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A
forza di ceste i grossi sacchi venivano riempiti e il
loro numero commentava in modo esplicito la bontà
dell'annata. Una volta seccate le castagne erano trasportate
al mulino dove, nottetempo, venivano macinate. L'operazione
di macinatura di questi frutti, infatti, avveniva regolarmente
alla notte, poichè di giorno le macine lavoravano
per il grano o il granturco.
Grande attenzione veniva rivolta all'operazione di essiccatura
del prodotto, perchè se la castagna conservava
ancora una certa umidità finiva per impastare
le ruote della macina e, a questo punto, il mugnaio
era costretto a ripulirla per intero con un lungo e
faticoso lavoro di scalpello.
Spesso ho fantasticato sui racconti che i montanari
erano soliti fare in queste veglie, il gusto per lo
scherzo certo non mancava e tra un racconto, un aneddoto
o una celia accadeva che, per tirar giorno, si cuocesse
una polenta.
Doveva essere ben cotta, soda, consistente, così
che quando il paiolo veniva rovesciato sull'asse di
legno, potesse avere la forma tonda di un bel sole caldo.
Veniva rigorosamente tagliata con il filo e ognuno si
serviva alla buona, con le mani che in queste occasioni
facevano veci di stoviglie.
Ho immaginato occhi di bambini brillare alla luce di
un fuoco su visi rugosi di uomini, ho assaporato l'odore
del trinciato fumato fino a bruciare le dita.
Ora i mulini sono morti, riposano diroccati a lato del
fiume, invasi da erbacce e con loro se sono andate quelle
persone che li avevano animati, le ruote sono arrugginite
e le castagne possiamo comprarle al supermercato, ma
non hanno sapore.
Ormai, non sono più buone. |