E’ Cegni la “piccola Svizzera” della Valle Staffora

Non sono tanto i numeri quanto lo stile di vita e le dinamiche che lo regolano a rendere il piccolo borgo di Cegni un posto fuori dal tempo e dalle mode, che è stato in grado di svincolarsi persino dalla morsa dello spopolamento che stritola queste zone. Nel cuore dell’Alto Oltrepò, a circa 800 metri di altitudine, abbarbicato sulle pendici del monte Bogleglio, questa piccola frazione di Santa Margherita Staffora si distingue per la qualità e ritmi di vita. L’ordine e il senso di quiete che trasmettono le geometrie rassicuranti delle case con le pareti in pietra vista e la pulizia dei sentieri che percorrono il paese fanno pensare ad una sorta di “piccola Svizzera”. Cegni è conosciuta soprattutto per il Carnevale Bianco estivo e la falegnameria Zanocco, entrambi custodi di una tradizione secolare che mantiene intatto il suo carattere generazione dopo generazione. Andrea Zanocco, che della dinastia di falegnami è uno degli eredi, ci racconta cosa significa vivere e lavorare da queste parti. «D’inverno durante la settimana siamo in 37 residenti, una decina sotto i 60 anni, di cui due bambini che vanno a scuola a Varzi» spiega Andrea. «Nei weekend invece arriviamo quasi sempre ad essere una sessantina, grazie ai villeggianti. Il paese è piccolo ma non si fa mancare nulla: oltre alla falegnameria, che con il via vai di clienti detta un po’ il ritmo, abbiamo un negozio di alimentari, il Bar Ca’ del Jack che è il fulcro della vita sociale e un allevamento di mucche da carne nei pascoli sulle pendici del Bogleglio gestito da una cooperativa».

Zanocco che cosa rende Cegni un paese “vivo” anche nei mesi invernali, rispetto ad altri della vallata?

«Credo il fatto che siamo una piccola comunità molto unita, tutti contribuiscono a mantenere pulito e collaboriamo molto tra noi. Poi manteniamo vivo lo spirito di gruppo portando avanti l’usanza di trovarsi tutti al Bar il sabato sera e la domenica mattina, dopo la messa, per fare aperitivo tutti insieme».

Intende tutti i residenti?

«In pratica sì, è un’usanza che va avanti da parecchio».

Stiamo andando verso la bella stagione, come cambia il volto del paese in estate?

«Diciamo che rispetto al passato oggi per estate intendiamo il mese d’agosto. Non c’è più la generazione dei nonni e nipoti che venivano su finita la scuola e tornavano a casa a settembre. Quei ragazzi sono cresciuti e i nonni invecchiati. Ad ogni modo in agosto la popolazione triplica, raggiungiamo le 250 persone».

Il paese deve il grosso della sua fama al Carnevale Bianco. Può spiegarci come è nata questa tradizione?

«è nata 45 anni fa. Prima si festeggiava solo il carnevale tradizionale con la festa il martedì grasso, a febbraio, però trattandosi di un giorno infrasettimanale, con il calo della popolazione (fino agli anni ’50 Cegni contava circa 300 abitanti) la festa ha perso progressivamente di attrattività. Si è così provato a spostarlo in estate, il 16 agosto, che è il giorno dopo la festa del paese, ed ha avuto successo».

Oggi è una vera istituzione, che richiama visitatori e curiosi da ogni dove. Come si svolge la festa?

«Tutto ruota intorno alla tradizione di ballare e suonare spostandosi attraverso le aie del paese, dove gli abitanti offrono ravioli, frittelle, biscotti e prodotti fatti in casa. Il cuore della tradizione è la rievocazione storica della vicenda legata alla “pòvradòna” (la “povera donna” in dialetto ndr) costretta a sposare un uomo brutto che non ama. Ci sono le due maschere, appunto quella del “brutto” e della donna, sempre impersonati da due uomini, che portano in giro per il paese questa sorta di spettacolo itinerante, rigorosamente accompagnato da piffero e fisarmonica. Ogni estate vengono centinaia di persone, qualcuno addirittura da Francia e Belgio».

Cegni è conosciuta anche per il forte legame con la tradizione musicale delle “Quattro Province”. Piffero, fisarmonica e danze che si rinnovano di anno in anno ad ogni evento. Come si tramandano certe ritualità?

«Di generazione in generazione. I ragazzi più giovani la imparano dai più anziani e portano avanti la tradizione. Ogni anno c’è qualche bimbo nuovo che entra nel gruppo e impara le nostre danze. Per quanto riguarda il piffero originariamente era accompagnato dalla musa, che la fisarmonica ha soppiantato nel dopoguerra. Per un certo periodo si suonò in trio, poi la musa andò scomparendo anche se ora qualcuno sta iniziando a reintrodurla».

Quali sono le danze tipiche?

«Monferrina e Giga sono le più conosciute qui. La Monferrina è una danza di gruppo tipica che si fa mettendosi in cerchio composto da coppie uomo donna. Nella prima parte ci si tiene per mano girando, poi ci si ferma e si balla in coppia sul posto, per poi riprendersi per mano, fare un nuovo giro e cambiando il partner. La Giga invece può essere a due o a quattro. Nel primo caso ci sono un uomo e due ragazze che, tenendosi per mano avanzano in mezzo al ballo, poi l’uomo si divide tra le due donne, ballando a turno con l’una e con l’altra. Nella giga a quattro avviene la stessa cosa, ma con due uomini e quattro donne».

Ballano tutti o solo gli autoctoni?

«Da qualche anno la cosa si sta allargando, coinvolgiamo anche il pubblico».

Una delle particolarità del paese, si vedono percorrendo la strada sull’altro versante della Valle, sono le cantine “a schiera” nella parte bassa del borgo. Qual è il loro utilizzo?

«Qui ogni famiglia ha la sua piccola cantina con un vitigno collegato. Si tratta in pratica di casette costruite su due piani con una parte interrata dove si tenevano le botti per il vino, che veniva pigiato al piano superiore. Oggi si usano d’estate per merende o pranzi. Recentemente è nata l’idea di utilizzarle nell’ambito di un progetto turistico: vorremmo creare dei punti di riferimento in zona per offrire ai visitatori un percorso itinerante. Queste piccole cantine hanno un grande fascino, sono tante piccole casette in fila con davanti la loro piccola vigna. L’idea rientra nel progetto di creare un circuito che possa aiutare a far conoscere questi territori creando una rete turistica».

 Christian Draghi

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(Fotografia di Giuseppe Milasi)

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