La Valle della Trebbia

La poesia La Valle della Trebbia, uscita dai torchi della Tipografia Cella di Bobbio e firmata da Mondani Luigi fu Gabriele, contadino di Moglia di Ottone, sembra a prima vista un foglio ingiallito, una di quelle stampe che il tempo ha piegato e ripiegato come una carta geografica usata troppe volte. E invece, se la si legge con attenzione, ci si accorge che non racconta soltanto una valle, ma un modo di stare al mondo che oggi rischiamo di non saper più ascoltare. È una voce che viene dalla fine dell’Ottocento o dai primi anni del Novecento, quando la Val Trebbia era già una terra laterale, guardata di sbieco dalla storia, e tuttavia densissima di vite, di fatiche, di parole necessarie. Non parla la lingua dei poeti di professione, ma quella di chi ha imparato a misurare il tempo con le stagioni e lo spazio con i passi, e proprio per questo dice cose che la letteratura ufficiale spesso ha dimenticato.

In questi versi la montagna non è rifugio né idillio, ma una macchina severa che obbliga a fare i conti con la scarsità. La valle è stretta, senza pianura, povera di possibilità e ricca soltanto di lavoro ostinato, di nebbie che coprono tutto e di acque che scorrono rapide senza fermarsi. Non c’è alcuna nostalgia compiaciuta, nessuna bellezza consolatoria: la natura è descritta come una presenza ambigua, capace di sostenere e allo stesso tempo di condannare. È una valle che non promette, ma chiede, e chiede sempre di più.

Dentro questo paesaggio si muovono uomini e donne che non hanno scelta. I giovani scendono dai paesi pendenti per cercare pane altrove, nelle lontane Americhe, e l’emigrazione non ha il sapore dell’avventura ma quello di una sottrazione: ogni partenza è un vuoto che resta, una casa che si chiude, una comunità che si assottiglia. La poesia registra questo movimento come un fatto naturale e insieme come una ferita, perché ciò che se ne va non torna, e ciò che resta deve imparare a vivere con meno braccia e con meno voci.

La geografia che emerge è precisa, concreta, quasi cartografica. Bobbio appare come una città che ha già superato il suo momento, priva di industrie e di commerci, mentre Ottone diventa il nodo indispensabile, il luogo del mercato, dello scambio, dell’unico respiro economico possibile. È una geografia fatta di rive, di sponde, di differenze minime che però contano moltissimo, perché decidono dove si vende il formaggio, dove si raduna il bestiame, dove ancora si può sperare di cavare qualcosa da un mese di lavoro. In questa mappa minuta si legge un’intera organizzazione sociale, fragile eppure tenace.

C’è poi lo sguardo rivolto verso l’alto, verso lo Stato, ed è uno sguardo senza indulgenza. I governanti sono lontani, quasi astratti, e la loro presenza si manifesta soprattutto attraverso le imposte, che gravano su una terra già povera e non restituiscono nulla in cambio. La valle è lasciata a se stessa, come se la sua marginalità geografica fosse diventata una marginalità politica, e la poesia registra questa condizione senza slogan, con la semplice evidenza dei fatti. È una critica che nasce dall’esperienza quotidiana, non dall’ideologia, ed è forse per questo che risulta così netta.

Mondani Luigi scrive dichiarando di non inventare, di non usare fantasie, e in questa dichiarazione c’è tutto il senso del testo. La poesia diventa un atto di testimonianza, una forma elementare ma potentissima di memoria collettiva. Non cerca di abbellire il passato, ma di fissarlo, come si fissano certi paesaggi prima che cambino per sempre. Oggi, leggendo questi versi, si ha l’impressione che parlino ancora, perché molte delle questioni che sollevano – lo spopolamento, l’abbandono delle aree interne, il rapporto difficile tra centro e periferia – non hanno smesso di interrogarci. È come se questa valle, descritta più di un secolo fa, continuasse a chiedere di essere guardata non come un luogo perduto, ma come una pagina essenziale del nostro modo di abitare il territorio e la storia.

Michele (Testo pubblicato su Facebook)

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