Antichi laterizi e terrecotte bobbiesi

Prima d’entrare in merito a quanto indicato nel titolo di questa trattazione va premesso che il principale materiale delle costruzioni di Bobbio è stato, fin da tempi remoti, la pietra del fiume Trebbia. Un tempo chiunque poteva avvalersi di questo pietrame senza alcuna limitazione non essendovi – a differenza di oggi – alcuna disposizione che regolasse la cava di materiali dal greto.
Il privilegiare la pietra nelle costruzioni era essenzialmente un fattore economico essendo il materiale (escluso il trasporto) del tutto gratuito, il che spiega il notevole quantitativo di pietre che ha definito l’intero comparto edilizio cittadino. Senza contare quanto utilizzato per il ponte Vecchio e le grandi chiese bobbiesi, si consideri che per la costruzione delle sole mura cittadine se ne dovettero utilizzare circa 8.000 metri cubi.
Più contenuto fu l’uso di pietra arenaria cavata nei dintorni e utilizzata unicamente per gradini, selciati, tamburi e capitelli per pilastri circolari. Era estremamente limitato anche l’uso di pietra verde serpentino, impiegata essenzialmente nel secolo XVIII per elementi decorativi di pregio.
Premessa questa veloce panoramica sui materiali lapidei, il trattare dei laterizi si fa più complesso per la difficoltà di risalire a quando comparvero nel bobbiese i primi manufatti di cottura in argilla. È quasi certo che già in periodo romano questa pratica fosse in uso e benché non si abbiano esempi di murature risalenti a quel periodo, non mancano indizi che la tecnica della terracotta fosse conosciuta e praticata anche nel nostro territorio.
Anni fa l’aratura di un campo sopra Cognolo mise in luce una gran quantità di detriti quasi certamente risalenti al periodo della romanizzazione della Valtrebbia (99-120 d.C.). Altra testimonianza romana fu la scoperta di una serie di anfore per il trasporto di liquidi (oggi al Museo dell’Abbazia) rinvenute nell’800 nel terrazzo fluviale prossimo all’odierno cimitero. Trattasi però di vasi non prodotti in loco ma importati e riutilizzati probabilmente come anfore cinerarie. Di produzione certamente locale sono invece i numerosi tavelloni fittili rinvenuti nella piana del castello e utilizzati per sepolture “alla cappuccina”.
Molte di tali lastre in terracotta furono prodotte anche in epoca più tarda, tanto che molte se ne rinvennero nell’orto del monastero nella zona adiacente all’abside della chiesa dov’era il cimitero monastico. Tali tavelle rettangolari di cm. 40×35 circa – come materiale di reimpiego – furono anche usate a costituire lastre di copertura. Di produzione comunque limitata, molti di questi laterizi riportano simboli o lettere atte a contabilizzare il numero dei pezzi realizzati dal singolo artigiano.
La produzione di veri mattoni per uso edilizio (formati singolarmente con piccole casseforme in legno) seguì per tutto il medioevo ma in quantità alquanto contenuta.
A differenza della pietra, il materiale di cottura prodotto a mano aveva infatti un costo di produzione che ne limitava l’uso ad edifici di qualche rilevanza o a costruzioni di proprietà di una committenza agiata. Da ciò, la scarsa presenza in Bobbio di antichi edifici con facciate in cotto, presenti unicamente nel terziere del Duomo allora centro della vita pubblica. Per tali edifici si nota talvolta la presenza di mattoni di varia dimensione e forma, specie nella costruzione di archi per finestre e portali. Per i pilastri circolari (vedi palazzo Alcarini) sono utilizzati mattoni a profilo curvo, forse formati e cotti unicamente per quel singolo edificio.
Nel novero dei pezzi speciali vanno comprese, oltre ai mattoni di varia volumetria, le formelle decorative che troviamo presenti nelle costruzioni realizzate con facciate in cotto. L’esempio forse più antico è dato da alcuni pezzi, forse del XIII secolo, che riportano motivi floreali a coronamento di un pilastro poligonale della casa posta all’angolo tra la piazza Duomo e la contrada di porta Nova.
A differenza di tale decorazione apparentemente realizzata a mano nella creta, altre numerose formelle di epoca più tarda si evidenziano come prodotte da stampi con motivi plastici di vario genere. Un ricco campionario di tali pezzi decorativi è presente nell’attuale facciata del Duomo a coronamento del rosone e dei due spioventi del cornicione. Possiamo datarli con certezza al 1463 quando fu eretta la nuova facciata della Cattedrale. Formelle decorative in terracotta sono presenti in gran numero anche nella casa all’angolo tra il vicolo dei Peveri (o Parvieri) e la contrada di Porta Nova.
Prodotti da stampi con motivi a rosette, questi decori sono di epoca più tarda (XVI-XVII secolo).
Chiudo questa panoramica sulle terrecotte da ornato ricordando il frammento di una lastra con eleganti lettere gotiche murato in un finestrino di palazzo Malaspina, in fondo alla contrada dell’Ospedale. È l’unico esempio di scrittura su terracotta forse risalente al XIII secolo ma le ridottissime dimensioni del pezzo e le poche lettere leggibili impediscono di conoscere il testo riportato.
In chiusura di questa indagine sui laterizi si pone l’interrogativo su dove fossero le fornaci per la cottura di questi materiali. Lo storico Michele Tosi, riferendosi al toponimo “Fornace”, lo colloca al di là della Trebbia presso il rio Gambado. Penso che quell’impianto di cottura, relativamente più recente, fosse adibito alla produzione di calce ma non è da escludere che vi cuocessero anche laterizi.
In epoca remota si impiantavano primitive fornaci “a catasta” scavate nel terreno non lontane da terreni argillosi. Adibite alla cottura dello stretto necessario di pezzi previsti per un dato lavoro, i siti erano poi abbandonati.

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Dopo queste reminiscenze storiche sulle terrecotte bobbiesi, si può ricordare che – in un’epoca a noi più vicina – una prima moderna fornace per laterizi fu realizzata intorno al 1860 da un coraggioso fornaciaio originario del Canton Ticino. Tale Paolo Bianchi impiantò, al di là del torrente Bobbio in località Valgrana, una fornace a tunnel tipo Hoffmann abbinandola ad una torre per la calcinazione dei calcari.

I prodotti della fornace – per lo più mattoni pieni e coppi – permisero a molte imprese edili bobbiesi di operare nella nostra zona. In seguito, per la concorrenza di una grande fornace per laterizi sorta nel piacentino (RDB), si rese antieconomica la produzione della piccola fornace di Bobbio che chiuse l’attività sul finire del 1950.

Gian Luigi Olmi

(Articolo tratto dal N° 4 del 05/02/2026 del settimanale “La Trebbia”)

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