L'Alta Val Trebbia ligure
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E’ da tempo che ti sto osservando, piccolino.  (di Giulio Saccomandi)

E’ da tempo che ti sto osservando, piccolino. Dall’inizio della primavera. Da quando sei arrivato. Eri pieno di caldo e l’aria fredda di questi monti ti faceva uno strano effetto. Non avevi un attimo di requie. Andavi su e giù, di qua di là, cercavi in ogni modo di muoverti per riscaldarti. Passati una decina di giorni, visto che non ti decidevi a lasciare il sito delle conifere, cominciai ad avere il sospetto che tu avessi in mente grandi progetti. E ti vidi presto a fianco di una bella compagna, snella, vivace, anch’essa irrequieta come lo eri tu. Stavate sempre insieme. Nei vostri movimenti si capiva che c’era un’armonia diversa da tutte le altre cose che si vedevano in giro come se foste baciati da una dea buona che aveva voluto affidarvi un compito importante. Che facevate sul serio lo capii un giorno quando in lontananza mi sembrava che lei non ci fosse ma poi la vidi apparire tutta trafelata e discretamente tornai sui miei passi verso il paese. Chissà perché eravate finiti per terra. Di norma stavate sempre lassù in mezzo alle fronde delle conifere. Tu, piccolino, non facevi altro che cantare a squarciagola quella tua soave canzone che annuncia la Primavera inoltrata e tu, sua sposa, andavi e tornavi dalle fronde con fili d’erba secca, di paglia, nel becco. Con pezzetti di muschio che, alle volte, pareva non avessi la forza di sollevare. E lui il tuo sposo stava lì a guardare e a cantare. Ma quello che mi faceva impressione era che lui stava su un pino distante una ventina di metri da quello dove tu costruivi il vostro nido. Chissà perché? Talvolta gli uomini crescono e invecchiano senza capire le cose che hanno sotto gli occhi, che sono poi le più semplici, le più elementari. E nonostante la mia esperienza e la vita che avevo alle spalle continuavo a non capire. Fu così che un giorno parlai con l’uomo del miele. E’ un vecchio, un vecchio forte e sano, un vecchio apicoltore che di natura sa tutto. Mi guardò con quel suo sorriso enigmatico che vuol dire tutto e niente e con la sua calma olimpica cominciò a parlare come si parla ad un bimbo, non troppo sveglio, nell’intento di fargli capire una cosa difficile. Disse che tu ti comportavi così non perché eri un fannullone ma perché in aria c’erano i corvi e i falchi e le poiane che non aspettavano altro di vedere dove costruivate il vostro nido per venirlo poi a visitare quando fossero nati i piccoli e fare di tutto un boccone. La tua presenza, piccolino, sull’altro albero di pino, ben distante da dove la tua bella costruiva il vostro nido, serviva a depistare i rapaci, soprattutto i corvi, che, mi disse l’uomo del miele avevano l’abitudine di visitare tutte le conifere cominciando dalla cima e visitando meticolosamente ogni fronda proprio per scovare i vostri nidi. Sono tornato di recente nel bosco di conifere. Con la prima covata ce l’avete fatta. I vostri piccoli ormai volano bene e si procurano da soli il cibo. Certo che i corvi e i falchi e le poiane e i predatori di terra come la volpe e la faina e i gatti randagi e qualche vipera e diverse serpi, stanno sempre in agguato, insidiano sempre la vostra vita, nell’intento di accorciarla il più possibile ma dal movimento che ho visto e dai canti che ho udito, almeno cinque fringuellini ce l’hanno fatta e tu, che continui a cantare sulla stessa conifera, nascosto alla mia vista da spicchi di sole che filtrano tra le fronde e a quella dei rapaci da un ramo e da una pigna, mi dai la conferma che la tua femmina sta ancora covando. Vedi, piccolino, io nel bosco ci vengo spesso, tutto l’anno, ma in Primavera la tua voce melodica mi intrattiene in dolci meditazioni, mi porta indietro nel tempo, mi conduce all’epoca in cui ero anch’io piccolino e sapevo del mondo solo le cose belle e credevo che tutto fosse giusto, che tutte le persone fossero buone, che il male non esistesse. E pensavo che alla fine della vita saremmo volati tutti in cielo, ancora più felici. Questo, piccolino, lo credo ancora forse con più fede di allora. Può anche darsi che per un pezzo sarà uno dei tuoi pronipoti, tra molto tempo, a trasportare la mia anima verso l’alto, almeno quei venti metri, per consentirle poi di volare da sola. Chissà cosa c’è oltre la scienza e i misteri della vita?

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