Le cantine di Cegni, 36 costruzioni in pietra che raccontano la vita contadina

A Cegni, frazione di Santa Margherita di Staffora, nell’Alta Valle Staffora, c’è un angolo di Appennino che conserva una testimonianza particolare della vita contadina di un tempo. Sono le antiche cantine, 36 piccole costruzioni in pietra disposte lungo un pendio ai piedi del paese, sul versante sinistro del torrente Staffora, a circa 700 metri di altitudine.
Oggi si inseriscono nel paesaggio tra prati e vecchi filari, ma un tempo erano parte integrante della vita agricola del paese. Servivano alle famiglie che coltivavano la vite e avevano bisogno di un luogo vicino ai vigneti dove lavorare l’uva, riporre gli attrezzi e conservare il vino.
La loro origine risale alla fine del Settecento e ai primi decenni dell’Ottocento, quando la viticoltura aveva ancora un ruolo importante nell’economia locale. I vigneti si trovavano spesso lontano dalle abitazioni, su terreni in pendenza raggiungibili attraverso sentieri e strade non sempre agevoli. Trasportare tutta l’uva fino al paese dopo la vendemmia avrebbe richiesto tempo e fatica.
Anche le abitazioni, del resto, non offrivano molto spazio. Al piano terra si trovava spesso la stalla, mentre ai piani superiori viveva l’intera famiglia, talvolta numerosa. Avere una piccola costruzione accanto alla vigna permetteva quindi di lavorare senza dover trasportare ogni volta l’uva e le attrezzature fino a casa.

Il lavoro nelle antiche cantine

Le costruzioni sono semplici, realizzate in pietra locale e generalmente sviluppate su due livelli. Il piano superiore era destinato alla lavorazione dell’uva, mentre quello inferiore, seminterrato, ospitava le botti e veniva utilizzato per la fermentazione e la conservazione del vino.
Anche i tetti raccontano qualcosa dei materiali e delle tecniche di un tempo: in origine erano coperti con lastre di pietra, successivamente sostituite in molti casi da coppi e tegole.
Possedere una cantina non era soltanto una necessità pratica. Le più antiche appartenevano alle famiglie economicamente più agiate e, con il passare degli anni, averne una diventò anche un segno di prestigio. Costruirla richiedeva un investimento importante, spesso frutto di risparmi accumulati nel tempo.
Tra i ricordi tramandati dagli anziani c’è quello degli emigrati partiti per l’America, che mandavano a casa parte dei propri guadagni per far costruire una cantina. Un modo per mantenere un legame con il paese d’origine e trovare, magari al ritorno, qualcosa che testimoniasse i sacrifici fatti lontano da casa.

Il Croà, il vitigno della tradizione

La coltivazione della vite a Cegni si svolgeva in condizioni non sempre favorevoli, anche per l’altitudine e il clima. Il vitigno tradizionalmente utilizzato era il Croà, varietà autoctona dell’Oltrepò Pavese, caratterizzata da una produzione abbondante e da una maturazione tardiva.
La lavorazione dell’uva avveniva direttamente nelle cantine. Dopo la vendemmia, i grappoli potevano essere lasciati sul pavimento per alcuni giorni, così da ottenere un leggero appassimento. Seguivano la pigiatura e la raccolta del mosto, che veniva fatto scendere attraverso apposite aperture nel pavimento fino al locale sottostante, dove si trovavano le botti.
In alcuni casi il Croà veniva mescolato con piccole quantità di Barbera o Dolcetto. Si otteneva così un vino destinato soprattutto al consumo familiare, non tanto alla vendita quanto alle necessità quotidiane.
Anche l’organizzazione del lavoro seguiva ritmi particolari. Durante l’estate erano soprattutto le donne a occuparsi delle vigne, mentre molti uomini si spostavano per partecipare alle campagne di mietitura del riso in Lomellina e nel Vercellese. Rientravano in paese una volta terminati i lavori stagionali.
Il vino, inoltre, non veniva necessariamente imbottigliato. Si spillava dalla botte la quantità necessaria e la si portava a casa per il consumo quotidiano. Era una produzione semplice, legata alle esigenze della famiglia e a un’economia nella quale si cercava di utilizzare al meglio ciò che la terra offriva.

Una testimonianza da conservare

Con il progressivo abbandono di molte attività agricole, anche i vigneti di Cegni si sono ridotti. Attorno ad alcune cantine rimangono pochi filari, mantenuti dai proprietari anche per conservare il legame con una tradizione ormai quasi scomparsa. Altre costruzioni hanno perso la loro funzione originaria, mentre diverse sono state ristrutturate e continuano a essere curate.
A queste particolari architetture rurali ha dedicato uno studio e un censimento Nicola Carlo Parisi, che le ha approfondite anche in una tesi di laurea presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Piacenza.
Nel 2023 il FAI Oltrepò Pavese ha organizzato un’escursione alla scoperta del vicino borgo abbandonato di Ceregate, inserendo nel percorso anche una visita alle cantine di Cegni. In quell’occasione l’agronomo Nicola Parisi ha illustrato ai partecipanti la storia e le caratteristiche di queste costruzioni, soffermandosi sul loro legame con il paesaggio e la vita delle famiglie contadine.

Le cantine di Cegni non sono edifici monumentali e non sono state costruite per attirare visitatori. Sono nate per rispondere a esigenze concrete, legate al lavoro nei campi e alla produzione del vino. È proprio questo a renderle interessanti: attraverso queste piccole costruzioni si può ancora leggere una parte della storia dell’Appennino, fatta di famiglie, lavoro stagionale, emigrazione e rapporto quotidiano con la terra.
Oggi, passeggiando tra i vecchi filari, è ancora possibile riconoscere quel legame. Le 36 cantine sono una presenza discreta nel paesaggio di Cegni, ma raccontano molto di più di quanto possa sembrare a prima vista.

(Fotografie tratte da Focus Oltrepò, muet.it, fondoambiente.it)

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