Il Santuario di Montebruno (Genova)
Pur trovandosi al di fuori non solo degli attuali confini dell’Emilia ma anche di quelli della ex diocesi di Bobbio, il Santuario di Montebruno, nel corso dei secoli, è sempre stato, per gli abitanti della valle del Trebbia ligure, un punto di riferimento essenziale sia per la vita religiosa che per quello culturale.
Nel Medioevo Montebruno si presenta come feudo imperiale assegnato ai Malaspina poi ai Fieschi fino al 1547, anno in cui passa ai Doria.
La storia parte più da lontano e precisamente dal 1291, anno in cui viene attestata la presenza di una cappella intitolata alla Madonna. Nel 1486 si ha notizia della costruzione di un edificio sacro e di un convento annesso (pare essere presente non lontano dall’eremo anche un ospedale ossia ospizio) ove si insedia un gruppo di monaci dell’Ordine degli Eremitani Riformati di Sant’Agostino.
Alla guida di questi frati è padre Battista Poggi, che dopo aver trascorso vari anni nel convento di Santa Maria della Cella a Sanpierdarena, dove gli Agostiniani Riformati sono presenti sin dal 1444, si fa promotore di espansione dell’ordine in Liguria; questi fonda nel 1472 il convento di Santa Maria della Consolazione a Genova e realizza altri complessi monastici (Pieve di Teco, Ceva e Rapallo) arrivando anche a Montebruno.
Nell’anno 1478 la piccola chiesa di Montebruno assurge a rango di santuario. Un giovane pastorello, muto, mentre prega nel “bosco del merlo”, alla vista della Beata Vergine Maria “la celeste apparizione accenna poi di addentrarsi nel bosco, dove l’anonimo veggente trova sui rami di un faggio un’effige mariana, circonfusa di raggi luminosi”, riacquista miracolosamente la parola per poi annunciare alla popolazione di Montebruno il lieto evento.
L’avvenimento miracoloso diviene subito mèta di pellegrinaggi dai villaggi vicini e lontani. La sola presenza di un sacerdote, per una moltitudine di devoti e per una popolazione enormemente accresciuta, non è più sufficiente e quindi si auspica la presenza di un gruppo di monaci e la scelta cade sugli Agostiniani.
Il carisma eremitico dei monaci di Sant’Agostino viene subito riconosciuto a tal punto che “tutti rimangono positivamente impressionati da questi religiosi così zelanti, modesti, austeri nella vita e disponibili sempre alla spirituale assistenza dei fedeli”.
Il 26 agosto 1486, con apposito decreto, papa Innocenzo VIII concede la fondazione del convento di Montebruno. La presenza costante di una comunità agostiniana trasforma presto la piccola chiesa in santuario, complesso architettonico che risulta terminato prima del 1650. Nonostante la chiusura dei piccoli conventi (per evitare la soppressione era necessaria la presenza di un numero minimo di sei religiosi) voluta da Papa Innocenzo X nel 1652, quello di Montebruno non viene messo in discussione. Altri istituti monastici (S. Nicola a Bobbio e S. Nicola a Millesimo) seguono le direttive pontificie e vengono definitivamente chiusi.
La chiesa di San Nicola (Bobbio)
I monaci Agostiniani a Bobbio sono presenti già nel ‘600. Prospicente la contrada dell’Ospedale gli Eremitani, giunti dal Santuario di Montebruno, chiamati dal vescovo Camillo Aulari, nel 1604, costruiscono la Chiesa di San Nicola da Tolentino; accanto a questa viene edificato il convento, dove i religiosi risiedono dal 1620 al 1652.
In questo stesso anno (complice la chiusura dei piccoli conventi secondo la disposizione pontificia di Innocenzo X) i monaci cedono chiesa e convento al vescovo Alessandro Porro. Il Presule bobbiese decide inizialmente di utilizzare l’edificio per ospitare il seminario diocesano ma successivamente opta per l’erezione di un nuovo seminario presso la Cattedrale, negli spazi degli edifici canonicali in parte cadenti. Con l’avvento della Rivoluzione francese il Seminario viene chiuso e riaperto solo nel 1820 dal vescovo Isaia Volpi.
Nel 1838 Antonio Maria Gianelli viene nominato Vescovo della Diocesi di Bobbio; al suo seguito arrivano dalla Casa Madre di Chiavari anche le suore dell’Ordine delle Figlie di Maria Santissima dell’Orto, note come suore Gianelline, che il vescovo colloca nella chiesa di San Nicola e nell’ospedale vescovile.
L’impegno delle mona- che si concretizza sino alla metà degli anni Set- tanta del secolo scorso, nella gestione dell’Asilo Infantile “Umberto I” nei locali della chiesa di San Nicola e nella conduzione del Collegio femminile in Piazza San Colombano. Le suore esercitano pure il loro ministero nella cura degli anziani dando ospitalità nella loro Casa del Pellegrino.
Il Santuario di Sant’Agostino (Coli)
La storia bobbiese ci dice che i monaci Agostiniani assumono un ruolo importante anche a livello diocesano. Il vescovo Francesco Maria Abbiati, agostiniano, pone mano, nel 1624, alla costruzione dell’Oratorio di Sant’Agostino, in territorio di Coli, terreno di proprietà della Mensa vescovile.
L’Oratorio di Sant’Agostino è un antico edificio dell’XI secolo, manufatto posizionato su un vecchio tracciato del “Caminus Genuae”.
L’antica costruzione, sperduta in una vasta zona boschiva e ricca di storia e di fascino medie- vale, conserva un’epigrafe che sintetizza una breve cronistoria: “… Al Divo Agostino Vescovo e Dottore. Francesco Maria Abbiati Vescovo di Bobbio e Conte aveva eretto nel 1624, Gaspare Lancellotto Birago restaurò nel 1753, Pier Giuseppe Vaggi successore dei Vescovi sullo- dati curò che fosse rimesso a nuovo l’anno 1856”.
Costruito per volere del vescovo di Bobbio, Abbiati, secondo il progetto originario, l’impianto della costruzione doveva essere molto più ampio rispetto a quello attuale. La prima pietra viene posta il 28 agosto 1622, festa di Sant’Agostino: da qui deriva verosimilmente la scelta della dedicazione del luogo di culto al Santo di Ippona.
I lavori vengono interrotti nel 1629 a causa dell’epidemia di peste. Occorre arrivare agli anni successivi il ‘900 per trovare opere di amplia- mento e di ricostruzione del piccolo santuario; la nuova facciata con statua in marmo è datata 1968.
La tradizione indica che la festa del santo ancora oggi viene celebrata annualmente sul posto richiamando molti pellegrini.
Pietro Scottini
(Articolo tratto dal N° 15 del 30 aprile 2026 del settimanale “La Trebbia”)
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