
Nel XVII secolo lo Stato di Milano (possedimento spagnolo di cui Bobbio costituiva una piccola enclave) per cattiva amministrazione ed estrema scarsità dei raccolti, già dal 1628 era stato colpito da una terribile carestia. Milano si ritrovò in ginocchio con morti di fame per le strade e con diecimila accattoni portati al Lazzaretto in condizioni di estremo sfinimento.
Ogni appello all’Autorità dello Stato fu vano. Il governatore Gonzalo De Cordoba dicendosi impegnato contro i francesi nel lungo assedio della città di Casale rispose con insofferenza “di non sapere cosa farci e di sperare nella Provvidenza”.
Scoppiarono tumulti repressi con esecuzioni capitali ma la situazione non cambiò rimanendo disperata.
In quell’anno Bobbio, pur vivendo nella precarietà e povertà del secolo, non conobbe gli eccessi di Milano ma l’amministrazione spagnola si irrigidì anche da noi con oppressive disposizioni sul commercio dei grani.
Saputo che a Praticchia – località isolata a poche centinaia di metri dal confine di Bobbio con i Ducati– era solito tenersi un mercato clandestino di granaglie – i commissari spagnoli intervennero con severità a chiuderlo minacciando chi vi avesse messo piede la pena di esser messo ai remi sulle galere.
In questo ginepraio di disposizioni, di grida e di evanescenti confini territoriali, alcuni poveri mulattieri, sospettati ingiustamente di esportare grani dallo Stato, furono uccisi, depredati dei muli e di quanto trasportato.
A queste prepotenze dei soldati spagnoli le autorità di Bobbio reagirono con insolita energia e determinazione che impedirono il ripetersi di casi di tale gravità ma le allarmanti notizie che pur appannate giungevano da Milano si erano sparse nel bobbiese destando ansia e diffusi timori, sull’evolversi della situazione.
Quando nel successivo anno 1629 che si preannunciava con una stagione di buon raccolto, la situazione nel milanese parve leggermente migliorare, ecco che un ben più terribile flagello venne a colpire Milano e gran parte dell’Italia: la peste.
Per comprendere l’origine dell’epidemia (e come poi si evolse raggiungendo il territorio bobbiese) è necessario aprire una stringata e riassuntiva narrazione dei fatti.
Da lungo tempo, tra le potenze cattoliche e protestanti era in corso un’interminabile guerra che funestando mezza Europa dal 1618 al 1648 prese nome di Guerra dei Trent’Anni.
In questo travagliato contesto nel 1629, alla morte senza eredi del duca Vincenzo Gonza di Mantova, sul Ducato si accesero gli appetiti di Francia e Spagna, entrambi gli Stati intenzionati a proporre una successione a loro politicamente favorevole.
L’Imperatore Ferdinando II d’Asburgo, volendo riservare a sé ogni decisione in merito, impose al neo eletto Carlo Gonza di cedergli il Ducato in attesa di una sua decisione. Fidando nella protezione delle truppe del potente Cardinale Richelieu, Carlo Gonzaga respinse l’ultimatum.
Ferdinando allora ricorse alle armi e – formato un forte contingente di truppe mercenarie – ordinò che, attraverso la Valtellina, scendessero a Mantova per derimere la vertenza con la forza.
L’annunciato arrivo di queste feroci bande di lanzichenecchi destò grande apprensione essendosi sparsa la voce che tra la soldataglia si erano manifestati i primi focolai di peste, resa questa evidente dai morti abbandonati lungo la strada percorsa.
Le venti compagnie che entrarono in Lombardia passando sul ponte di Lecco sono citate da Alessandro Manzoni che, con puntualità di cronista, le enumera con i loro capi: “Passano i avalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, poi passa Furstenberg, e i fanti di Brandeburgo…” e così di seguito per venti giorni.
Abbandonando ora queste feroci truppe al loro cammino verso Mantova, ci rimane solo da ricordale come veicolo di quella pestilenza che flagellò Milano. E qui rimando chi legge alle stupende pagine del Manzoni che, della città, ne descrisse il calvario di morte e disperazione.
Rivolgiamoci ora a vedere cosa avveniva in quei giorni nella nostra Bobbio. Timore e angoscia per le notizie che dal milanese risalivano la Valtrebbia accompagnate da qualche illusoria speranza che la posizione lontana e isolata della città costituisse baluardo al diffondersi del contagio. Ad alimentare un tale auspicio di immunità dal male, si aggiunga che – fino agli ultimi mesi del 1629 – di decessi per la peste non ve ne furono. Tuttavia da Milano le autorità sanitarie ordinarono che anche a Bobbio fosse formato un comitato di salute pubblica che provvedesse alle eventuali emergenze e alla scelta di un luogo ove gli appestati potessero essere raccolti e, in caso di decesso, pure sepolti.
Con il medico del Comune, Giovanni Gatti, a formare questo comitato furono chiamati Giulio Aurelio Olmi, Bartolomeo Buelli, Gianbattista Torri e il marchese Francesco Malaspina d’Orezzoli, tutti appartenenti all’aristocrazia bobbiese. Si decise la scelta di un campo presso Canneto, al di là della Trebbia, per adibirlo a cimitero degli appestati consistente in una semplice fossa comune. In pari tempo vennero assunti in qualità di monatti due persone del Borgo. A costoro, tali Gherardo Follini e Agostino Pozzi, (proprietari di un necessario carro con cavallo e coadiuvati dai figli), venne erogato un buon salario con la promessa che – nel caso arrivasse la peste – sarebbe stato assai aumentato dovendosi i quattro provvedere alla raccolta e al trasporto dei morti. Nell’illusoria convinzione che fossero di valida protezione, a questi monatti vennero forniti dei cappucci per la testa ricadenti sulle spalle e aperti sul davanti con fori per gli occhi. Ignorando al tempo che il veicolo della peste era la pulce dei ratti, si pensava che la causa del morbo fosse dovuto ad “arie fetide e malsane”. In ragione di tale credenza, si diffuse l’uso di portare sul davanti, appese al collo, boccette d’aceto e inserendo sopra le orecchie rametti di menta e altre erbe aromatiche.
I fatti smentirono presto tali precauzioni perché il primo d’agosto morì tale Domenica Brucellaria e pur nell’incertezza che si trattasse di peste, non fu sepolta in chiesa. Verso la sera dello stesso giorno – a fugare ogni dubbio – morì Giacomina Brucellaria probabile parente della precedente.
Si capì che la peste tanto temuta era sicuramente entrata a Bobbio e nella campagna circostante. Nel mese d’agosto ben ventidue membri della famiglia Mozzi che abitava alle Campore, morirono tutti di peste e poi sepolti alle Campore stesse.
Anche in città le morti aumentarono prendendo un corso sempre più rapido.
Con le botteghe chiuse, le strade si fecero silenziose e deserte. Le notti, buie e inquietanti. Nessun contatto o stretta di mano ma affrettati saluti da lontano prima di tornare a rinchiudersi in casa. Le chiese sbarrarono i portoni e per i divini uffici si aprì con un arco i mattoni (ancor oggi visibile) un’apertura alla base del campanile dell’orologio attraverso la quale pochi fedeli distanziati potevano spingere l’occhio nella sottostante cappella di San Sebastiano e assistere a brevi funzioni.
Nel mese di ottobre una trentina di persone morì nella sola parrocchia di San Colombano mentre il 6 novembre nella parrocchia della Cattedrale i morti erano circa altrettanti. In una casa del Borgo si allestì un Lazzaretto per gli appestati ed essendo ormai insufficiente lo spazio delle sepolture a Canneto si aprì un nuovo cimitero tra Sant’Ambrogio e il fiume.
Si fece sempre poi difficile il conto dei decessi. Anche i certificati di morte nei registri parrocchiali si riducono ad uno scarna formula: nome e cognome del defunto con l’aggiunta di due parole: “in ripa Trebiae” (sepolto in Trebbia).
Con la fine d’aprile 1631 le vittime nella parrocchia del Duomo risultano essere circa 180 ma in quella di San Colombano, fino al dicembre dello stesso anno, si contarono più di 300 morti. Il diva- rio si spiega con il fatto che il ceto abbiente, con poderi in campagna, vi si precipitò sperando di fuggire il male.
Ciò peraltro non impedì che anche patrizi e religiosi rimasti in città non poterono salvarsi.
Il popolo minuto, al contrario, fu costretto a rimanere nelle povere e anti igieniche casupole addossate l’una alle altre. e questo spiega il gran macello fatto dalla peste nei rioni popolari di San Giuseppe e Castellaro.
In questa funesta stagione che vide ridursi di un terzo la popolazione, va detto che il clero bobbiese seppe essere all’altezza delle circostanze, e il coraggio di alcuni preti fece sì che ai moribondi non mancasse il conforto degli estremi sacramenti.
Il vescovo del tempo, Francesco Maria Abbiati, con grande fede, ma con incolpevole imprudenza per il possibile aggravarsi dei contagi, decise una processione di penitenza (come se già non ne avessero fatta!) verso l’antico oratorio di Santa Croce che si ergeva allora sull’altura al di là del torrente Bobbio e che ancor oggi prende nome di Montesanto.
Poi, verso la fine del 1631, il contagio rallentò per sparire l’anno successivo.
Bobbio rimase silenziosa, attonita e smarrita per i lutti di tante famiglie e la perdita di molte figure che avevano dato carattere e vitalità alla società bobbiese.
Infine, pur attraversando ancora anni difficili, la vita in Bobbio – com’era naturale che fosse – continuò riprendendo il cammino lungo la strada che già era stata tracciata sul grande libro del Destino.
Gian Luigi Olmi
(Articolo tratto dai N° 26 del 23/07/2026 e N° 27 del 30/07/2026 del settimanale “La Trebbia”)
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