L’ultimo postino della val Boreca

L’ultimo postino della val Boreca, una valle poco conosciuta e isolata, con toponimi come Tartago e Zerba, che qualcuno vorrebbe addirittura di origine cartaginese, cioè risalenti alla seconda guerra punica e ad Annibale, era un tipo selvatico. Si chiamava Pino Rebollini e si faceva tutti i giorni un sentiero tra minuscoli borghi come Artana, Belnome, Pizzonero, Suzzi, Bogli… Con qualsiasi condizione metereologica: neve, ghiaccio, pioggia e sole portava e ritirava la posta in case dove le porte erano sempre aperte e al pian terreno c’era la stalla dove si trovava anche il bagno. Ho ripercorso le sue tracce un giorno tranquillo e soleggiato tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Mi sono svegliato a Capannette di Pei alla mattina presto, nell’albergo dei Tambussi, una storica famiglia della valle, e sono rientrato alla sera. Tra il rosa dell’alba e quella del tramonto la camminata effettiva sarà intorno a sei ore ma sono sempre di più se ti fermi a guardare un pettirosso adagiato tra le foglie del sottobosco per il quale canta ancora il compagno sul ramo credendolo ancora vivo, la tana tra le rocce di un tasso, la cascata vicino alle rovine di un mulino sul Torrente Boreca, i lavatoi dove generazioni di donne si sono consumate le mani, i piccoli cimiteri addossati alle chiese con i chicchi di riso di un matrimonio sparsi vicino alle vecchie lapidi… E poi ci sono i pochi ma preziosi incontri. Alcuni paesi erano vuoti, anche se ben tenuti e in attesa del ritorno di qualcuno per il fine settimana. Altri borghi erano animati da persone nate tra queste montagne, emigrate a Genova o altrove e tornate da anni ogni volta che potevano. Come Catterina, una quasi novantenne di Suzzi che ricordava i tempi in cui il bosco non aveva ancora mangiato i pascoli e lei andava alla festa della falciatura con un vestito a fiori e un fazzoletto in testa tra i coetanei con la camicia candida. Come Ennio, poco più giovane, cresciuto a Bogli, il più grande di questi piccoli borghi, portando tutte le mattine prima della scuola le ‘vacche’ in cima alla montagna e andandole a prendere dopo la scuola. A dieci anni si sentiva uomo, sapeva fare tutto quello che serve saper fare quassù, ma il paese si è svuotato in poco tempo e si è ritrovato in un bar d’albergo nella Milano del boom. Mi chiedo come l’anima abbia fatto a seguire il corpo in tutti gli spostamenti e i lavori cambiati così rapidamente. L’attaccamento per questi minuscoli paesini è fortissimo. Più piccolo è il luogo dove sei cresciuto e più grande l’attaccamento che provi. Perché in fondo è solo il tuo. E perché la natura, diversamente dalla città, inizia a parlarti quando muovi i primi passi con parole che non dimenticherai mai più e capisci ancora prima di saper parlare.

(Tratto da un post su Facebook)

Il giro del postino

Il sentiero del postino è una camminata di un giorno tra i minuscoli borghi immersi nel verde della val Boreca, dove l’ultimo portalettere di queste montagne – un tipo decisamente selvatico – scarpinava di villaggio in villaggio e di casa in casa finché la zona si è spopolata, cioè finché è rimasto qualcuno. Siamo sull’Appennino in provincia di Piacenza, al confine tra quattro regioni, in una terra impervia e bellissima, di tradizioni comuni e passaggi carovanieri. Secondo qualcuno diversi nomi geografici della val Boreca, come Zerba e Tartago, sono di origine africana e si devono al passaggio di Annibale, ma questa è un’altra storia e probabilmente una leggenda.
Le ore di camminata effettiva sono circa sei ma ce ne vogliono almeno un altro paio per le soste, il rifornimento d’acqua e i pochi ma preziosi incontri. Si parte alla mattina presto da Artana, dove un segnale del Cai su un lavatoio indica il sentiero 175 per “Pizzonero-ponte Boreca”. Incrociamo una donna che si è trasferita a vivere nel paese. E’ una delle poche abitanti e alleva mucche. La mucca è sempre stata fondamentale qui perché dà latte, formaggio e burro dove l’agricoltura è difficile. Belnome è un paesino ben tenuto: fiori alle finestre, una fonte di acqua fresca, un campo di bocce ritrovo nei mesi estivi degli abitanti, rimasti attaccati a queste pietre, ma residenti altrove. Non si vede anima viva. Qualcuno arriverà durante il fine settimana, ma tutto è stato lasciato come se si fosse appena usciti per la spesa.

Le tradizioni musicali

Inizio a capire una cosa che mi si chiarirà a Suzzi: più è piccolo il luogo dove sei nato, più sei legato. Perché in fondo è solo il tuo. E perché la montagna, diversamente dalla città, sa parlare ai bambini fin dai primi passi con parole che non dimenticheranno mai più. Al cimitero di Belnome cerchiamo le tombe dei postini: fanno “Rebollini” di cognome, ma i Rebollini sono troppi e ci arrendiamo.Tra Belnome e Pizzonero, Panizza mi racconta della festa che si tiene ad agosto. Quest’anno non c’è stata. L’epidemia non ha quasi toccato queste valli, ma si balla al suono dei pifferi, della cornamusa e della fisarmonica con modalità incompatibili rispetto alle normative. Una volta non mancava mai qualche sana scazzottata. “In questo punto”, spiega Panizza, “i musicisti si fermano e si fanno sentire per avvertire che stanno arrivando e ottenere il via libera”. Il piffero è lo strumento tipico della zona, fatto a mano in bosso o ebano, con una piuma di gallo appesa per pulire l’imboccatura. Queste valli sono tra le poche in Italia ad avere sempre mantenuto le antiche tradizioni musicali. All‘osteria di Pei ho incontrato Anaïs Rio, una bretone che suona il flauto traverso si è licenziata dal conservatorio, dove insegnava, per trasferirsi qui. Alla festa di Pizzonero si balla sotto a un grande ippocastano. L’albero è il centro pagano della festa. In paese c’è una cassetta delle lettere con un “diario di tappa”, dove i camminatori scrivono pensieri e riflessioni. Il 18 luglio scorso Pina ed Emilio scrivono: “Dedicato a nostra figlia Ginevra che ha preso servizio come portalettere a Savona”.

Tappa a Suzzi

Suzzi è il centro più vivo e ben conservato della zona. Entrando in paese si vedono panni stesi e finestre aperte. Poco oltre incontriamo Catterina Ravaglia. “Catterina con due ti, mi raccomando, è il nome di mia nonna” dice. Vive a Genova ma passa molti mesi qui e racconta della zia “Marinin”: “Tutte le estati tornava in bastimento dal Perù dove era emigrata, sbarcava a Genova e faceva l’ultimo pezzo a dorso di mulo. A Natale ci faceva spedire un panettone dalla Motta. Lo portava il postino facendosi strada nella neve”. Mi mostra un libro, Il romanzo delle famiglie di Suzzi, di Armando Toscanini. Toscanini è originario di qui e ha fatto un grosso lavoro di scavo per ricostruire le genealogie: “Non è stato facile perché abbiamo tutti gli stessi cognomi” mi dice. Nel libro ci sono molte fotografie d’epoca, compreso quella di Marinin e dell’autore a dorso di mulo: “Era bellissimo andare sui muli, tutti bardati con le campanelle. Sono animali anarchici e testardi ma intelligentissimi”.
Saliamo a Bogli scarpinando per una salita, l’unica impegnativa del percorso, sempre in sottobosco come quasi tutto il resto del sentiero. “Questa è la casa dei nonni del direttore di orchestra Arturo Toscanini” mi dice un uomo alto e magro sulla settantina. Si chiama Ennio e, prima di dare da mangiare alle galline, mi racconta di essere la penultima persona nata a in paese. E’ cresciuto portando le mucche in cima alla montagna prima di andare a scuola e andando a riprenderle nel pomeriggio: “B ogli era un paese di seicento abitanti. C’era l’ufficio postale, una maestra. Tra gli anni ’60 e ’70 si è svuotato. Io a dieci anni sapevo fare tutto quello che serviva fare qui: mungere le mucche… Tutto. Pochi anni dopo mi sono ritrovato da solo a Milano a fare il barman in un hotel di piazza Cavour. Ora sono in pensione”. Poco sopra Bogli c’è una piccola cappella dedicata a San Rocco, santo francese che – secondo l’agiografia – ha debellato la peste a Piacenza ed è morto in carcere a Voghera rassegnandosi all’ingiusta detenzione.

Info pratiche

E’ consigliabile pernottare in zona e svegliarsi alla mattina per iniziare l’escursione. Da Milano sono un paio d’ore di auto prendendo la A7 e uscendo a Vignole Borbera (Alessandria), poi si sale in direzione Capanne di Cosola. Per percorre il sentiero è opportuno indossare scarpe da trekking e fare attenzione alle previsioni meteo. A ottobre il foliage è spettacolare!

(Tratto da https://www.ilsole24ore.com/)

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