1953. Tutta l'alta Val Trebbia colpita da nubifragio senza precedenti PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da La Trebbia   
Mercoledì 28 Ottobre 2009 16:57

Un'immane sciagura che non conosce precedenti si è abbattuta sulla nostra vallata il 19 settembre un giorno e una data che purtroppo rimar­ranno tristemente impressi nel cuore della nostra gente. Già da qualche giorno il tempo appariva perturbato, brevi piogge si alternavano a perio­di di foschia greve e minacciosa, nella notte tra venerdì e sabato si profila­va lontano un temporale, ma fu solo nelle prime ore di sabato che il tem­po precipitò. Vampate di fulmini, schianti di tuono e poi il diluvio.. .Dalle nove del mattino fin oltre mezzogiorno l'acqua cadde violenta e impetuo­sa avvolgendo in una fosca nube tutto il paesaggio, simile ad una spessa cortina plumbea, opaca, che toglieva ogni possibilità di visione. Si tratta­va di una vera tromba marina che investiva tutta la zona
ligure a partire dal litorale sino alle propaggini appenniniche della Val Trebbia ( meno  imponente il fenomeno in Val d'Aveto) con un limite approssimativo che possiamo fissare nella zona di Marsaglia (a Bobbio la pioggia fu torren­ziale, ma non devastatrice).
Per valutare in dati positivi l'entità delle pre­cipitazioni, bisogna riferirsi alla notizia data dall'Osservatore dell'Uni­versità di Genova, secondo la quale in quattro ore sono caduti circa 280 mm. di acqua, corrispondenti a un quarto del quantitativo di pioggia ca­duta in un intero anno.

Questa massa imponente di acqua, caduta sulle nostre montagne è ba­stata a provocare il disastro. La configurazione naturale del bacino idrografico del Trebbia e 'dei bacini minori (con le pareti spesso a stra­piombo e comunque fortemente inclinate), la mancanza di ostacoli natu­rali causa il generale disboscamento che ha reso nude le nostre montagne, ha fatto sì che questa enorme massa precipitasse a valle aumentando con­tinuamente la velocità e convogliando come tante valanghe nei vari tor­renti che solcano le valli laterali; questi privi di ogni regolamentazione, si precipitavano verso il fondovalle con una furia selvaggia e paurosa por­tando le loro acque limacciose nel Trebbia. Il fiume ingrossato dalla piena improvvisa uscì dal suo alveo normale e cominciò l'opera distruggitrice. Sotto gli occhi attoniti dei nostri montanari che da decine di anni non avevano più visto un simile cataclisma, la bella e riposante Val Trebbia andò accumulandosi di rovine e di lutti. La furia massima delle acque si sviluppò nella mattinata di sabato e durò fino al primo pomeriggio. I pri­mi danni notevoli si ebbero a Montebruno. Quivi 700 m. della strada na­zionale sono franati. La parte bassa del Comune stesso è stata allagata con danni ingentissimi: tra l'altro l'acqua ha investito in pieno il cimitero diveltando quindici tombe. Totalmente danneggiato l'acquedotto comu­nale. L'ondata di piena quindi proseguendo investì il primo dei due ponti nella località omonima danneggiandolo gravemente; cessato il nubifra­gio restava su questo ponte soltanto un passaggio ristretto. La corrente impetuosa intanto scalzava e sradicava ai due lati intere piante grosse e piccole, rotolava rottami e macigni, trasportando con sé ogni cosa. A Loco la massa d'acqua era tanto imponente che con gli spruzzi arrivava sul ponte di Fontanigorda, faceva crollare un baraccone e provocava altri darmi minori.

Poco più sotto irrompeva nel Trebbia in piena un affluente di destra, il Pescia che scende da Fontanigorda. Aumentata a dismisura la corrente faceva urto contro la centrale della SEEE situata dirimpetto a Loco sulla sponda destra del Trebbia e che è alimentata dalle acque del Pescia. Sotto l'impeto crollava la parte adibita ad abitazione del custode, sig.Tagani che si salvava appena in tempo. Le installazioni della centrale, la sala macchine e tutti gli impianti restavano gravemente danneggiati, per cui possono considerarsi fuori uso. Pur resistendo alla piena impetuosa subi­va lesioni e danni marginali anche il ponte di Rovegno. Il ponte in ferro di Isola resisteva alle furie delle acque, ma i tronchi d'albero impigliatisi nel­le travature metalliche spostavano alquanto il piano del ponte. Un salva­taggio in extremis dovette essere compiuto nella casa con annesso mulino di Isola di Rovegno. Appena l'ultimo occupante ebbe abbandonato l'abi­tazione, questa crollò sotto l'impeto del fiume. Nei pressi della Barachina ha fatto le spese della piena improvvisa anche il cantiere della Ditta Care­na che stava costruendo il ponte di Fontanarossa: installazioni parte divelti e trascinati a basso. Il paese di Gorreto anche questa volta è la zona più martoriata. Il Trebbia, dopo aver rotto una parte dell'argine costruito sul­la sinistra del fiume, è entrato nella piazza e nelle case del paese. L'argine crollato in parte, era di nuova costruzione in cemento, eretto apposita­mente per difendere il paese dalle piene. Il vecchio argine che si dice sia vecchio di 400 anni ha resistito. 11 fiume ha asportato una ventina di metri di strada che univa il ponte al paese. Il ponte stesso ha resistito pur suben­do danni sensibili. La piazza principale del paese è diventata un lago e l'acqua si è infiltrata nel pianterreno delle case, asportando o deterioran­do tutto quanto trovava. Il tratto di terrapieno che corre fra i due agglo­merati di Gorreto per un tratto di 200 metri è sprofondato e diventato impraticabile.

Nell'albergo Miramonti l'acqua aveva un'altezza di 5 metri; la casa vecchia sempre di proprietà dell'albergatore Garbarmi Ivo è stata danneg­giata ancora più gravemente, tra l'altro è crollata la terrazza trascinando con sé anche il materiale che vi era al coperto.

Da Ottone si segnalano danni gravissimi alla centrale elettrica e al ponte in ferro che mette in comunicazione le due sponde. Devastate sono pure le due centrali della SEEE, poste dirimpetto l'una dell'altra nella zona di Losso. Le acque invasero rapidamente i locali delle due centrali rendendo inservibile gran parte delle attrezzature. Più a valle venne asportato il ponte metallico di Ponte Organasco; le installazioni metalliche furono tra­sportate sino al ponte di Lenzino che resistette all'urto subendo però dan­ni notevoli. Questa era la situazione terrificante verso le 13 del pomerig­gio, quando, ormai schiaritosi il cielo, l'ondata di piena investiva il ponte di Marsaglia. Numerosi marsagliesi, assiepati all'imbocco del ponte, sta­vano osservando l'acqua torbida salire oltre i limiti alti delle marginature ed estendersi ed allagare le colture, gli orti, travolgendo e schiantando ogni cosa, quando il ponte, sommerso dalla massa d'acqua che giungeva sopra le chiavi delle cinque arcate sembrò dare degli strani tremiti come se qualcosa alla sua base s'inclinasse. Furono le prime avvisaglie: avvisaglie davvero provvidenziali, perché proprio in quel momento un autocarro (un altro autocarro era transitato sul ponte una decina di minuti prima che accadesse la impressionante rovina) stava sopraggiungendo, e il suo conducente ebbe appena il tempo di fermare l'automezzo e di rendersi conto del grave pericolo che avrebbe corso se avesse proseguito la marcia. Qualche minuto dopo, infatti, il ponte (lungo una ottantina di metri) co­minciò a traballare, a scuotersi tutto. Ad un tratto l'ossatura del ponte si frantumò e si contorse, poi, la struttura dei piloni e delle arcate fu presa dalle spire irresistibili della valanga. Un rombo sordo sconvolse la super­ficie del Trebbia, s'alzarono vortici impetuosi e tutto si concluse in un boato spaventoso come se sotto il letto del fiume si fosse aperta una tremenda voragine.

Quando la superficie dell'acqua tornò a livellarsi, le cinque arcate del ponte di Marsaglia erano scomparse, trascinate, inghiottite dai gorghi. Non restavano che monconi brevi delle testate e le poche pietre del para­petto spezzato. Il fiume aveva trascinato giù, nell'ondata della sua ecce­zionale furia, il pietrame, aveva abbattuto e rasi al fondo del Trebbia i massicci piloni. Nel frattempo la corrente aveva strappato e spinto via metà della casa del fabbro Luigi Peveri, d'anni 57, situata poco sotto l'im­boccatura del ponte, trascinando con sé le suppellettili della cucina e del­la camera da letto. A Marsaglia il Trebbia investiva e asportava in parte anche le installazioni del frantoio dell'Anas. Bobbio che era stata investita soltanto dagli scrosci marginali dell'uragano ebbe la sensazione del cataclisma soltanto poco dopo mezzogiorno, quando la vasta e limacciosa corrente si distese per tutta l'ampiezza del greto occupandolo da un capo all'altro. I cittadini si ammassarono curiosi contro le spallette della circon­vallazione, mentre un gruppo di giovani alquanto temerari si inoltrava su ponte vecchio, per godersi più da vicino lo spettacolo emozionante.

La piena continuava ad aumentare a vista d'occhio, investiva le poche alberature marginali, mandava una bava d'acqua fin nel Borgo, mentre sulla sponda opposta penetrava fino alla fornace, invadendo di terriccio la fonte Pineta. A S. Martino l'acqua entrava nel vivaio della Forestale, asportava il casotto e le altre attrezzature devastando tutta la zona; com­pletamente sommersi gli orti posti di fianco al terrapieno della stradale; l'acqua invadeva pure il mulino di S. Martino provocando danni notevo­li. Ma la visione più terrificante era nei pressi del ponte Vecchio: gigante­schi cavalloni di acqua si frangevano contro la lunga fiancata del ponte, facendo vortici intorno ai piloni e infilandosi tumultuosamente sotto le arcate.

L'acqua limacciosa, passando sotto gli occhi dei bobbiesi rivelava di tanto in tanto il suo drammatico bottino: un fornello a gas, un troncone d'albero schiantato, una sedia, bidoni di catrame trascinati via dal greto alto del fiume, travi, legname da fabbricazione, qualche mobile, botti vuote, sagome nere, tralicci di piante, una grossa quantità di legname che qual­cuno sfidando la minaccia dei flutti, s'affrettava a trarre a riva.

Più a valle, perdendo un po' della sua velocità, provocò danni soltanto di minore entità, se si eccettua l'allagamento della parte bassa di Rivergaro con danni ai negozi e ai depositi.

Dopo le due del pomeriggio la piena, raggiunto il massimo, comincia­va rapidamente a decrescere, mentre giungevano le prime tristi notizie della Valtrebbia. Nel pomeriggio stesso di sabato si recarono sui luoghi colpiti il vice Prefetto di Piacenza, ,dr. Prestamburgo, l'on. Marenghi, ac­compagnato dal Direttore del Consorzio Agrario dott. Stradiotti, l'ing. Rinetti del Genio Civile ed altre personalità.

Accorreva pure a Marsaglia la Polizia e si prendevano i primi provve­dimenti per fronteggiare la situazione. Lungo le rive intanto ferveva l'opera dei raccoglitori di legna che il "Trebbione" aveva trascinato a valle in quan­tità enorme. Grosse piante di pioppo con le loro radici stavano ammuc­chiate alla rinfusa intorno ai piloni del ponte Vecchio emergendo a mano a mano che la corrente calava; un'ingente quantità di legname era stata spinta dal fiume sui prati del Borgo.
* * *

Il capitolo più tragico dell'alluvione è quello dato dalle vittime umane; il numero dei morti non è ancora stato definito con precisione; citiamo i casi più impressionanti. A tre chilometri da Torriglia è avvenuta una scia­gura raccapricciante. Sabato mattina partivano dai loro paesetti della Val­le di Fontanabuona due contadini, Nella Gardella di 20 anni e Silvio Gardella di 45 anni, omonimo ma non parente della ragazza. Si recavano, con il quotidiano carico di latte legato al basto di due mule e di un cavallo, sulla strada provinciale dove sarebbe passato l'autocarro che compie il servizio di raccolta per la centrale di Genova. Erano fermi al ponte Scab­bie, sul margine della strada, al riparo di una capannuccia di legno e di paglia, quando la violenza del nubifragio raggiunse il culmine. Non si impressionarono: slegati i bidoni del latte dal basto, presero a scaricarli sul ciglio della strada, quando alle loro spalle una frana di fango e di sassi si staccò dal ripido scoscendimento di Costa del Toro.

La capanna fu sbriciolata, divenne fango e franò con esso verso il tor­rente sottostante. I due sventurati furono travolti in questo vortice pauro­so assieme ad una delle due mule con il cavallo. Ieri, a tarda ora, i due poveri corpi non erano ancora stati ricuperati. La mula scampata al disa­stro è stata ricondotta, pian piano con le ginocchia spezzate al casolare di Nella Gardella nella piccola frazione di Raspighè, dove un'altra disgrazia nel frattempo aveva colpito la sventurata famiglia. Papà Gardella, infatti, non aveva più un letto, la sua casetta era stata sfasciata dalla furia dello stesso nubifragio che aveva ucciso sua figlia. Un'altra sciagura mortale si segnala in località Pian di Benasco, frazione di Torriglia: un boscaiolo bergamasco, Giovanni Battista Bergnis, è scomparso con il casolare ove era rifugiato, schiacciato da una frana. Quattro operai sono stati sepolti da una frana nel comune di Lomarzo.

Verso le ore 15 di sabato, a valle di Perino, l'operaio Emilio Agenti, d'anni 60, insieme al figlio Artemio, d'anni 27, stava tagliando legna allorché la furia del Trebbia li sorprese. Entrambi furono investiti dai flutti: vistisi in pericolo, tentarono di aggrapparsi ad un albero, Artemio salì su un salice basso, ma il padre - nel vano tentativo di afferrare un tronco di albero galleggiante alla superficie dell'acqua - dovette impegnare una du­rissima lotta coi flutti, finché stremato di forze e resosi inutile ogni ulte­riore tentativo di resistere all'impeto dell'acqua, fu visto dal figlio che frat­tanto invocava soccorso da alcuni abitanti di Dolgo che assistevano im­potenti alla scena straziante - scomparire a valle del fiume annegando.

Più tardi il giovane fu tratto in salvo dai vigili del Fuoco che si erano portati sull'acqua con un battello di gomma. La salma di una giovane donna, trasportata dalla corrente, è stata rinvenuta in località Donceto in Comune di Travo. Finora non è stata ancora identificata. Un altro cadave­re sconosciuto che indossa pantaloni di velluto rigato e dimostra circa 60 anni, è stato tratto a riva in Comune di Calendasco sulla sinistra del Treb­bia.

La tremenda alluvione subita dal genovesato e dai paesi della Valtrebbia ha provocato immediate ripercussioni in tutta l'opinione pubblica nazio­nale; i grandi giornali hanno pubblicato ampi servizi con qualche docu­mentazione fotografica. Le autorità governative si sono subito interessate della situazione. Il ministro della difesa on. Taviani si è spinto sino a Torri glia per rendersi conto dei danni e delle distruzioni provocate dal maltempo. Il ministro dei lavori pubblici ha concesso come primo stanziamento 120 milioni per la rimozione delle frane e per il ripristino di acquedotti e mulattiere. Altri 8 milioni sono stati erogati per i senza tetto dal Ministero dell'Interno, ma la cifra sarà indubbiamente inferiore alle necessità. Per riattivare la vita economica dei comuni di Fascia, Gorreto, Rovegno, Rondanina, Montebruno in provincia di Genova, e Ottone, Zerba, Cerignale in provincia di Piacenza rimasti completamente paralizzati per l'interruzione della viabilità (a causa delle numerosissime frane nella zona genovese e dei ponti pericolanti) e per l'abbattimento delle linee telefoni­che e delle condutture elettriche, sono stati inviati distaccamenti militari. Da Torino è arrivato un battaglione del Genio militare, che agisce per il ripristino delle opere di difesa e d'interesse pubblico per la zona tra Busalla e forino. Da Pavia, un altro battaglione del Genio Pontieri è stato inviato nella zona di Marsaglia. Qui sono cominciate le prime opere di ripristino. I genieri-sotto la direzione dei tecnici dell'Anas stanno allestendo un pon­te di fortuna a valle di quello crollato. A Gorreto i primi soccorsi furono inviati dal Marasciallo e. dal Sindaco di Ottone. In altre località si provve­de come si può, attendendo soccorsi più efficaci. Intanto ci si domanda se saranno indennizzati i comuni e le aziende e le piccole famiglie rovinate da questo improvviso diluvio. A quanto si apprende il problema sarà po­sto all'esame del Governo e del Parlamento a mezzo di una interrogazio­ne degli on. Guerrieri e Cappa. Per conto suo il Ministro Merlin ha annun­ciato che i funzionari del Dicastero dei lavori pubblici provvederanno ra­pidamente a valutare i danni subiti delle opere essenziali alla vita delle popolazioni in modo che al più presto torni la normalità in queste zone sconvolte.

Da La Trebbia del 25 settembre 1953
(Brano tratto dal libro “Cento anni di storia bobbiese” a cura di Giorgio Pasquali, edizioni “Gli amici di San Colombano”)

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Ottobre 2009 10:09
 

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