
Letteratura, teatro, musica: tanti linguaggi per dare voce a Vesimo, alla sua tragedia e al suo dolore, ma anche ai suoi progetti.
Domenica 26 luglio, a Bobbio, ho avuto l’onore – in un affollato Auditorium Philippe Daverio – di condurre la presentazione di “Volevamo solo ballare” (edizioni Officine Gutenberg), il libro di Elisa Malacalza che raccoglie numerosi contributi dedicati alla memoria della strage del 20 agosto 1944, quando il cacciabombardiere “Pippo” seminò morte e distruzione nel piccolo paese in comune di Zerba.
Una serata a più voci: dall’introduzione di Giorgia Ragaglia (vicesindaco); all’inquadramento storico di Gianfranco Rossi (presidente della sezione ANPI di Bobbio); al racconto di Marco Ridella (tra gli ideatori – con Alice Lombardelli – del libro e del progetto Vesimo); alla testimonianza di Giovanni Bongioni (in rappresentanza di una delle famiglie intervistate); alle letture del Gruppo Teatrale Quarta Parete; agli intermezzi musicali di Francesco Bomomini (organetto) e di Giovanni Casali (violino). Un mosaico di storie e musiche, che, per una sera, ci ha portati lassù, in Val Boreca, nel “paese del sole”, alle pendici del monte Lesima, dove, una sera d’estate, un gruppo di giovani cercavano solo di ritagliarsi un’ora di normalità nel buio brutale di una guerra, convinti che i monti li avrebbero protetti.
“Un libro di tutti, scritto da tutti”, così lo definisce l’autrice, da sempre attenta al valore della memoria e alla responsabilità del ricordo. Interviste e testimonianze che sono quasi un risarcimento per una strage dimenticata: il giorno dopo, la gente ha dovuto rimboccarsi le maniche, seppellire i morti, tornare alle fatiche di una vita povera ma dignitosa. Di quell’episodio, nessuna traccia nei programmi scolastici, negli anni a venire.
“Non sarà un elenco”, “Il corpo nella coperta”, “Mamma fammi dormire con te (la storia di Pasqualina)”: tante le storie raccolte in questa piccola Spoon River del nostro Appennino. Storie in cui ritorna il ricordo del ruolo, determinante, dell’ospedale di Bobbio, come racconta Rosa: “Tanti bobbiesi portarono aiuti all’ospedale (..). Portavano lenzuola bianche pulite, camicie. Quel che serviva. Bobbio fu un esempio di solidarietà, i feriti erano oltre cinquanta e non avevano nulla”.
“Certe vite in montagna sembrano valere meno se non c’è qualcuno che si fa testimone del ricordo, se non si fa memoria condivisa”, così scrive Giangiacomo Schiavi nella prefazione. La vicenda di Vesimo ci ricorda che la Storia è intreccio di storie individuali, preziose e uniche. Da custodire e raccontare con rispetto.
“Cosa resta di una strage”? Resta un paese in cui le persone non si arrendono all’oblio: resistono: riaprono sentieri; sistemano la chiesa; sognano – insieme – un museo diffuso in un Appennino mai abbandonato.
“Meglio soffrire che dimenticare”: le parole del padre che scende dal Passo del Giovà per riportare a casa, avvolto in una coperta, il corpo della figlia, sono un pugno e una carezza. Perchè “Volevamo solo ballare” non è una storia di morte: è una storia di come si sopravvive alla morte. Perché Vesimo, con la sua storia di povertà, dignità e determinazione, è simbolo di resistenza e di coraggio. Di come una lanterna accesa una sera d’estate del 1944 possa ancora illuminare, dopo oltre 80 anni, un presente confuso e inquieto.
Domenica, 21 agosto, a Vesimo sarà inaugurato il museo diffuso fatto di pannelli illustrativi realizzati grazie ai proventi del libro. Grazie ad essi, la memoria guiderà i passi dei visitatori e degli abitanti nelle strade del paese.
Le parole del presidente Mattarella, incise sul segnalibro donato ai presenti, ricordano l’inutilità e l’assurdità delle guerre che mietono vittime incolpevoli e innocenti. Come le vite dei giovani di Vezimo che volevano solo ballare e, invece, persero la vita, quella sera di agosto. 32 nomi, letti alla fine dell’incontro, in un silenzio commosso e partecipe.
“Vesimo, torna a ballare; non smettere di farlo”. Per chi non c’è più, per l’Appennino, per tutti noi.
Anna Leonida

Screenshot
Il Progetto Vezimo è un percorso di memoria e di museo diffuso, a cui si può contribuire acquistando il libro, oppure inviando informazioni e testimonianze (elisa. malacalza@liberta.it , 0523393931, profilo Instagram: @pilloledivalboreca)
(Articolo tratto dal N° 28 del 06/08/2026 del settimanale “La Trebbia”)
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