Suzzi è un altro mondo. E’ il castello di Frozen in inverno dove i muri di ghiaccio sigillano le strade chiudendo il paese da novembre a maggio (“A noi va bene, non ci arrivano i ladri”), ma è anche i prati dove le vacche, più sacre delle preghiere, girano tra gli abitanti e i muri in pietra in estate. “Sono importantissime, loro, tengono puliti i terreni che affittiamo agli allevatori”.
Neppure Heidi riesce pero ad abitare più qui: le fiabe non salvano dal declino. E il lieto fine si fatica anche solo a immaginare. Perché Suzzi è un altro mondo, che muore ogni giorno.
“Quando chiude una casa non riapre più”, dicono i custodi emigrati in città, col cuore sempre in questa terra alta, dove “quando muore qualcuno sembra venga giù un pezzo di montagna”, aggiunge Armando Toscanini, arrivato in redazione da Genova con un foglio in una mano di disperate richieste della gente dell’Alta Valboreca e, nell’altra, un libro di foto in bianco e nero. “Per provare a salvare almeno i ricordi”. Suzzi com Artana, Bogli, Belnome, Pizzonero, rischia l’estinzione più dell’orso polare. Al centro dei monti, irraggiungibile per gli inesperti (la strada passa a 1400 metri e scorre accanto a uno strapiombo di 300 senza guardrail), l’Enel portò qui i pali della luce nel 1984. Avete letto bene, 1984, quando altrove invece già si giocava a Tetris o si accendeva il primo McIntosh. “Sì, era il 1984, non il 1884”, ribadisce Toscanini, il cognome della stragrande maggioranza della gente della valle e del nonno del direttore d’orchestra più ribelle, cocciuto, geniale e celebre al mondo.
“Questi sono luoghi di storia e di storie. A Suzzi dormì la notte di Natale del 1944 il partigiano beato Bisagno, Aldo Gastaldi. Il protagonista della Resistenza. E che dire di chi riposa al camposanto e da Suzzi fu mandato a morire nella guerra di Crimea?”, prosegue Armando.
La realtà di oggi è meno gloriosa: chi tiene in vita il paese di frontiera lo fa pagando utenze e tasse per 12 mesi (Anche se il paese è aperto cinque-sei mesi l’anno) “e lo si fa volentieri se serve a Suzzi, però da soli non ce la facciamo”.
Gli abitanti, discendenti dei suzzini che qui fino agli anni Settanta anno vissuto e faticato tutto l’anno – hanno realizzato una piazzola per elisoccorso diurno su terreno privato, hanno pagato di tasca loro le manutenzioni della strada che costruirono negli anni Sessanta (prima si andava solo coi muli) sette volenterosi. Però da soli non ce la si fa sempre. “Siamo andati a Bologna in Regione. Siamo andati a Ottone in Comune. Chiediamo se qualcuno abbia l’intenzione di aiutare l’Alta Valboreca… Vorremmo un incontro pubblico sul futuro di questa terra, con tutti gli enti coinvolti”.
In estate si contano anche 80 persone. Qualcuno si arrampica sul sentiero del Postino, o arriva per San Bartolomeo. Per Suzziland, in agosto, è arrivata anche gente da Berlino: sono però sprazzi di luce nel buio. Non salvano il paese: “Per salvarlo serve Internet, serve la telefonia che “prenda”, servono le strade sicure. Negli ultimi anni solo per queste ultime abbiamo speso 20mila euro” incalza Armando. Per potere usare il telefonino gli abitanti si sono dovuti nuovamente autotassare, tra antenne private e reti. Il treno del Pnrr è passato e non si è mai fermato in Alta Valboreca: eppure, almeno sognare non avrebbe avuto costo. Sognare un sistema di eliporti, di droni per portare la spesa, chissà”.
“In Regione ci hanno raccontato di chi,in Alta Valnure, vende la legna a Leroy Merlin per sopravvivere. Ma qui neppure i camion arrivano…”. E l’osteria è chiusa da chissà quanto, pensare a un B&B è impossibile perché non rientra nei parametri, con la strada sterrata: “Ovvio che se uno arriva in paese e chiede un panino glielo facciamo volentieri”, sorride Armando, che quando riapre il paesino passa settimane a lavorare, con gli altri, per tagliare l’erba troppo alta, per guardare come sono ridotte le case, tra i ghiri, i lupi o i topi. “Non è villeggiatura, quando arrivi devi ricostruire il campo da bocce, il campo per giocare a pallone, tutto. E’ una missione”.
A Suzzi nel 1944 gli abitanti usarono i rottami del Wellington per costruire una centralina ed avere energia elettrica: fu un capolavoro di ingegneria. “Così guardai lo sbarco sulla Luna in tv, collegata alla batteria di un’auto, seduto in un prato, con tutto il paese” ricorda Armando, con gli occhi di quel bambino del 1969.
Dei suoi nonni e zii ricorda la vita di sussistenza, i sacrifici, i bambini che venivano mandati a fare i vaccari. “Ognuno riconosceva la campana della propria mucca . Incredibile”. Chi emigrò in America e mandò al paese i soldi per fare un ponte: per questo ancora oggi si chiama “ponte degli americani”. Ci si trova lì in estate, o al ballo, e le serate sono sempre le stesse, si gioca a scopone, o ci si racconta le storie sempre uguali, che fanno ridere o piangere, ma fanno stare bene, insieme. Questo è il senso di appartenenza. Questo.” Lo si vede alla partita di bocce che da 66 anni si svolge anche sotto l’acqua torrenziale ogni estate. “Ma siamo sempre meno, anche lì”. Però che sogno Suzzi: “A Suzzi è così. Non c’è niente ma c’è tutto”. Possibile che nessuno voglia salvare Suzzi con loro?
Elisa Malacalza
(Articolo tratto dal quotidiano “Libertà” del 26/03/2025)
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