 |
Le ombre (di Giulio
Saccomandi) |
Sono stato nel bosco. Di sera. Era buio
e non c’era vento. Il cielo sereno, senza luna, lasciava
comunque intravedere le sagome degli alberi e la battuta del
sentiero. C’erano le ombre nel bosco. Ombre scure, più
scure del buio. Ombre in movimento. Erano ombre di persone,
ombre di cinghiali, ombre di caprioli. E si muovevano in un
caos assurdo, accavallandosi le une alle altre. Ho urlato
di paura. Un urlo forte e acuto mi è uscito dalla gola
come se avessi voluto scacciare tutte quelle ombre assurde.
E invece le ombre si sono ordinate come se il mio grido avesse
spaccato il loro caotico disordine. Ombre di uomini e ombre
di donne prevalevano su ombre di bambini e le ombre degli
animali erano sparite. Mi chiamavano le ombre. Con gesti flessuosi
delle braccia mi attiravano verso di loro. Erano le ombre
dei bambini quelle più tenaci, più insistenti.
Ombre di bambini piccolissimi. Non ho saputo resistere e mi
sono avvicinato. E le ombre dei bambini sono rimaste ferme
ad aspettarmi mentre quelle degli adulti si sono dissolte
nel nulla. D’improvviso mi sono trovato in mezzo a un
mondo di ombre di neonati, di lattanti, distribuite in cerchio
attorno a me. E il cerchio si stringeva. Da vicino potevo
anche notare un’infinità di ombre di feti. Alcune
di queste ombre erano tranquille, quasi fluide, altre invece
gemevano ed erano più consistenti, quasi solide, come
se volessero farsi notare a tutti i costi. E si contorcevano
in mille sofferenti movimenti nel tentativo disperato di aggrapparsi
a qualcosa che sfuggiva alla loro forza. Ho pregato e pianto
nel bosco, a lungo. Lentamente ogni ombra ha trovato un poco
di pace. Si è chetata e distesa. E infine si è
fusa con l’oscurità. E’ rimasto solo il
bosco con il suo dolce silenzio.
Giulio Saccomandi
Stampa
questa pagina |
 |
 |