Scartabellando negli archivi parrocchiali; raccogliendo racconti e tradizioni.
Episodio dei carbonai.
Ancora nella prima metà del novecento, come nei secoli precedenti, la montagna in alta Val Trebbia/Aveto continuava a vedere il fumo delle carbonaie. Ovunque pennacchi instabili, più o meno intensi, si elevavano dalle selve al cielo, animando l’orizzonte. La carbonaia bruciava per diversi giorni, sorvegliata a vista da esperti professionisti del carbone nascente. La trasformazione delle varie essenze forestali in carbone richiedeva destrezza e competenza: la carbonaia era un’entità viva e delicata. Bastava poco, una svista, atti maldestri, un ritardo… per compromettere tanto lavoro durissimo in sé e in relazione all’ambiente dell’impresa. Il carbone di legna rappresentava uno dei pochi cespiti per molti, nell’endemica povertà dei tempi e dei luoghi. Era molto richiesto nelle città (Genova, Pavia, Piacenza), in quanto indispensabile in cucina ad alimentare i fornelli.
Il carbone di legna è un prodotto leggero, facilmente infiammabile, molto calorifico, prodotto dalla lenta combustione di rami (faggio, quercia, carpine…), in assenza di ossigeno… in una speciale caldaia… la carbonaia, appunto!
Talvolta i carbonai erano residenti dei dintorni, ma molto spesso provenivano da altre regioni italiane (Veneto, Friuli, Trentino, Marche…), spinti dalla povertà endemica dei loro paesi… verso le faggete liguri-emiliane. Nelle selve profonde buie dei nostri monti si ritrovavano a vivere una vita difficilissima, però nella speranza, almeno, di un possibile guadagno. Si spostavano intere famiglie dai nonni ai nipotini. Si costruivano baracche, quale rifugio essenziale. C’erano sempre, al seguito, qualche capretta e qualche gallina per il latte e le uova.
L’episodio che riportiamo ha come sfondo il crinale Boreca/Trebbia, con le foreste che ancora lo caratterizzano.
A quel tempo (anni Venti del secolo scorso), don Pietro Bava, era parroco titolare di Bertone (val Trebbia) e Pizzonero (val Boreca), ambedue in diocesi di Tortona. Il sacerdote era tenuto a celebrare la Messa domenicale in ambedue le sedi, impegno a cui attendeva con il suo tipico scrupolo e puntualità. Un giorno, tornando dall’una all’altra Chiesa, si imbatté in un gruppo di carbonai che lo invitarono alla loro mensa. L’invito prevedeva piatti, definiti prelibati, a base di “anguilla di bosco” eufemismo per “colubro di Esculapio” o “Saettone”, un serpente di notevoli dimensioni, circa 2 m. di lunghezza, diffuso ovunque in montagna, ubiquitario in Europa. Il saettone sa arrampicarsi con destrezza sugli alberi, a caccia di nidi, di uova. Si nutre, in genere, di piccoli roditori e, secondo alcuni, può addirittura essere addomesticato con facilità. E’ nota la sua ingordigia verso il latte, al cui richiamo non sa resistere, osando avventurarsi a succhiarlo tra le mucche al pascolo. In remota antichità aveva rappresentato un riferimento alimentare, e ancora lo rappresentava, purtroppo, tra le due guerre mondiali, specie in situazioni particolarmente difficili e con ben poche alternative.
Non è dato sapere se don Pietro si sia fermato a pranzo.
Secolo XVIII
L’Arciprete di Ottone si reca con il suo cancelliere a Valsigiara al fine di applicare la sentenza del Tribunale Ecclesiastico di Tortona nei riguardi di un tizio ivi residente. L’arciprete di San Marziano di Ottone, Diocesi Tortonese e feudo Doria, sulla riva destra della Trebbia, aveva il titolo di “Signore di Valsigiara”, località sempre in Diocesi di Tortona, ma feudo Centurione, sponda sinistra del fiume. Nella complesso sistema giurisdizionale dei feudi, in epoca medievale e moderna, nel rispetto delle gerarchie e dei diritti, solo l’Arciprete di Ottone, esclusivamente per Valsigiara, poteva essere titolare della funzione di “Esecutore di Giustizia”, comminata da qualsivoglia Ente competente, laico o ecclesiastico.
L’Arciprete tracciò, secondo il mandato, un cerchio intorno alla residenza del condannato con diffida scritta, affissa sulla porta di casa e conclamata ovunque, a superarlo per il periodo di mesi uno e giorni sei sotto minaccia, per inadempienza, di ben più grave condanna: al remo sulle galee genovesi!
Si trattava di una specie di “Arresti domiciliari”, oggi molto praticati, ma già in uso, dunque, secoli fa.
Secolo XVIII
In località Recavanna, microscopico borgo sovrastante Valsigiara, da tempo ridotto a cumolo di macerie a causa dell’instabilità del suolo e conseguente esodo di tutti i suoi abitanti, le poche case erano sottoposte, in quanto riferimento religioso, all’Arcipretura di Ottone. Tutte le case tranne una, anzi mezza! Si trattava di un’abitazione bifamiliare costruita sulla linea di confine che vedeva il primo piano attribuito all’Arcipretura di San Marziano in Ottone ed il secondo al Rettorato di San Lorenzo in Campi. La cosa oggi potrebbe passare inosservata o non rilevante, ma non allora, per una serie di ragioni e conseguenze giuridiche molto importanti, coinvolgenti ogni soggetto a cui erano rivolte. Ad esempio l’obbligo a riferirsi alla propria Chiesa, non ad altra, competente in esclusiva, ai battesimi, ai matrimoni, ai funerali, alle sepolture…
Avvenne che un membro della famiglia del I^ piano, bisticciasse in modo tanto grave ed irreparabile con il suo parroco (l’Arciprete di Ottone), da negargli per sempre saluto e qualsivoglia relazione. Si tramanda che in prossimità della fine della sua vita, “coerente” con le decisioni assunte, ordinasse ai familiari il suo trasferimento al piano sovrastante, sottraendosi di fatto alle competenze burocratico/religiose di Ottone per passare a quelle di Campi, L’Arciprete di Ottone non lo avrebbe più visto, dunque, “né da vivo né da morto”!
Attilio Carboni
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