Il terrazzamento della nostra montagna

Mi raccontavano antichi abilissimi muratori della pietra (Molinelli Antonio di La Cà, Losio Andrea di Cerreto, Duilio Bergamini di Rovereto, Canevari Massimo e Quinto di Orezzoli, Cerrone Silvio di Aglio di Campi…), che non raramente trovare la pietra giusta o tentare di renderla tale, richiedeva molto tempo di paziente ricerca e lavoro di adeguamento. Prove, riprove, ripensamenti e collaudi. Il tutto sarebbe stato poi sottoposto al giudizio della cittadinanza che esercitava inesorabile il suo diritto di critica e poteva esprimere osservazioni, apprezzamento o biasimo a cui gli artefici del lavoro, sotto severo giudizio continuativo, erano molto sensibili. Per non parlare degli abitanti di paesi limitrofi, pronti a trovare il pelo nell’uovo nelle faccende del vicino, pur di esaltare le cose della loro comunità, cogliendo al volo eventuali propizie occasioni. Sarebbe bastato un piccolo errore, un’incongruenza, una leggerezza, qualche approssimazione… per compromettere l’immagine non solo del muro, ma dell’intero paese d’appartenenza e di tutta la sua gente.
Gente e paesi, dunque, in una gara continua fra tutti e con tutti, a fare sempre meglio, sempre di più. Al fine di mettere sotto il sole manufatti in cui la forza sposata alla bellezza avrebbe generato l’utile, l’opportuno, il piacevole…
Gli antichi utilizzando la pietra scrivevano opere di bellissima poesia e di grande prosa: pietre al posto delle parole, ma sempre con rigida ortografia, grammatica, sintassi. Sviluppo di procedimenti, suggeriti dalla tradizione, individuali e collettivi, di altissimo livello architettonico. Procedimenti suggeriti dall’estro artistico di chi viveva a contatto quotidiano con i miracoli della natura e della Fede. Unione di intenti, di famiglie e comunità associate da scopi condivisi. Piena realizzazione di uno spirito creativo che sa realizzare cose utili e piacevoli, per sé ., per i suoi, per quelli che seguiranno. Uso disinvolto della mano, il più prezioso strumento di lavoro disponibile, guidato dal miglior computer possibile: una mente ben impostata, capace di intravedere il risultato pratico ottimale tra gli innumerevoli risultati teorici, molto prima della sua realizzazione e puntualmente realizzarlo. Religione del fare, chiara determinazione, spirito indomito.
Così sono sorti i terrazzamenti della montagna. Così, inoltre, applicandosi con la massima finezza, campanili stupendi, Chiese, case, strade, ponti, portici… Sempre desteranno ammirazione profonda il campanile della Chiesa di San Lorenzo in Campi, di San Terenziano a Rezzoaglio, del Duomo e dell’Abbazia di San Colombano a Bobbio, di Santo Stefano nell’omonima Chiesa della Val d’Aveto. …

Invito i lettori ad una passeggiata lungo gli antichi sentieri e le mulattiere delle nostre montagne: potranno osservare quanto sopra descritto, onorando nel contempo tanti anonimi operatori di efficienza e di grazia. E’ sufficiente risalire il Boreca (parte iniziale), per farsene un’idea, (passeggiata facile, possibile ad intere famiglie)! Non si potrà che essere ammirati e stupiti guardandosi intorno, verso la sponda di Tartago, il versante di Zerba. Oppure recandosi presso le “scalinate” di Orezzoli, i ripiani sottostanti Cattaragna, in Val d’Aveto; le “terrazze” che si affacciano sul torrente Ventra, Croce, Terrenzone, Avagnone, Senga… I grandi muri di contenimento presso la frazione Bertone… Anche la nostra val Trebbia/Aveto ha le sue “piramidi”, i suoi “giardini pensili”, i suoi “colossi di Rodi”, costruzioni Maia, Azteche, Incas … a pochi Km da Genova, Piacenza, Milano….

Il pugno d’erba strappato alle fasce, ai terrazzamenti, il campetto di grano… non arricchivano di certo; ma erano indispensabili alla sopravvivenza del nucleo familiare. Necessari per “passare” in una parte migliore dell’anno, fuori dalla stagione meno propizia. La lunga stagione del ghiaccio e della neve (da novembre a febbraio). In tutta Europa, un detto ovunque diffuso, ricordava: “in inverno mal mi penso, d’estate ben mi vedo”. E ciò valeva soprattutto per la nostra montagna dove “Pani e panni non erano mai sufficienti”. Dove la nostra gente, spesso, poteva disporre soltanto di zappa e vanga per dissodare la terra e predisporla alla seminagione. Non tutte le terrazze, infatti, consentivano l’accesso al bue, con l’aratro e l’erpice. Non tutti i contadini potevano mantenere una coppia di buoi. Disagio e malessere così verbalmente rappresentato: “Sarebbe meglio poter dire “Va là” (rivolto ai buoi aggiogati per l’aratura), piuttosto che “ahimè”, lamentato, senza alternative, dal povero solitario zappatore. Pur nella prospettiva, in un caso e nell’altro, di sofferto raccolto. Un raccolto grondante di indicibile fatica. Fatica e tribolazione di uomini, di animali.

L’esodo della nostra gente verso la città ha spopolato la montagna, ma le muraglie di contenimento dei terrapieni, la capacità di servirsi della pietra o di squadrarla, rendendola funzionale e piacevole, rimangono il più realistico e grandioso monumento al lavoro, alle fatiche, all’intelligenza… degli antenati. Una meravigliosa eredità. Speriamo che i discendenti vedano e si regolino!

Attilio Carboni

(Articolo tratto dal N° 9 del 01/03/2012 del settimanale “La Trebbia”)
(La foto rappresenta i terrazzamenti di Tartago (Zerba PC) ed è tratta da https://www.treccani.it)

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