Il patrimonio culturale del monastero di S. Colombano in età medioevale

Oltre all’ingente patrimonio artistico che la nostra città custodisce da sempre come tesoro prezioso, il cenobio bobbiese, soprattutto nell’Alto Medioevo, ha accolto, prodotto, custodito per alcuni secoli un altrettanto importante patrimonio culturale costituito da manoscritti di generi letterari differenti. Testi patristici, liturgici a servizio soprattutto dei monaci, ma anche manoscritti di carattere giuridico e moltissimi testi di autori della classicità latina hanno arricchito la biblioteca del cenobio di oltre 700 codici. Questi testi rendono ragione della grandezza rivestita per secoli dal monastero bobbiese fino ad essere chiamato nel tempo la “Montecassino del Nord”.

La nascita
Fin dai primi decenni di vita del monastero bobbiese si registra la presenza di manoscritti, alcuni dei quali provenienti da Pavia, la corte longobarda che aveva accolto Colombano e gli aveva assegnato il territorio bobbiese, altri probabilmente dall’Italia Settentrionale, Verona e Ravenna.
È improbabile che Colombano e i suoi monaci abbiano portato con sé dall’Irlanda, dalla Francia o dalle regioni attorno al lago di Costanza dei manoscritti, ad eccezione forse di uno, il codice TAUR.G.VII 15, chiamato “codice K” contenente una versione latina dei Vangeli in scrittura onciale del IV-V secolo. Questo testo, forse appartenuto allo stesso Colombano e da lui portato a Bobbio, sarebbe sopravvissuto perché considerato alla stregua di una reliquia del Santo.
Solo successivamente monaci irlandesi o francesi che arrivavano a Bobbio per entrare nel monastero o far visita alla tomba di Colombano portavano codici: esistono, infatti, alcuni manoscritti di matrice insulare ora conservati all’Ambrosiana e a Torino.
Alcuni documenti attestano che Attala, Boboleno e Vorgusto disponevano di «arcae» (armadi dove riporre i codici) e Giona nella biografia di Attala, primo successore di Colombano, sottolinea come, anche se ormai prossimo alla morte, l’abate ancora si prendesse cura della sistemazione minuziosa del monastero, in particolare «fa rilegare solidamente i libri».
Uno sviluppo fecondo
I secoli successivi fino al IX, soprattutto durante l’abbaziato di Agilulfo (889-896), furono molto fecondi dal punto di vista della produzione e della ricopiatura di manoscritti. L’abate Wala (883- 885) nel suo Breve Memorationis, che rendeva ragione anche dell’organizzazione interna del monastero, evidenzia la presenza e il compito del Bibliotecario e del “Custos chartarum”, dediti l’uno alla biblioteca e l’altro all’archivio.
Non è possibile soffermarsi sulla formazione e sul consolidamento dello Scriptorium e della biblioteca. Della provenienza di molti manoscritti e soprattutto del patrimonio librario esistente a Bobbio alla fine del IX secolo si è a conoscenza grazie ad un inventario coevo, andato perduto poi ritrovato – anche se non nella versione originale – e trascritto da Ludovico Muratori pubblicato nel 1741.
Questo, pur presentando alcune carenze, comprende ben seicentosessantasei libri radunati in due principali sezioni. Nella prima sono elencati 479 codici patristici, agiografici e letterari, mentre nella seconda i manoscritti, ordinati sempre in base al contenuto, sono racchiusi in liste che facevano capo ai benefattori della biblioteca. Nell’inventario del Muratori sono registrati anche libri che erano ubicati “ad speluncam”, la grotta dove Colombano si rifugiava per vivere un’esperienza eremitica di preghiera.
L’ingente dotazione della biblioteca bobbiese constava di codici utilizzati per la Liturgia delle Ore e la Liturgia Eucaristica dei monaci: antifonari, omeliari, lezionari, messali, sacramentari, breviari…
Erano presenti numerosi manoscritti di autori classici latini: Cicerone, Plauto, Seneca, Virgilio, Giovenale, Lattanzio, Sedulio, Frontone, Persio, Giovenco, Venanzio, Ausonio. Arricchivano la biblioteca parecchi testi patristici: Agostino, Atanasio, Ambrogio, Origene, Isidoro, Cipriano, Eusebio, Gerolamo, Giovanni Crisostomo insieme a manoscritti dei Concili di Calcedonia, Efeso, Costantinopoli. Altri scritti di carattere giuridico arricchivano la biblioteca del cenobio: Ius Anteiustinianeum, Lex Romana Burgundorum, Codex Teodosianum, Digesta Iustiniani…
Il progressivo declino
Nei secoli successivi il monastero di San Colombano, come molti altri cenobi, conobbe un declino da una parte con il sorgere e il rafforzarsi della Diocesi di Bobbio istituita nel 1014 e dall’altra a causa delle continue intromissioni esterne, interessate al patrimonio economico dell’Abbazia.
La Congregazione di Santa Giustina da Padova nel 1448 si impossessò del monastero bobbiese, anche per la progressiva carenza di monaci nel cenobio, dando inizio a un tentativo di ripristino e riordino della biblioteca. Oltre alla redazione di un inventario, il passaggio del monastero di Bobbio alla congregazione di Padova promosse una vera e propria opera di restauro dell’intero patrimonio librario conservato.
Due secoli dopo, tuttavia, il declino della Biblioteca si rivelò ormai irreversibile. Nel 1606 essa subì uno dei trasferimenti più consistenti: 77 codici tra i più antichi e preziosi verranno destinati alla Biblioteca Ambrosiana di Milano su richiesta del Cardinale Federico Borromeo. Alcuni anni dopo, accolte anche le richieste del Papa Paolo V, un’altra trentina di codici venne donata alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Un’ulteriore e consistente parte di manoscritti, più di 70, prese la strada di Torino e andò ad arricchire la Biblioteca Reale e la Biblioteca Universitaria.
Alla soppressione del monastero (1801) i manoscritti rimasti vennero venduti all’asta e comprati al costo di 53 franchi da un medico collezionista di origine irlandese.

Aldo Maggi

(Articolo tratto dal N° 6 del 19/02/2026 del settimanale “La Trebbia”)

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