Le Vasche rupestri dell’Emilia-Romagna

Le vasche rupestri sono incavi presenti nelle rocce, le cui dimensioni comprendono una larghezza di almeno un metro e profondità variabili; esse possono essere singole, plurime oppure definite come “letti” o “troni”, aventi un lato aperto, si trovano generalmente in posizioni isolate, lontano da insediamenti abitativi, sulle sommità di rilievi montuosi, ove era consentito scrutare il cielo (Massimiliano Battistini, “Il fenomeno delle “vasche” rupestri in Italia”, in “Pietralba Indagine multidisciplinare su alcuni manufatti rupestri dell’Alta Valtiberina” a cura di Adriana Moroni Lanfredini e Gian Piero Laurenzi, 2011). Tali testimonianze archeologiche sarebbero connesse ad antichi riti religiosi in relazione al culto delle acque e alle peculiari caratteristiche taumaturgiche delle fonti.  
Nel Comune di Travo sul rilievo ofiolitico della Pietra Perduca, oltre a coppelle di forma circolare, si riscontrano, in cima, alcune vasche singole, percorrendo la scalinata ricavata nella roccia; Italo Pucci sostiene che tali costruzioni sarebbero riconducibili all’Età del Bronzo, segni tangibili dell’esistenza di un santuario preistorico, in cui venivano praticate cerimonie religiose legate al culto delle acque o delle vette (“Culti naturalistici della Liguria antica”, 1997, La Spezia). La valenza sacrale di tale area sarebbe ulteriormente confermata dalla presenza nei pressi della Chiesa dedicata a Sant’ Anna e dalle testimonianze che tramandano l’esistenza di un Tempio romano consacrato alla dea Minerva Medica.  
Per quanto attiene le vasche rupestri della Valmarecchia, in Romagna, nel 1957, Monsignor Luigi Donati menziona un’ara sacrificale dell’epoca romana nei pressi prossimità della Rocca di San Marino, nonché altre simili “a Pennabilli, a San Leo, sul Monte San Marco, nei pressi di Novafeltria, a Torricella e particolar- mente a Monte Fotogno” (Luigi Donati, “Il Monte Titano e il suo Santo”, 1957, San Marino). L’ingegner Antonio Veggiani giunge ad individuare ben 11 siti rupestri (Antonio Veggiani, “Monumenti rupestri nel Montefeltro Marecchiese”, in “Culture figurative e materiali tra Emilia e Marche”, a cura di Paola Delbianco, 1984). La funzione religiosa delle “vasche” è ulteriormente ipotizzata da Marco Renzi (“I culti dimenticati. Sulle tracce del sacro nella cultura litica dell’Appen– nino”, Quaderni di Civiltà Appenninica, “Vie Romee dell’Appennino”, 1998) e Benedetta De Marini (“Luoghi di culto nell’alta Valmarecchia pre-protostorica? Ricognizione archeologica e considera- zioni preliminari”, Studi Montefeltrani, 25, 2004).  
Si ricordano in particolare le vasche multiple di Pennabilli (località Tregenghe), Novafeltria (località Torricella), San Leo (località Tausano, Monte Fotogno), quelle singole a San Leo nei pressi del Duomo e a Montecopiolo (località Monte San Marco), mentre in relazione ai “letti”, si segnala il “Letto di San Paolo” a Maiolo e il “Sedile di San Francesco” a Pennabilli (località San Lorenzo).  
 
Alessandro Rapallini 
 
(Articolo tratto dal N° 13 del 16/04/2026 del settimanale “La Trebbia”) 
(La fotografia della vasca rupestre della Pietra Perduca è di Lorenzo Cattani)

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