La Strage di Rio Boffalora: un doloroso ricordo sulla Statale 45

Precipitarono nel rio Boffalora mentre andavano al lavoro, per poche lire e un sacchetto di riso. Però la loro morte – 12 vite, spezzate il 6 ottobre 1956 come il canto dei mondariso che accompagnava il lungo viaggio su un camion rosso come il sangue versato – non fu vana: la strage di rio Boffalora infatti colpì tanto profondamente le coscienze in tutta Italia da far dire “mai più” alle condizioni di viaggio così insicure, stipati su camion ai quali aggrapparsi per non cadere, coperti solo da un telo. Arrivarono le prime corriere, dopo l’indignazione del Paese che promise la medaglia d’oro ai superstiti (inutile dire che gliene arrivò poi una di bronzo), per portare in sicurezza le decine di giovani dalle povere montagne alle risaie di Vercelli, dove una targa ricorda oggi nella sede dello Spi Cgil quelle croci piantate per sempre nel cuore di Ferriere, della Valdaveto, di Marsaglia, di Bobbio, così come nelle vie dedicate a Piacenza, o al monumento a La Verza nato da una raccolta fondi, o alla lapide al santuario del Pilastro, a Gragnanino. La lapide che ricorda il punto in cui precipitò il “camion della morte”, sulla Statale 45 tra Bobbio e Marsaglia, mostra tutti i volti, sorridenti, di quei ragazzi e di quelle ragazze. E accanto, ora che la strada è stata messa in sicurezza in quella che si chiama per tutti “la curva delle mondine”, si trova un pannello per insegnare a chi si fermi un istante cosa voglia dire morire sul lavoro e in quali condizioni si piegarono bambini (che mentivano spesso sull’età, pur di aiutare le famiglie), ragazzi e giovani donne.
Un insegnamento ancora così tragicamente attuale, con 47 vittime sul lavoro solo dall’inizio dell’anno in Emilia-Romagna e purtroppo una media di otto all’anno nel Piacentino, che sono state ricordate domenica in città, alla giornata Anmil dedicata alle croci bianche. “Per non dimenticare tutte le mondine e i mondariso che si sono recati a lavorare nelle risaie per un sacco di riso e poche lire”, si legge nella nuova stele voluta da Unione montana e città di Bobbio, e che riporta tutti i nomi delle vittime, la storia, il canto composto dal pifferaio Davide Bazzini, con Davide Bardugoni, Raffaele Pollini, Massimo Bardugoni. Dieci le foto di mondine, che provano a sorridere nonostante l’acqua alle ginocchia, tra le bisce e le zanzare, sotto al sole d’estate.
All’inaugurazione, sabato 4 ottobre, erano presenti il sindaco di Bobbio e presidente dell’Unione montana Roberto Pasquali, con i rappresentanti di Ottone, Marsaglia, Cerignale, i Carabinieri, i Vigili del fuoco, gli imprenditori Marco Labirio (anche lui mondariso) e Piero Mozzi, ma soprattutto i sopravvissuti alla strage: Paolo Briggi, cui venne data l’estrema unzione perché tutti lo credevano morto, Gaspare Cervini e Paolo Briggi La Strage di Rio Boffalora: un doloroso ricordo sulla Statale 45 e Gaspare Cervini, che nonostante fosse gravemente ferito tentò di salvare tutti, anche la moglie tanto amata, Maddalena Calamari, che sarebbe rimasta invalida, per sempre.
Sono passati 69 anni ma il trauma sta lì, davanti agli occhi della sorella di Lino Calamari, morto a soli 16 anni, e al fratello dell’alpino Giuseppe Balletti, di 22, che era appena tornato da Bassano del Grappa, in congedo militare. «Lavoravo a Genova, ma tornai a casa per la Madonna del Rosario», ricorda lei. «La casa era vuota. Venni a sapere che erano tutti a Bobbio, perché erano morti mio fratello e mia zia sul camion. Mia sorella e un altro fratello erano gravissimi». «Le cicatrici non sono mai guarite», aggiunge Briggi. L’unico disinfettante possibile fu la benzina. Un dolore atroce. Per le ferite dell’anima non ci fu nulla se non il ricordo, ogni anno dal 1956, e i “mai più” che pochi hanno ascoltato.

Elisa Malacalza

(Articolo tratto dal N° 34 del 16/10/2025 del settimanale “La Trebbia”)

La tragedia della Boffalora

Era il 6 ottobre del 1956, esattamente sessant’anni fa, quando si consumò la più grande disgrazia che abbia mai colpito la val d’Aveto, la tragedia della Boffalora, un episodio di cronaca poco conosciuto o forse troppo presto dimenticato.
Non erano ancora le 5 del pomeriggio di quel triste giorno quando un camion partito la mattina da Ruffinati usciva di strada all’altezza del rio Boffalora, tra San Salvatore e Bobbio, e si inabissava nel Trebbia.
A bordo del camion, oltre all’autista ed al proprietario, vi erano un giovane militare in licenza e nel cassone diciassette lavoratori che si recavano nel vercellese per la campagna della raccolta del riso.
Nel drammatico incidente perirono, oltre alle tre persone presenti nella cabina del “642” rosso, ben nove dei mondini e mondine presenti sul camion: solo cinque passeggeri si salvarono mentre una sesta persona, una ragazza di sedici anni si salvò in quanto arrivò tardi all’appuntamento a Ruffinati.
Chi pagò il tributo più alto in termini di vittime fu Cattaragna con ben cinque morti mentre due furono le vittime provenienti da Marsaglia, due quelle da Sanguineto e una per ciascun paese erano originarie di Torrio, Costa di Curletti e Castelcanafurone.
E’ doveroso celebrare il doloroso anniversario, per non dimenticare, per ricordare i sacrifici dei nostri valligiani che partivano dai loro paesi e si recavano a centinaia di chilometri di distanza a svolgere lavori umili e faticosi in cambio di qualche soldo che gli garantisse migliori condizioni di vita.
E’ giusto ricordare il sacrificio di queste sfortunate persone, per non scordare le nostre origini, per rammentare quanto fosse dura sopravvivere tra le montagne dell’Appennino in quegli anni: basti pensare che le bare delle vittime di Cattaragna furono portate a spalla da Ruffinati al paese d’origine, quattrocentodieci metri di dislivello in salita, senza una strada che permettesse di tributare loro l’ultimo saluto in maniera adeguata.
Ricordo i racconti di Rita, di Carmela, di mia zia Ada e di altre persone di Ascona che mi narravano le loro esperienze nelle risaie della pianura, delle lunghe faticose giornate con i piedi immersi nell’acqua, delle serate in compagnia dei paesani a cantare le loro malinconiche canzoni, il tutto in cambio di un chilo di riso al giorno e qualche soldo.
E’ necessario mantenere vivo il ricordo di quel drammatico giorno, non dimenticare quel 6 ottobre di tanti anni fa perchè in fondo quella tragedia non appartiene solo a Ferriere, ma anche ad Ascona e a tutti i paesi della valle, appartiene a tutte le terre povere e umili che hanno esportato braccia e aiutato a crescere e migliorare questo paese.

Alcune immagini di repertorio della tragedia:

(Testo tratto da https://silvanoromairone.wordpress.com/ )

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