Maddalena Scagnelli e Franco Guglielmetti, la musica che tiene viva la montagna

Una vita “in” musica, “per” la musica e “di” musica, quella di Franco Guglielmetti e Maddalena Scagnelli, sposati da 20 anni e custodi di una bella fetta di tradizione popolare. Sono loro due il “motore” dell’Appennino Festival, rassegna che va avanti da vent’anni e anima non solo l’estate piacentina, ma anche la seconda parte dell’anno. Franco – che suona la fisarmonica e l’organetto – è di Pianadelle, piccolo paese nei dintorni di Pradovera di Farini. Maddalena di dove è? «Il cognome Scagnelli è tipicamente dell’Appennino – risponde lei -. I miei avi vengono dalla Val Perino, tra Pradovera e Cogno San Bassano, e sono cresciuta a Perino, in Valtrebbia. Mi sento sia cittadina – perché qua ho studiato e mi sono formata al Conservatorio – che montana, ho un’anima che si sdoppia». Maddalena – che suona il violino, il pianoforte, la viola e il salterio, ma soprattutto canta – insegna educazione musicale da 28 anni e organizza anche un laboratorio musicale al liceo Gioia. «Viviamo a Rivergaro – racconta – e siamo pendolari tra la città, la Valtrebbia e la Valnure. Tagliamo queste due vallate passando per la Aglio-Perino, passando per Pianadelle e Pradovera».

IL FESTIVAL

«L’Appennino Festival è nato con noi due, 18 anni fa, quando non eravamo ancora sposati. Tutto partì da un evento a Pigazzano, “Poesia e Musica” nella notte di San Lorenzo. Da lì l’idea di programmare un cartellone di eventi, una rassegna. Sono cambiate molte cose da allora: in principio era maggiormente legato alle tradizioni popolari. D’altronde all’epoca la scena italiana era vivace con De Andrè che utilizzava gli strumenti etnici per le sue incisioni come “Creuza de mä”». L’Appennino Festival fotografò così le regioni italiani, ospitando musicisti dal resto del Paese. «Nel corso degli anni abbiamo sviluppato e aiutato i gruppi locali, giovani come Gabriele Dametti che suona il piffero o Carlo Gandolfi che suona molte cornamuse e zampogne tradizionali italiane (dalla Piva dalla Valnure alla surdulina lucana, passando per la müsa)».

QUATTRO TERRITORI DI QUATTRO REGIONI DIVERSE

Poi, la decisione di privilegiare la musica delle “Quattro Province”: il piacentino, l’alessandrino, il genovese e il pavese. «Non solo musica popolare – precisa – anche quella legata alla cultura alta. È una grande sfida organizzare un festival che cambia continuamente sede e coinvolge tutte le valli piacentine, da luglio fino a dicembre, con spettacoli spesso all’aperto. Inoltre, andiamo fuori provincia, e altri vengono a suonare qua con noi». Musica che deriva da quelle medievale, arrivata ai giorni nostri anche grazie ai manoscritti trovati nel monastero di San Colombano. Musica dei trovatori provenzali. «Purtroppo alcuni strumenti non sono sopravvissuti, altri proviamo a mantenerli in auge, come la ghironda che io suono: in Valtaro e nel genovese è molto apprezzata».

Franco e Maddalena fanno anche parte degli Enerbia, un esemble di musicisti uniti dalla passione per queste tradizioni.

Quattro province di quattro regioni diversi: spesso è difficile coinvolgere le istituzioni per organizzare qualcosa di vasto? «Piacenza – prova a rispondere Maddalena – è un territorio di confine, dovrebbe avere la vocazione di saper fare rete anche fuori dall’Emilia. Bisogna far lavorare i comuni insieme, anche senza guardare ai confini provinciali». «Negli anni – prosegue – abbiamo cambiato i nostri indirizzi, portato avanti nuove sinergie. E anche cambiato la modalità di andare ai concerti: negli ultimi tre anni incentiviamo le camminate e il trekking, prima delle nostre esibizioni. Con tutti gli anfiteatri naturali che abbiamo a disposizione…Servono novità, anche particolari. E sfruttiamo la natura: siamo entusiasti della bellezza dei nostri posti. E notiamo che anche i giovani raccolgono la sfida di andare nei luoghi più sconosciuti e lontani del nostro territorio».

LE QUATTRO PROVINCE

Suonando nei territori delle quattro province, ci sono analogie e differenze? «Sicuramente c’è una sensibilità più forte, dal punto di vista del sostegno economico, nei confronti della cultura. I privati ci sono e intervengono eccome, lo vediamo dai più importanti eventi. Forse, sia nel genovese che nell’alessandrino, c’è anche una maggiore attenzione per l’ambiente, con la presenza di più parchi e aree ben conservate e fruite. L’Oltrepo’ pavese è il territorio più simile al nostro, anche loro ci tengono alla cura di vie storiche e camminamenti: via del Sale, via degli Abati, via Francigena». Perché questi territori sono legati? «Il brand è nato dalla musica. I suonatori delle quattro province sono partiti con Franco Guglielmetti e altri, con il recupero del repertorio antico dei nonni. Tanto da vincere, in duo con Stefano Valla, il “Diapason d’oro” in Francia, per un disco di musiche. Hanno ridato notorietà a quel patrimonio, che dagli anni ’80 è stato recuperato. Queste danze delle vallate – che sono uguali o simili da noi come nell’alessandrino o nel monferrino – sono stati così ritrasmessi alle generazioni successive e discendono da una tradizione antica». Maddalena prova a riprendere in mano il filo della storia. «Dalle gighe ai grandi valzer popolari, dai pifferi e alle zampogne si è passati ai violini». Ma anche la piva, la musa (cornamusa), la fisarmonica. E balli come la piana e l’alessandrina. «La fisarmonica – puntualizza – è lo strumento italiano più popolare in Europa, che richiama per forza la socialità». Maddalena è anche fondatrice della “Schola Sancti Columbali”, che organizza diversi eventi a Bobbio. «Cantiamo il repertorio del monastero, c’è un riscontro interessante. Si tratta di dieci giovani musicisti e cantanti piacentini diplomati. È l’inizio di un percorso molto interessante».

VALPERINO, VALTREBBIA E VALBORECA

Ma è così bello il nostro territorio, o siamo di manica larga nei giudizi? «La Trebbia la conosco come le mie tasche, tutto il corso del fiume è entusiasmante. Non ci si stanca mai di scendere nel greto del fiume in tutte le stagioni, tanto c’è sempre una stradina, in ogni punto, che ti conduce. Proprio perché vengo dalla Val Perino il mio luogo del cuore sono le sorgenti del Perino da Pianadelle e Pradovera, Sella dei Generali e la parte che ti porta alla Valtrebbia. Anzi, lo considero il “mio anello d’oro”». Ci sono zone che meriterebbero più pubblicità? Il monte Alfeo, il Lesima, e tutta la Valboreca dovrebbero avere più appeal. In Valboreca ci sono piccoli borghi che rappresentano il cuore delle quattro province. Infatti era originario – da Suzzi – di qui il leggendario pifferaio “Draghino”». «L’Alfeo – prosegue Maddalena – è una piramide che interrompe la Valtrebbia. Mi è capitato di andarci tante volte a piedi, anche in dicembre. Siamo saliti in cima dai campi di Ottone in un primo pomeriggio. Dalla cima, contemporaneamente, abbiamo visto, con determinate condizioni atmosferiche, il mare e la pianura. Da lì abbiamo ammirato una piccola Pietra Parcellara, i monti liguri, la nostra pianura e il mare come una lastra dorata. Una visione, un’epifania. Vorrei poterlo rifare. È un’area selvaggia. Anzi, uno dei posti più selvaggi d’Italia. Siamo a un’ora e un quarto da Piacenza e due ore da Milano: è un luogo magico».

L’ECONOMIA DELLA MONTAGNA

La nostra montagna è forse, economicamente, più depressa delle altre? «L’economia è il problema, sì. Ci sono state scelte negli ultimi 50 anni che non hanno favorito lo sviluppo. La montagna parmense ospita aziende importanti anche nei paesi di montagna. Da noi non c’è neanche mezzo caseificio in Alta Valnure o Alta Valtrebbia, il latte di qualità lo fanno solo in pianura. È un problema di imprenditoria: tutti dobbiamo fare autocritica, perché il tessuto economico altrove è più fitto e costruito con lungimiranza». Però, qua e là, qualche eccezione. Oltre alla spesso citata Bobbio, Maddalena riporta come esempio Travo. «È un paese che cresce, i giovani si trasferiscono qui, perché c’è un’alta qualità della vita, a 25 minuti da Piacenza. Non è un problema la distanza, a Milano 25 minuti li perdi in metropolitana. Ma ci deve essere qualche iniziativa imprenditoriale in più nella zona. Non si può vivere solo di turismo occasionale per le bellezze naturali, ne serve anche uno più culturale, legato parte storica. In tutte le occasioni si può apprezzare l’Appennino e in tutte le stagioni, non solo d’estate». Più eventi legati tra loro ci sono, meglio è. «Sono vent’anni che abbiamo un pubblico lombardo che ci segue nelle nostre valli. Quando le cose sono belle, la gente si muove, non ha paura di spostarsi».

FORESTIERO? GIA’ LA PAROLA NON SUONA BENE…

La differenza la fa l’apertura delle nostre comunità. «Dove c’è chiusura – riflette Maddalena – la gente non torna. Troppe volte quando qualcuno viene da “fuori”, sembra un pericolo. Il “forestiero” non è un estraneo, e non va “spennato”». Così come i paesi e le vallate non possono mettersi in guerra tra loro. «Purtroppo quando si parla di musica, cultura ed eventi, ne vediamo di tutti i colori. Mi viene da dire: collaborate tra frazioni e comuni, non si può andare avanti da soli, bisogna avere più forza. Le comunità sono piccole, non chiudiamoci». Non si può tirare la corda a caso, bisogna andare nella stessa direzione. «Un brand può essere una vallata nel suo complesso, la Valtrebbia o la Valnure, non un solo comune o un paese».

FRANCO GUGLIELMETTI, «CERIMONIERE PROFANO»

Il marito Franco sembrerebbe un nostalgico, invece è solamente una persona che ritiene che sia fondamentale conservare la socialità all’interno di una comunità, comunità che ha bisogno di incontrarsi, di vedersi, di cantare e ballare insieme, per essere «più aperta». Con giovani e “vecchi” che stanno insieme, com’erano tutte le realtà del Piacentino, fino agli anni ’70. Ma molte di queste se lo sono un po’ dimenticato, e poco a poco, muoiono. «Già – riflette la moglie -, Franco è un “cerimoniere profano”, celebra un rito, dà la scintilla a una festa profana che accompagna quelle religiose nei paesi. E quel mondo di pifferai e suonatori, molti vogliono lo conservare perché porta a galla ricordi».

Filippo Mulazzi

https://www.ilpiacenza.it/ (15/09/2019)

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