Grazie a Marta e Tancredi a Cadonica di Mezzano l’antico molino macina ancora

Al molino di Cadonica, località di Mezzano Scotti, nel comune di Bobbio, Marta Schiavon e Tancredi Moschin hanno investito tutto per far riaccendere un molino antico in una terra che i monaci di Colombano già coltivano. Tutto è di pietra e legno. C’è una ruota d’acciaio che un tempo girava grazie all’acqua di un canale di adduzione e oggi gira grazie all’energia elettrica.
«Dal 2016 abbiamo scelto di portare avanti l’azienda agricola di mio suocero», racconta Marta, originaria di Sesto San Giovanni e arrivata in Valtrebbia per amore del marito, operaio agricolo anche nei vigneti. «L’azienda è piccola, coltiviamo cereali e ortaggi. Nel 2021 abbiamo sistemato il molino. La pandemia ha rallentato i lavori, ma l’idea era in cantiere da tempo». Oggi macinano grano e producono farina 0, 1 e 2. Consapevoli di essere rimasti in pochissimi.
Il molino, appartenuto un tempo alla famiglia Marenghi di Mezzano, era fermo almeno dagli anni Cinquanta. Settanta anni dopo è tornato operativo: «Il lavoro non ci pesa. Impariamo qualcosa ogni giorno. I primi maestri sono i vecchi contadini. Si fermano, raccontano com’era Cadonica e come si lavorava il grano. La natura con loro dev’essersi confidata. Così ci sentiamo davvero grati nei confronti di chi ci aiuta».
La grande ruota è ancora lì, a testimoniare il passato: «Abbiamo mantenuto anche gli ingranaggi. Questa testimonianza rurale ha un forte valore storico. È cultura della nostra terra. Basta guardarsi attorno. Bobbio, Ceci, tutta la valle. I molini sono dappertutto, a ricordare chi eravamo».
I problemi, qui, non sono solo quelli classici dell’Appennino, come spopolamento, fauna selvatica e cinghiali, siccità alternata poi a pioggia da record. Il nemico vero è la frana. «La nostra attività si affaccia sulla Trebbia. Dobbiamo convivere con il fiume e con le frane che si mangiano i campi», spiega Marta. Un dissesto ne ha già cancellato uno. Ora minaccia gli altri. «Diciamo che il Trebbia è un vicino scomodo, anche se l’acqua è preziosissima».

(Articolo tratto dal N° 2 del 22/01/2026 del settimanale “La Trebbia” –
Fotografia di Giacomo Turco)

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