Una ricerca storica sulla chiesa parrocchiale di San Marziano di Ottone

La Chiesa parrocchiale di San Marziano in Ottone, provincia di Piacenza ai confini con il genovesato, è da qualche mese chiusa al culto. Crepe in facciata e crolli di intonaco all’interno, con coinvolgimento e danni a importanti affreschi nell’intradosso, hanno determinato la triste decisione. L’interdizione della parrocchiale al pubblico priva la cittadinanza della propria Chiesa. La situazione di precarietà dell’antico edificio preoccupa per le emergenze architettoniche ed artistiche che ne derivano, in fatto e prospettiva. Il presente articolo tende a richiamare l’attenzione di Enti e persone sulla vicenda, attraverso l’esposizione essenziale della storia artistica, civile e sociale dell’importante “Pieve” dell’alta Val Trebbia piacentina. Una Chiesa/gioiello di altissimo profilo, in quanto espressione di puro stile “barocchetto genovese”; contenitore straordinario di meraviglie d’arte sacra; sfondo a testimonianze e retaggi di cui alle “4 Regioni”, aventi in Ottone incontro, intreccio e cospicuo riferimento.
L’attuale Chiesa parrocchiale di Ottone, dedicata a San Marziano (I/II secolo), vescovo e martire tortonese, evangelizzatore dell’omonimo agro, viene costruita sul limitare del XVII secolo:
“L’anno 1690 io P. Pellegrino Balzarino, quondam Giovanni Mario, fui eletto arciprete del luogo e con il consenso della comunità di Ottone e del Signor Principe che mandò M. Andrea Parodi, capo d’opera, e disegnò la nuova Chiesa e del medemo (moderno?), si cominciò il coro e si fabbricò fino alla cornice.
L’anno 1691 si terminarono le muraglie e volta di detto coro et il campanile al secondo quadrato, ove, coperto, vi si posero le campane, levate dal demolito.
L’anno 1692 non si fece niente.
L’anno 1693 io ebbi una gravissima malattia e si fece un poco di muraglia dalla parte di destra.
L’anno 1694 non si fece niente.
L’anno 1695 si fabbricarono le muraglie delle prime cappelle, sino al cornicione e si portò via la terra dentro la fabbrica in grandissima quantità, che durò per due mesi continui et la notte di Natale dell’anno suddetto 1695 si celebrò la prima Messa nel coro nuovo, per modo di provvigione.
L’anno 1697 si è fatta la volta delle prime cappelle e si coprì di chiappe e si lavorò per due mesi.
L’anno 1698 si è cominciato il muro del resto della fabbrica.
L’anno 1698, addì 23 agosto, con la solita licenza ho benedetto li altari del Rosario e del Cristo.
L’anno 1698, addì 9 ottobre, si sono fatte aggiustare le finestre del coro con i suoi telai e “stamegne” (tessuto o carta oliata, in luogo del vetro), con la limosina cercata per il mercato da maestro Francesco Molinelli, massaro.
1700: dal mese di giugno si è continuata la muraglia della facciata e delle due cappelle laterali sino al punto orlo della cornice. Aggiustate tutte le differenze col Borgo e le Ville, come dagli atti ricevuti dal notaio Giovanni Andrea Guarnero di Ottone l’anno 1703, alio quolibet.
L’anno 1704, lì 5 maggio si è continuato la fabbrica, e lì 23 giugno si è finito tutta la volta e le croce sopra la facciata.
1706: si è stabilito la volta di tutta la Chiesa.
1707: si sono stabilite le cornici del coro e il muro sino al pavimento.” (Mons. Stefano Barbieri (1866/1966), arciprete di Ottone, “inventari e notizie storiche” manoscritto pag. 48. Notizie ricavate dal registro: “libro dei crediti, redditi e possessioni della Pieve di Ottone et delle congiunte di San Martino della “Villa” e di San Giovanni di Traschio”, incominciato l’anno 1679 dall’Arciprete Carlo Nobile. Infine del Registro o libro, a pag. 135, risulta quanto sopraddetto, scritto dall’Arciprete Pellegrino Balzarino, successo al Nobile).
“L’area per la costruzione della Chiesa nuova, Campanile e Sacrestia venne donata da certo Battistino Barchi con diritto di poter mettere per sé un banco o cadrega in Chiesa, di potervisi costruire una tomba e di potervisi costruire a sue spese una cappella qualsiasi (esclusa la muraglia), (memoria posta nella cartella “Chiesa Parrocchiale”). Il detto Battistino Barchi fece costruire la Cappella del Cristo, ossia delle anime e a quella Cappella fece anche un legato di Messe da celebrarsi, possibilmente, da un Sacerdote della famiglia Barchi. Il legato, come tanti altri, andò perduto”. (Don Barbieri, Inventario e notizie storiche della Chiesa di San Marziano in Ottone, pag. 49). A pagina 138 del già citato libro o registro, don Pellegrino Balzarino scrive (parlando di spese fatte di suo proprio): “1709, li mesi di agosto, settembre ed ottobre si è fabbricato l’Altare Maggiore, abbancato (posto in essere), il coro con la scalinata”(tra piano plebano e presbiterio), (ibidem pag. 33)
La sacrestia
Ambiente stupendo per i virtuosismi architettonici della volta e il suo arredo. Un magnifico lavabo barocco in marmi pregiati consentiva principio al suggestivo rito della “preparatio ad Missam”, preparazione alla Messa. Come il cavaliere medievale, con l’aiuto degli scudieri, si preparava al combattimento contro i nemici della Patria, cingendo armatura, assumendo armi, così il Sacerdote, assistito dai Chierici, indossava specifici paramenti sacri, pieni di simboli e peculiarità, indispensabili nella lotta contro il nemico di tutti gli uomini. Celebrando la Messa, poco dopo, avrebbe combattuto con ben più pericoloso ed impegnativo avversario: il Male, la Malvagità nel mondo, l’Odio, la Discriminazione, le infinite Ingiustizie, la Sofferenza, spesso presente in tutti noi, purtroppo, perché connessa al semplice esistere. L’arredo, preziosissimo, è costituito da grandi armadi, opera della stessa abile mano dell’artista del Coro. (Altri li attribuiscono, però, a maestri intagliatori provenienti da Cerisola, frazione di Garessio in Piemonte, val di Neva, intorno al 1795). Così li descrive Mons. Barbieri (op. cit. pag. 71): “Grande artistico guardaroba /apparatoio in legno di noce: con numero 10 grandi cassetti (a tiretto), sotto la mensa. Apparatoio: 4 vani in fronte per Messali, berrette, calici, ampolle, ecc. ciascuna con la propria portina. Sotto questi altri 4 piccoli tiretti (cassettini), per corporali, purificatoi, amitti e manutergi. Più in alto vi sono altri vani più ampi per candelieri, statue e arredi sacri”.
Altare Maggiore
L’altare Maggiore fu terminato nel 1765, come attesta data a tergo, (ibidem pag. 59) Considerato tra i più belli della Liguria elabora virtuosismi di marmi policromi nel movimento leggiero dei ripiani, nella dolce espressione dei putti.
Il Campanile
I lavori di costruzione ebbero inizio nel 1691 e proseguirono speditamente (ivi). Il campanile terminava con segmento a tempietto ottagonale e finestrelle oblunghe, in parte ancora visibili, concepite allo scopo di dar slancio, grazia ed enfasi all’insieme. Architettura bellissima, purtroppo, sacrificata negli anni ’60 del secolo scorso per sistemarvi gli attuali quadranti dell’orologio. Sarebbe opportuno restituirlo alla sua originalità, riportando un unico quadrante, come in antico, nella parte sottostante alla cella campanaria. Ottone e la sua chiesa potrebbero così esprimere e fruire della visione di un’opera d’arte stupenda, tornata, finalmente, integra. Grandi lavori di manutenzione straordinaria furono realizzato dall’Arciprete Mons. Enrico Barattini, all’inizio della seconda metà del secolo scorso. Si provvide ad applicare nuovo strato di intonaco e all’attuale tinteggiatura, studiata sulla base di vecchie fotografie in bianco e nero, tradotte in formato a colori, a quel tempo procedimento d’avanguardia, in fatto di restauro. Molto apprezzato fu il contributo in consulenza dei coniugi Emma Guglielmi Bongiovanni (di Ottone) e Tito Gatti.
La chiesa precedente
Prima dell’attuale Chiesa, di cui sopra, vi era a Ottone altra Chiesa già plebana e Matrice, come chiaramente risulta dalle sue estese memorie e anche da documenti esistenti nell’Archivio della Curia Vescovile di Tortona. Da un registro in Tortona delle Chiese che pagavano le decime alla S. Sede, risulta: “1523 Plebs S.cti Martiani de Ottone: Don Gulielmus de Mutiis Archipresbyter cum unione trium capellarum ut fertur sine redditu, videlicet S. Joannes Baptista de Trascio; Sancti Martini de la Villa et S. Petri de Olezio. Annessi alla stessa Chiesa di San Marziano nel Borgo di Ottone vi erano pure l’Oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano, martiri e di S. Rocco nel quale si battezzava (vedere atti di battesimo dal 1600 al 1710) e si seppelliva (vedere atto di morte n. 23 del 24 ottobre 1711 e seguenti)”, (ibidem pag. 50).
Trasporto del titolo di Matrice e Plebana dalla Chiesa di San Bartolomeo a quella di San Marziano in Ottone
“Nella cartella: “Chiesa Parrocchiale” vedere il Decreto dato in Visita Pastorale da Mons. Andujar il 5 settembre 1744 ove si danno definitive disposizioni per il trasporto del titolo di Plebania e Matrice dall’antica Chiesa di San Bartolomeo apostolo a quella di San marziano in Ottone. Si accenna ad altri Decreti del 1622, del 1614 e del secolo innanzi per il trasporto del titolo di Matrice e Plebana dall’antica Chiesa di San Bartolomeo apostolo a quella di San Marziano in Ottone. Probabilmente il trasporto avvenne così: L’antica Chiesa di San Bartolomeo Apostolo, forse perché male costruita, andò in rovina. Siccome in Ottone esisteva la Chiesa sussidiale di San Marziano, si cominciò a funzionare in questa, e i parrocchiani si saranno dati poco pensiero di riedificare la Chiesa rovinata a San Bartolomeo. Infatti, come è detto a pag. 20 del presente, la Chiesa attuale di San Bartolomeo venne incominciata nel 1598, ma si terminò solo sui primi anni del 1700″. (ivi)
Concorso dell’intera Parrocchia alla costruzione della nuova ed attuale Chiesa di San Marziano
Non è vero quanto oggi viene ripetuto da alcuni, che l’attuale Chiesa sia stata innalzata per opera di 4 famiglie di Ottone: risulta chiaramente dai registri che all’opera concorse tutta quanta la popolazione, compresa quella delle ville Gramizzola (ed annesse), Valsigiara, Traschio, Lozo e Santa Maria, (vedere il libro dell’oratorio di San Giovanni Battista in Traschio dal 1690 al 1714 ed ultra). Certamente alcune famiglie più cospicue di Ottone avranno dato all’opera il maggior concorso ed impulso. Così, ad esempio, l’altare o cappella di San Giuseppe (ora della Madonna della Salute), era di juspatronato della famiglia Muzio, e certamente non senza motivo. La cappella od altare di S. Antonio era di juspatronato della nobile famiglia Garbarini. L’altare del Crocifisso o delle anime era juspatronato della famiglia Barchi (vedere retro, pag. 33). Questo altare venne fatto costruire dal fu Giovanni Battista Barchi, fu Pietro Francesco, con obbligo di farvi celebrare tutte le messe festive dell’anno: quali Messe si denno celebrare da quel Sacerdote che piacerà a Maria, Maria Antonia e Maria Caterina, sue figlie, coll’annuo reddito di staia 18 di grano. (ibidem pag. 51).
La famiglia Barchi e il principe Doria
Giovanni Battista Barchi, nel 1690, dona alla Parrocchia il terreno su cui costruire la nuova Chiesa di San Marziano, il campanile e la sacrestia; in cambio ottiene in essa il diritto di sepoltura. L’altare delle Anime Purganti, sorto a spese della sua famiglia, diventa di Juspatronato. Agostino Barchi (forse suo figlio o fratello), aggiunge altro terreno antistante la costruzione per la scalinata e il sacrato. Risulta che Agostino Barchi sia stato importante personaggio nella cerchia Doria.
I Barchi sono stati apprezzati funzionari di Casa Doria. L’attenzione del feudatario genovese verso la nostra Chiesa, fornendo sostegno economico, mettendo a disposizione i migliori architetti, i più validi artigiani… sono anche da correlare alla stima di cui godevano tali nostri concittadini presso i Grandi e i Potenti.
Il Principe e le Chiese dei suoi feudi.
Nella Curia Diocesana di Tortona, un’importante circolare, inviata in copia ad ogni Parrocchia, prescrive le modalità d’accoglienza del Feudatario (Principi Doria, Centurioni, Marchesi Malaspina), “quando viene in visita al Suo Feudo”. La Chiesa era il luogo privilegiato in cui il Principe o il Marchese, salutato Dio, incontrava e si intratteneva ufficialmente con i suoi sudditi. Ad essi si rivolgeva dal presbiterio, in mezzo al clero e alla sua corte, ne riceveva il “benvenuto”; con loro cantava il “Te Deum”, di ringraziamento per il viaggio, a quei tempi sempre periglioso; vi ascoltava le loro invocazioni alla Divinità in Suo favore; le suppliche…, In quella circostanza presentava i suoi doni alla Chiesa (Quadri, suppellettili, arredo vario, paramenti sacri, somme di denaro per manutenzioni), mai presentandosi a mani vuote. Riporto il testo del cerimo­niale, ritenendolo molto interessante, soprattutto perché praticato a Ottone, proprio nella Chiesa di San Marziano: “L’Arciprete col piviale e il clero locale in cotta e stola, tutti con le rispettive insegne, nel giorno e nell’ora stabilita, si raccolgano intorno all’Altare Maggiore della Chiesa inte­ressata alla visita. Invocato il Signore, i Sacerdoti, su due file, si rechino all’ingresso, davanti la Croce, in fine l’Arciprete e fuoriescano dall’Edificio ponendosi in composta attesa”. Intanto il Principe si avvicinava a cavallo, col suo seguito. Trombe, tamburi, cam­pane diffondevano suoni armoniosi. Del seguito faceva parte il Commissario, suo fiduciario nel feudo, numerose guardie armate, consiglieri, cortigiani, ecclesiastici e famigli. Giunto davanti alla Chiesa, presso la quale già da tempo si era raccolto il popolo, scendeva da cavallo, tenuto a briglia da qualcuno della bassa feudalità locale, ricevendo il primo saluto dei sudditi e quello personale dell’Arciprete. Terminati i convenevoli il clero, sempre su due file, chiuse dal Principe, risaliva la navata centrale fino al presbiterio. Qui il Principe si raccoglieva in silenziosa preghiera su apposito inginocchiatoio e, dopo il Te Deum in latino, l’Arciprete rivolgeva al cielo le invocazioni di rito: “O Dio, vieni in suo soccorso” a cui tutti i presenti rispondevano: “Affrettati, o Signore, ad aiutarlo” ed ancora: “Dagli salute, forza, saggezza…” (Attilio Carboni, La Trebbia n. 6 del 14/2/1995, pag. 3).
In occasione di una visita, verso la fine del XVIII secolo, il Principe Andrea Doria IV consegnò all’Arciprete le magnifiche pianete per l’Ufficio di “Messa in terza”, che oggi costituiscono alcuni dei pezzi più belli conservati nel locale Museo d’Arte Sacra. Le tre pianete, indossate da suddiacono, diacono, presbitero durante le funzioni solenni, presentano lo stemma di Casa Doria, elaborato con meraviglioso ricamo a fili d’oro e d’argento, capolavoro dell’arte tessile ligure.
Ottone, Pieve antichissima ed importante, capitale del suo ampio feudo.
L’Arciprete della Chiesa di San Marziano di Ottone esercitava il diritto feudale di “Signore di Valsigiara”, con annessi terreni, sudditi e diritti in quella località. “Con atto datato 1492, alla presenza del Vescovo di Tortona, l’Arciprete don Bartolomeo Muzio concedeva in enfiteusi perpetua i possedimenti del beneficio di Valsigiara”. (Mons. Barbieri, op. cit. pag. 9)
Da un punto di vista ecclesiastico all’Arciprete facevano riferimento le Chiese suffraganee di: “Zerba; Campi; Cerignale; Gorreto; Cariseto; Orezzoli; Rezzoaglio; Allegrezze. (Dal libro o registro parrocchiale esistente in archivio, intavolato dall’Arciprete Carlantonio Nobile nel 1673, proseguito dall’Arciprete Balzarino”;). (ibidem pag. 60). Anche la Chiesa di Alpepiana, salvo un breve periodo di riferimento alla pieve di Rovegno, fu sempre legata a Ottone.
Una specie di feudo ecclesiastico, dunque, che aveva la sua capitale in Ottone, parimenti centro amministrativo del feudo Doria, ivi presente con Palazzo, Castello, Statuti, Commissario, Birri e zecca (?). “A Ottone erano in corso le “lire moneta di Ottone” nei secoli XVI e XVII. (ibidem pag. 50).

Interdetto alle Chiese e cimiteri di Villa, Traschio e Losso.
Poichè gli abitanti delle ville di Gramizzola (ed annesse Croce e Rettagliata), Traschio, Lozo e Santa Maria si rifiutavano di concorrere al trasporto delle chiappe per riparare il tetto della Chiesa Matrice di San Marziano nel borgo di Ottone, il 4 novembre 1744 venne effettivamente applicato l’interdetto alle Chiese e cimiteri di Gramizzola, Traschio, Lozo: interdetto già minacciato da Mons. Andujar (Vescovo di Tortona dal 1743 al 1783), nella visita pastorale del 5 settembre 1744. L’interdetto durò 2 anni e gli abitanti di Gramizzola, Traschio, Lozo e Santa Maria portavano (erano costretti a portare), i loro morti al cimitero di San Bartolomeo. Primi a violare l’interdetto furono quelli di Gramizzola, i quali, morto un individuo, lo seppellirono nel proprio cimitero senza intervento del Sacerdote e la notìzia della violazione si sparse con scandalo per tutta la vallata (vedere gli atti di morte dal 1746 al 1748)”. (ibidem pag. 51).
Scalinata della Chiesa.
“Nel 1739 certo Agostino Barchi donò alla Chiesa una porzione di area dinanzi alla facciata della Chiesa stessa e così si costruì la scalinata per accedere alla Chiesa, mentre prima (dice la nemorìa) a volte andavano in Chiesa perfino i suini e gli asini ed i muli anche onusti si portavano vicino alla porta. La Chiesa ha diritto di 3 banchi nei giornidi fiera e mercati (vedere cartella Chiesa Parrocchiale)” (ibidem pag. 52).
Piazzale dell’antica Chiesa di San Marziano
“Il piazzale dell’antica Chiesa (fuori dall’attuale gradinata), si estendeva di palmi 31 in lunghezza e palmi 17 2/4 in larghezza (vedere cartella come sopra) e godeva dell’Immunità ecclesiastica”, (ivi).
Balaustre del presbiterio e portine di ferro.
“Le balaustre del presbiterio vennero fatte nel 1758 con colonnette (pilastrini), di pietra di Ottone, tolte dal torrente Rio Ottone e dal torrente Ventra. Le porte in ferro alle balaustre vennero costrutte in Genova nel 1763”. (ivi). Da diversi torrenti in alta valle furono estratti pregiati marmi per molti secoli, destinati ad edifici d’importanza, (cfr. Capitano Antonio Boccia, Viaggio ai Monti di Piacenza (1805), Tipografia editoriale piacentina Gallarati 1977 – ristampa anastatica a cura delle arti grafiche TEP, 2005; (Vittorio Pasquali, La provincia di Bobbio post napoleonica – Descrizione del territorio e dell’economia nell’anno 1814 – (Archivi di Stato di Torino “quadro del circondario di Bobbio, marzo 1944) – Ed. Amici di San Colombano).
Crocifisso per processioni
“Nel 1763 venne pure acquistato a Genova il Crocifisso per le processioni e posti i ferri (bracci), ai pilastri laterali per le lampadi: il Crocifìsso (il Cristo), sembra di stile Maraglìano”. (Mons. Stefano Barbieri op. cit. pag. 52). Secondo alcuni studiosi e critici d’arte, notevoli sono le analogie del Crocifisso di Ottone con quello della parrocchiale di Priosa, in Val d’Aveto. Dell’uno e dell’altro non si hanno notizie certe sull’autore.
Pavimento
“Il pavimento in marmo venne fatto nel 1881”. (ibidem pag. 53). Più volte lucidato “a piombo” contribuisce ad elevare lo splendore dell’interno con le sue grandi mattonelle in bianco e nero, all’uso genovese.
Consacrazione della Chiesa di San Marziano
“La Chiesa di San Marziano venne consacrata nel 1851, il 24 agosto da Mons. Vaggi, Vescovo di Bobbio dal 1849 al 1869 (extat decrefum autenticum in Archivio). Mons. Vaggi “ad huius rei memoriam” ordinò che ogni anno, l’ultima domenica d’agosto si celebrasse l’ufficio della consacrazione della Chiesa “sub ritu duplici primae classis” concedendo l’indulgenza di un anno ai visitanti la Chiesa nel giorno della consacrazione e l’indulgenza di 40 giorni nei singoli anniversari”, (ivi) Il culto di San Marziano non ha mai affievolito quello rivolto dagli ottonesi a San Bartolomeo, titolare dell’omonima antichissima Chiesa cimiteriale, e alla Madonna della Salute, verso la quale si concentrano le maggiori attestazioni di riconoscenza e di affetto. San Marziano, Vescovo e Martire Tortonese del III secolo, agli albori della diffusione del Cristianesimo nella valle, viene comunque celebrato con solenne liturgia, puntualmente ogni 6 marzo, con triduo, processione, concorso di popolo e manifestazione di profondi sentimenti.
La facciata della Chiesa
“La facciata della Chiesa, terminata nel 1704, venne ristorata nel 1847: riparata nel 1894/95 (arciprete Don Lupi). Ristabilita con maggior cura nel 1926/27 aggiungendovi lo zoccolo in cemento e graniglia di marmo”. (ivi). La facciata, ampia, solenne, slanciata non corrisponde all’interno della Chiesa, pensato in ben altro stile. E’ piuttosto un bell’esempio di neoclassicismo che richiama l’attenzione ed invita all’ingresso, destinato a suscitare nel meravigliato fruitore e nel credente, stupore, suggestioni emotive, spunti e riscontri di sentimento, ammirazione, sviluppi. Più volte rimaneggiata è stata restituita alla sua integrità in occasione degli interventi di manutenzione straordinaria della metà del secolo scorso. In quella circostanza venne rimosso il protiro in pietrame e calce, applicato nell’Ottocento. La nicchia del Santo titolare, enfatizzata da movimento rococò in cornice, non contrasta con l’insieme classicheggiante a cui apporta, piuttosto, una nota di piacevole elaborata delicatezza. Il portone è elegante e raffinato con i suoi graziosi decori ad intarsio. Diviso in due battenti articola porticina per l’ingresso ordinario ed immette in artistica bussola dalle dolci sinuosità. Preludio a quanto seguirà.
Dipinti
“12 grandi quadri laterali al Presbiterio vennero dipinti dal pittore Francesco Tagliafieni di Chiavari. Questi dipinse pure il quadro dell’altare delle anime o del Crocefisso (vedere registro dal 1760 in poi)”, (ibidem, pag. 40). La Pala dell’altare di S. Antonio da Padova, molto bella, è attribuita alla scuola pittorica genovese/alessandrina, ma di autore che resta sconosciuto. In apposito cartiglio, a cimasa, viene riportata la prima strofa dell’inno “Si quaeris miracula” (se ti serve un miracolo – invoca S. Antonio), che ancora risuona in latino ed organo nella basilica di Padova.
Le nostre antenate, avendo perso qualche oggetto, erano solite invocare il Santo “che faceva ritrovare le cose smarrite”. L’invocazione andava sotto il nome di “Siquero”, storpiatura, appunto, delle prime parole della strofa. Ricordo, oltre mezzo secolo fa, una sarta di Ottone, dichiarare: “perduto il ditale ho dovuto recitare infiniti “siqueri” per ritrovarlo! Tempi lontani, altri tempi, di semplicità e profonda fede!
Il grande quadro della “Madonna in gloria tra Santi ed Angeli”, posto nell’abside, bellissimo, ma di autore ignoto, rappresenta una finestra spalancata sull’infinito. La didascalia nell’artistico cartiglio “Propterea non timebimus” ricorda agli ottonesi che “non devono aver paura” perché sempre potranno riferirsi, con sicuro successo, al Cielo. Diffusi tra le lesene, sopra i confessionali e le porte laterali, numerosi ovali settecenteschi visualizzano immagini di santi, martiri, misteri della fede. Sembra siano stati acquistati verso la fine del XVIII secolo dal grande pittore/scultore fiammingo Jan Hermann Geernaerth (XVIII secolo), molto attivo a Piacenza e provincia. (Secondo Mons. Bosio Luigi, quantunque di buona mano, non sarebbero, però, opera riferibile a quell’artista). Il quadro della Madonna della Salute, posto al di sopra dell’omonimo altare, risulta copia apprezzabile del dipinto “Mater Amabilis” di Giovanni Battista Salvi (1609/1685), detto il “Sassoferrato”, patrionimico del celebre artista.
La statua di San Marziano
“La statua in legno di San Marziano (con corona e aureola luminosa), venne provvista nel 1929 e venne collocata sull’Altare Maggiore (costo L. 1533,50). Provvista dalla ditta Nardini di Milano. Il 20 Ottobre 1929 con l’intervento dei parroci della Vicaria e di molto popolo, si è celebrato la prima festa solenne ad onore di San Marziano: la statua venne portata solennemente in processione e poscia collocata sull’alto dell’Altare Maggiore”. (ivi) A Ottone si ricorda l’arrivo della statua, evento straordinario ed atteso con trepidazione da tutti. Verso sera il Signor Ilario Castelli, titolare di pubblico servizio trasporto persone e cose, giunse da Milano, dove si era recato di buon mattino allo scopo di prelevare la preziosa statua. Con cordiale applauso l’autovettura fu accolta dai molti cittadini riuniti, in attesa di poter esprimere al simulacro del loro Santo Patrono diretti ed immediati sentimenti di benvenuto.
La statua della Madonna del Rosario
Statua di altissimo livello artistico, forse ascrivibile a scuola e interventi del Maragliano (1664/1739). I registri parrocchiali nulla evidenziano in fatto di scultore, acquisto e data. Posta in elegante nicchia nell’omonimo altare, è incorniciata dalle immagini dei 15 misteri del Rosario, espressi mediante acquerello. Nel giorno della sua festa, il 7 ottobre, si effettuava gioiosa processione, preceduta da novena sempre affollata, predicatore di grido proveniente dalla città, benedizione eucaristica, canti e musiche.
Cantoria e Organo
“Cantoria: Organo, sopra la bussola, fu costruito dal Roccatagliata: ricostruito, migliorato ed accresciuto nel 1871 da Angelo Cavalli di Piacenza: riparato dal Cavalli circa il 1895: ora (1942), bisognoso pure di qualche riparazione. Dal Registro 1766 risultano lavori fatti alla cassa dell’organo fin dal giugno 1808: l’organo esisteva già nel 1795: vedere detto Registro 1766”. (ibidem, pag. 51). La famiglia Roccatagliata è nota per aver praticato con successo l’arte organara, ovunque in Liguria. A Ottone deve aver operato Tommaso II Roccatagliata (Santa Margherita Ligure 1725/1798). Altri suoi celebri strumenti si trovano a Cicagna, Rapallo, Santa Margherita, Riva Trigoso, ecc. L’organo venne ampliato nel 1963 aumentando il numero delle canne e, ovviamente, dei registri, dalla Ditta Fratelli Ruffati di Padova, sotto la direzione del celebre studioso Don Guglielmo Ughini, organista titolare nel Duomo di Mantova, professore di contrappunto e composizione, amico di Ottone.
Insigne benefattore dell’impresa fu il Signor Balzarini Giacomo (1891/1957), di Gramizzola. In quella circostanza la consolle venne trasferita dalla cantoria di controfacciata al coro nell’abside, con migliore funzionalità e servizio e gli antichi mantici furono sostituiti da moderni elettroventilatori. Possedere uno strumento di tale consistenza e qualità, già nel XVIII secolo, dimostra l’importanza della Parrocchiale, la partecipazione alle spese per abbellirla e renderla di grande pregio, compiute dalla nostra gente, il buon gusto e i buoni sentimenti di tutti gli ottonesi. Quale atto di omaggio e doverosa riconoscenza, cito i nominativi dei Sacerdoti Ghirardelli don Guido, Biggi don Attilio e Mons. Mazzoni Colombano, rettore del Seminario di Bobbio, che per buona parte del secolo scorso sono stati i nostri ottimi organisti, capaci di elevare la qualità della liturgia, la bellezza delle funzioni, l’intensità della preghiera.
Il Coro
“Il coro in legno, venne costrutto l’anno 1779: scultore M. Podestà di Genova: mastro Gaetano Mazza e Agostino suo compagno: vedere registro 1766, essendo arciprete Antonio Bertucci. Questo è tutto in legno di noce, ben lavorato, con ornati. In mezzo vi è la cattedra per l’Arciprete, ricca di lavoro, dinnanzi a questa l’inginocchiatoio e indi un piccolo tavolo che sostiene il leggio. (Il M. Podestà di Genova, probabilmente, è quello stesso che costrusse il “guardaroba” della Sacrestia di Priosa d’Aveto)”. (Ibidem, pag. 68).
Il coro è un’opera d’intaglio di alta scuola genovese: opera d’arte meravigliosa, in perfetta coerenza con lo stile delicatissimo della Chiesa. Cesti di fiori e frutta, festoni, movimenti di cornici ornano e decorano le varie campate, apportando un piacevole contributo bucolico/idilliaco di serenità, ottimismo, fiducia. Le sue dolci e delicate sinuosità rispecchiano quelle più accentuate delle balaustre, della scalinata tra piano plebano e presbiterio e si integrano in felice prosieguo con i virtuosismi marmorei dell’Altare Maggiore e degli stupendi stucchi, a cornice dei grandi quadri. Sinuosità, tutte, simbolo della dura materia (il marmo, la pietra, il legno…), che la miracolosa maestria dell’artista, animato da Fede profonda, addolcisce, ammorbidisce, sfuma… Si tendeva ad abbattere, così, il muro della nostra mediocrità esistenziale e consentirci spunto ed occasione ad intravedere, al di là dell’apparenza, in direzione dell’infinito, qualcosa, almeno, a superiore sostegno, prospettiva ed indirizzo vita.
Stucchi
“Gli stucchi, intorno ai grandi quadri del presbiterio, pregevoli e dorati sono opera del prof. Gambino, essendo Arciprete don Volpi (1889/1910)”. (ibidem, pag. 57). L’oro in foglia, utilizzato per il lavoro ed aggiunto negli anni ’50 del secolo scorso, al tempo dell’Arciprete Mons. Enrico Barattini (1902/1981), non vuole ostentare frivolezza, sfarzo, superbia, inutile pompa. Barocco e rococò lo propongono quale strumento per sostenerci nel difficile viaggio dalla universale dura quotidianità a dimensioni nuove, superiori, auspicabili a cui noi tutti siamo invitati ad indirizzare la nostra iniziativa e il nostro impegno. In tempi in cui non esisteva la corrente elettrica, l’oro e l’argento degli elaborati riccioli, sinuosità, intrecci, carichi di simboli in sé, riverberavano ovunque la tenue, sempre movimentata luce delle candele. Nuove suggestioni e atmosfere di meraviglia e di coinvolgimento, inondavano i fedeli, presupposto e approccio a forme d’introspezione ed estroversione, verso il Sacro e la Trascendenza.
Lampadari
I lampadari, in stile barocco genovese, con gocce, perline, pendenti in puro cristallo di rocca sono caratterizzati da colorati medaglioni di natura e taglio dai piacevoli effetti di riverbero. Alcuni presentano la struttura centrale in cirmolo scolpito e dorato, altri (in numero di 2 e più semplici) si sviluppano su struttura metallica ben sagomata. I registri parrocchiali non attestano la data d’acquisto, ma secondo (fondata), tradizione sono riferibili al secolo XVIII. Recenti manutenzioni li hanno restituiti allo splendore originario.
Il Pulpito
E’ considerato (giustamente, insieme all’Altare Maggiore), l’elemento architettonico ed artistico più rilevante della Parrocchiale. Stilisticamente perfetto, apportava grazia, dolcezza, indirizzo piacevole alle parole espresse dai predicatori. Il santo Vescovo Antonio Maria Gianelli (1789/1846), in visita alla Chiesa, si è spesso affacciato da quel pulpito, cornice appropriata a tanta grandezza di cultura, fede, umanità. (Cfr. Il Santo di ferro, G. Frediani, Orbis Catholicus – Roma)
Fonte battesimale e tabernacolo dell’Altare Maggiore
L’antica struttura lignea, ingombrante e non più rimediabile, contenente il fonte battesimale in marmo colorato ed intarsiato, è stata smontata negli anni ’60 del secolo scorso. Su disegno ed interessamento del Canonico, Mons. Bosio Luigi (1906/79), di Mantova, ma originario di Ottone, esperto d’arte sacra, il fonte è stato trasferito in apposita nicchia posta all’ingresso della Chiesa, in cornu evangelii, ossia sul lato sinistro del corpo di fabbrica, con l’apposizione della scritta: “Aqua viva”. Sempre in quegli anni, al tempo del Parroco, Mons. Barattini Enrico, lo stesso Mons. Bosio ha curato disegno e realizzazione del tabernacolo dell’Altare Maggiore, già in legno dorato, poi in acciaio rivestito di marmi policromi ad intarsio, coerenti con lo stile e i colori dell’insieme.
La Chiesa parrocchiale di Ottone è sublime esempio di “barocchetto genovese”, con i caratteri, le coerenze e gli sviluppi tipici dello stile. Ora in terra piacentina, ma un tempo in saldo feudo imperiale ligure, rappresenta una preziosa e delicata opera d’arte da conoscere, proteggere e tramandare. Una bellissima pagina di civiltà e testimonianza che trascende Ottone per assurgere a più alta dignità regionale se non nazionale. L’alta Val Trebbia Ligure/Emiliana è stata spesso assimilata a meraviglioso museo diffuso, in fatto di natura, storia ed arte: tra i suoi tanti ed importanti gioielli, di certo, si staglia e si eleva la Chiesa parrocchiale di San Marziano.

Attilio Carboni

(Articolo tratto dai numeri 41 del 22/11/2012, 42 del 29/11/2012 e 43 del 06/12/12 del settimanale “La Trebbia”)

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