Nell’alta Val Borbera, tra Cabella Ligure, il monte Giarolo e i boschi dell’Appennino delle Quattro Province, gira una delle leggende più inquietanti della zona: quella del Cangalo, una creatura descritta come metà uomo e metà animale. Non è una fiaba inventata per i turisti, ma una storia nata dalla tradizione orale, tramandata dagli anziani di Piuzzo e delle frazioni vicine. Fa parte di quei miti di montagna che un tempo servivano a dare un senso a paure, rumori notturni e presenze misteriose nei boschi più isolati.
Secondo i racconti, il Cangalo è un essere tozzo e basso, alto circa 80–90 cm, coperto da un pelo rossastro simile a quello di una volpe, con la schiena irsuta e la spina dorsale molto visibile. Ha la testa rotonda e rasata, una bocca grande con denti aguzzi, ed è bipede, velocissimo e capace di lunghi salti, con zampe e “mani” artigliate. Si dice che appaia soprattutto di notte, quando tira vento forte, c’è»» nebbia o infuria un temporale. Gli avvistamenti sono sempre brevi e fugaci: pochi attimi, poi la creatura scompare nel bosco.
La leggenda è stata raccolta in forma più dettagliata nell’estate del 1981, quando alcuni anziani di Piuzzo, frazione di Cabella Ligure in alta Val Borbera, hanno raccontato di strani avvistamenti avvenuti anni prima. Secondo questi racconti il Cangalo si nascondeva tra i boschi e appariva all’improvviso; era considerato pericoloso e carnivoro, e alcune storie parlano del rapimento di cani, visti scomparire mentre la creatura fuggiva a due zampe stringendoli tra le “mani”. Un tempo, per paura, si usava sprangare porte e finestre durante la notte. Non esistono fotografie né impronte certe: solo racconti tramandati di generazione in generazione.
Il Cangalo è legato soprattutto all’alta Val Borbera (provincia di Alessandria), ma la sua “zona d’azione” si estende ai territori limitrofi dell’Appennino delle Quattro Province: Cabella Ligure e la frazione Piuzzo, cuore dei racconti più dettagliati; le zone tra le Grotte di San Ponzo e il monte Penola in Val Curone; le faggete tra Bruggi (Val Curone) e il monte Chiappo; i boschi di castagno tra Oramala (Val di Nizza) e Zavattarello (Val Tidone); e il monte Giarolo (1.473 m), una delle principali vette della Val Borbera, spesso ricordato come parte dello stesso scenario montano “abitato” da esseri misteriosi. Per chi percorre i sentieri di queste valli, la leggenda del Cangalo diventa un modo per riscoprire il lato più oscuro e suggestivo del paesaggio appenninico.
Come molte figure simili dell’arco appenninico, il Cangalo rientra nei miti di montagna che un tempo avevano diverse funzioni: dare un volto alle paure legate ai boschi e all’isolamento, tenere le persone lontane da zone pericolose o poco frequentate di notte, spiegare rumori, ombre e incontri inquietanti in un territorio storicamente poco popolato. Oggi il Cangalo è soprattutto un simbolo del fascino misterioso dell’Appennino delle Quattro Province, un invito a leggere il paesaggio non solo come insieme di vette e sentieri, ma anche come spazio di storie, credenze e immaginario popolare.
Dove: Alta Val Borbera (AL), in particolare Cabella Ligure – Piuzzo, e zone limitrofe tra Val Curone, Val di Nizza e Val Tidone; scenario montano che include il monte Giarolo e il monte Chiappo.
Che cos’è·«: Leggenda locale su una creatura metà uomo e metà animale, nota come Cangalo.
Caratteristiche principali: Basso, peloso, rossastro, bipede, velocissimo, carnivoro; avvistamenti notturni e fugaci.
Origine: Tradizione orale raccolta dagli anziani di Piuzzo, con racconti consolidati già nei primi decenni del Novecento e riproposti negli anni Ottanta.
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