Fienili a tetto mobile della val d’Aveto, via alle ricostruzioni nell’entroterra

Li chiamano barchi perché probabilmente – cosi si racconta -il tetto in segale assomiglia a una barca rovesciata. Il suo singolare è barco anche se all’inizio forse il nome usato era al femminile: barca.

Di certo il mare c’entra poco. Qui slamo in montagna, val d’Aveto. Un tempo tra Rezzoaglio e Santo Stefano di questi barchi ce n’erano tantissimi. Oggi sono solo tre. Non hanno più la funzione originale di fienile aperto e ben coperto, ma all’occorrenza sono utilissimi come riparo magari da temporali improvvisi.

Già, perche forse non tutti sanno che un tetto di segale è molto impermeabile. Un tempo (quando le condizioni climatiche erano differenti) questi manufatti resistevano anche alla neve. Nuova destinazione d’uso, dunque, rispetto al passato, ma anche simbolo della valle. Ecco perché da qualche tempo le amministrazioni locali hanno deciso dì riproporli.

AL PASSO DELLA FORCELLA
Nel 2017 il Parco dell’Aveto aveva recuperato il barco al passo della Forcella. Qualche giorno fa i lavori commissionati dal Comune di Rezzoaglio alla ditta Pastorini si sono conclusi a Farfanosa. Qui, in un’area molto frequentata dai turisti, vicino al torrente Aveto, i barchi sono tornati a essere due.

Lo erano già prima, ma nel 2015 il corso d’acqua era straripato trascinandone via uno. “Quattro pali che tecnicamente si chiamano antenne su cui scorre un tetto mobile di segale -spiega Sandro Sbarbaro, storico locale -. Il fieno tagliato in estate veniva coperto con il tetto di paglia. Poi nei mesi successivi il fieno veniva usato come foraggio, ma il tetto scendeva con il diminuire del cumulo: semplice ma ingegnoso. Ne esisteva anche un altro tipo, chiamato fegna: un palo centrale attorno a cui si ammucchiava il fieno e, sopra, un tettuccio».

L’AIA DI SBARBARI
«A Sbarbari, attorno a quella che si chiamava l’aia, c’erano sei o sette barchi -continua Sbarbaro -. Ma dagli anni Settanta la crisi dell agricoltura e dell’allevamento ha fratto scomparire anche queste strutture tipiche. Sono contento che siano tornati, io stesso ne ho caldeggiato il ritorno. Sono un simbolo, raccontano la storia dì questa volle anche se non sono nati qui». «Va detto, però, che i depositari della tecnica di costruzione sono rimasti pochissimi. Gli ultimi maestri sono Giuseppe Tosi di Gavadi e Guido Campomenosi di Roncolongo. Sono loro che avevano rimesso in piedi i nuovi barchi. Oggi a occuparsene è Fulvio Postorìni, impresario locale: «Ho imparato da loro- spiega» -. Anzi, Giuseppe una piccola mano ce l’ha data anche per il barco rimesso su a Farfanosa».

Al di là del tetto mobile, la caratteristica curiosa dì questi manufatti é la copertura di segale: «Non è a chilometro zero, l’abbiamo presa in Francia – dice -, dove ci sono alcune attività  che producono segale proprio per questo scopo. In valle sono rimasti in pochi a coltivarla. E comunque per i barchi andrebbe raccolta prima della maturazione, non tanto per una questione di resistenza, quanto perché se i topi si accorgono che c’è il frutto diventano voraci. Poi che sia lunga, più di un metro e mezzo almeno».

«TECNICHE DA DIVULGARE»
Un barco, però, potrebbe tirarne un altro. L’idea dì realizzarne nuovi per confermare la tradizione ci sarebbe anche. “Meglio costruirli in zone molto frequentate non solo per farli vedere ma anche perché c’è meno rischio che vengano danneggiati», dice Sbarbaro. Fulvio Pastorini è avvisato. «Sarebbe bello, però, che queste tecniche fossero conosciute anche dai giovani – dice Pastorini -. Per l’ultimo barco mi sono portato mio figlio. Vediamo se per caso si appassiona a questa soluzione antica. Altri interessati? Perché no? In fondo non è fantasia, ma la storia della nostra valle»

Italo Vallebella

Articolo tratto da “Il Secolo XIX”

1 commento finora

Edgardo Berticelli Pubblicato il20:51 - Aprile 10, 2024

Bravi! Vera antropologia. Da imitare! Grazie.

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