a metà nave, a fare da ponte di comando tra le due borgate interne, c’è la Chiesa di Nostra Signora del Suffragio, cuore spirituale del paese. Piccola, raccolta, ostinata a restare in piedi nonostante le crepe, come una preghiera detta sottovoce che tiene insieme lo scafo.
E poi ancora su, verso Varni “di sopra”, dove ad attenderci c’erano i sorrisi buoni dei fratelli Guido e Bruno e il profumo di un ottimo caffè offerto da Laura e Antonella.

Lì Luciano, con l’orgoglio negli occhi, ci ha mostrato il tornio da falegname appartenuto a suo nonno, appena restaurato per l’occasione. E nella stessa cantina, come in un piccolo santuario di famiglia, Monica ha esposto il vestito a festa della sua bisnonna, cucito a mano nel primo ‘900: un abito color rosa antico, un delicato lampone polveroso sbiadito dal tempo, con i merletti chiari ai polsi e sul petto, che sembrava aver conservato, nella piega della stoffa, tutte le feste di un secolo fa.
E a seguire siamo entrati in punta di piedi in una casa abbandonata dai primi anni ’50 del secolo scorso, quella “dell’Armando”, lasciata ancora così come allora, testimonianza emozionante della civiltà contadina. Varcare quell’uscio è stato come interrompere una frase a metà di ottant’anni fa: piatti, sedie, il silenzio di chi se n’è andato pensando di tornare domani.
Infine si è pure ballato sullo splendido belvedere di Luciano che guarda dall’alto tutta la valle. Si sono levate le note antiche della Giga e della Monferrina, suonate da Anaïs e Fausto e trainate con allegria da Stefano ed Emma, padre e figlia di Capanne di Carrega ma con le radici ben piantate in Varni, che hanno saputo prendere per mano tutti e invitare al ballo anche chi quei balli popolari non li aveva mai ballati.
E Varni ha ballato. Sotto un sole pieno, alto, di quelli che scaldano le pietre e i ricordi. Ha ballato di nuovo, con le sue genti strette in cerchio, dopo decenni di silenzio, come se il tempo non fosse mai passato.

Il ritorno verso Alpe è stato percorrendo il sentiero “nuovo”, il più panoramico tra ponti sospesi, con la valle sotto che si apriva come un libro. A chiudere una giornata che ha saputo tenere insieme memoria, musica e comunità.
Tra tanta gente anche il Consigliere della Regione Liguria Matteo Campora, che ha preso voce ringraziando tutti dell’esperienza vissuta, segno di un’attenzione istituzionale verso queste piccole grandi storie di valle, che sono grandi proprio perché sono piccole e vere.
Grande la partecipazione, con persone arrivate anche da altre regioni, a dimostrazione che la voglia di far rivivere la Festa di Varni è più viva che mai. E che certe feste non muoiono mai davvero. Si addormentano solo, aspettando che qualcuno torni a suonare il piffero per risvegliarle.

Luigino Crosetti

(Articolo tratto dal N° 33 del 15/10/2026 del settimanale “La Trebbia”)

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