
Un tempo, in Appennino, la falce, “a Scuriatta”, era più di un attrezzo: era una compagna di lavoro e di vita.
All’alba, quando i prati ancora brillavano di rugiada, il falciatore scendeva nel silenzio del monte, e il suono del ferro che fendeva l’erba segnava il ritmo del giorno.
Alla cintura portava la coda, a “cua”, una piccola custodia piena d’acqua, fatta di legno o di corna di vacca.
Dentro vi riposava la pietra d’affilatura, immersa per restare fresca, pronta a risvegliare il filo della lama.
Di tanto in tanto, un gesto, un suono chiaro — scià scià — e la falce tornava viva, lucente come un raggio di sole.
Quando il filo si consumava, si cercava un punto di terra compatta, si piantava la piccola incudine battifalce, e lì, con tocchi leggeri di martello, si “batteva” la falce.
Non era un colpo di forza, ma di misura e pazienza: il metallo si stendeva, si assottigliava, si preparava a un nuovo giorno di fatica.
L’erba tagliata veniva rivoltata e seccata al sole: diventava fieno, tesoro prezioso per l’inverno, quando i prati dormivano sotto la neve e le stalle si riempivano dell’odore caldo del foraggio.
Ogni manciata significava vita per le bestie, latte per la famiglia, continuità per l’anno a venire.
Ogni segno, ogni suono, ogni strumento raccontava un sapere antico:
il rispetto per il lavoro, per la terra, e per gli oggetti che duravano una vita.
Oggi restano come memoria silenziosa di un mondo che non gridava, ma sapeva ascoltare il canto dell’erba tagliata.
(Grazie a Giorgio Zuffi al quale ho rubato questi scatti in casa sua).
Michele Ravera
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