L’alimentazione in Alta Valtrebbia nella prima metà del Novecento - 3a parte PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da Giovanni Salvi   
Giovedì 23 Aprile 2020 14:59

Alimentazione in Val Trebbia

Chiudiamo la lunga carrellata sull’alimentazione con la descrizione su: frutti di bosco, funghi, cacciagione e il caffè fatto con orzo o segale

La frutta era costituita da pere (pei) nelle varietà pei de San Giuvanni, pei bitiri, pei vignuö, pei grossci, pei brizzi, pei martin (gli ultimi due tipi si conservavano per l’inverno e venivano cotti nel vino); mele nella varietà renette, carle, rugginose e vari tipi di mela selvatica di piccolo formato; susine (suzzenn-e), prugne (brignùn); ciliegie (źeriexe) di vari tipi tra i quali le piccole teneriele e le più grosse e pregiate “durone” (granfiùn); nei vigneti vi erano alberi di pesco di diverse qualità, tra di essi quelli che producevano le dolci e profumate “settembrine”. A Bertassi, probabilmente importati da chi durante l’inverno lavorava nel Pavese e in Toscana, vi era un albero di gelso bianco (murùn) e uno di gelso nero (sersega) che producevano frutti molto dolci. Limitato al Natale era l’uso di arance (źitrùn).
C’erano poi i frutti di bosco: i mirtilli (püöle) particolarmente abbondanti nel grande castagneto di Fontanarossa, i lamponi (ampüöne) che crescevano copiosi nelle faggete in cui gli alberi erano stati abbattuti, le fragole (meřieli), le more (muie), le bacche di corniolo (curnâ) , le nocciole (niźzuoře), le noci (nuxe). Durante la Seconda guerra mondiale da noci e nocciole si cercò anche di ricavare olio sebbene di scarsa qualità.
L’ambiente naturale offriva poi i funghi, c’erano quelli tipici dei prati e dei pascoli: prataioli (muffelùn), maggenghi (spinaiuö), cimballi (spinaiuö da-a prinn-a) e i funghi tipici del bosco: porcini (funzi neigri, funzi da-a castaggna), galletti, colombine (crumbinn-e), ovuli (buřei) ed i ricercatissimi polipori frondosi (barbixin). I funghi da bosco si trovavano nei castagneti di Fontanarossa, Alpe e Barchi, nelle cerrete di Alpe e Bertassi e nelle faggete dei monti Zucchello e Alfeo. I porcini venivano fatti seccare e spesso inviati ai parenti in America.
A Bosco, piccolo nucleo sotto Fontanarossa, si usava pescare nel vicino torrente Terenzone utilizzando una forma rudimentale di nassa denominata arcabbiu.
Poco diffusa era l’abitudine di cercare lumache (limaźze) per mangiarle, si preferiva infatti venderle soprattutto nel Bobbiese. In alcune famiglie la dieta era arricchita dalla cacciagione sia catturata con trappole (laźzi) che abbattuta coi fucili: scoiattoli (sciurne), ghiri (gî), lepri (lievere), pernici, starne, tassi, ricci (puorcuspin), merli neri. In ottobre c’era il passaggio dei tordi (turdeři) che si fermavano a mangiare le bacche di ginepro: le trappole venivano tese sotto i cespugli. La caccia era un’attività abbastanza praticata e talvolta anche i parroci erano cacciatori.
Il punto dolente dell’alimentazione contadina era il consumo di carne: a parte quella di qualche pollo e quella proveniente dalla caccia la carne doveva essere acquistata e pertanto solo raramente appariva sulle tavole, e questo in occasione delle feste patronali e delle più importanti solennità religiose. Con carne bovina macinata e mescolata a borraggine (buraxa), cipolla, uova e formaggio si faceva il ripieno (pin) dei ravioli, sempre con carne macinata il sugo (tuccu de carne) e con carne tagliata a pezzi e unita a fagiolane la fricassea (fracassâ) e unita a patate lo stufato (stifò).
Per quanto riguarda i dolci nelle solennità si faceva la figaźza duze fatta con farina di grano, uova, zucchero e lievito, u leite duźe con latte, farina e zucchero e un budino (bunettu) costituito da un impasto di latte, uova e zucchero versato in una forma di rame stagnato e cotto nella brace. Per San Giuseppe non mancavano ai bambini le frittelle.
Non c’era l’abitudine di fare marmellate e, tranne i rarissimi casi in cui si allevavano le api, il miele che si mangiava era quello spremuto da favi trovati casualmente appesi a qualche albero di castagno.
Nei paesi (Bertassi, Borgo, Pissino) nel cui territorio cresceva la vite veniva fatti due tipi di vino: uno di scarsa gradazione destinato all’uso quotidiano e uno migliore riservato alle grandi occasioni. Il tutto conservato in botti di varie dimensioni (vascieli, vascellin, caratieli). Un po’ di uva veniva consumata fresca col pane o portata con cavagne ai parenti di paesi dove l’uva non era coltivata. Si produceva anche aceto (axeiu). All’interno di alcune località c’erano pergolati (töppie) di uva americana, i suoi grappoli maturi venivano mangiati solitamente dai bambini e solo molto raramente erano usati per la vinificazione.
Circa le bevande, oltre all’acqua di fonte ed al vino c’era il “caffè”: si prendevano chicchi di segale o di orzo, si tostavano, si macinavano e si facevano bollire in un pentolino; si assumeva poi il liquido con un po’ di zucchero (poco perché bisognava comprarlo); il caffè vero e proprio era riservato a coloro che avevano parenti emigrati in America e gliene inviavano confezioni assieme a quelle di cacao.
Si può concludere questo discorso affermando che se gli abitanti dei vari paesi riuscivano in genere a nutrirsi a sufficienza l’avere cibo vario, gustoso ed abbondante rimaneva un obiettivo spesso insoddisfatto e la possibilità di mangiâ e beiea sazietà, consumando raiö (ravioli), pullastri (polli) e pullastrin (galletti), rosti(arrosti), cappun (capponi) e vin bun (ottimo vino) rimandava ad una sorta di paese di Bengodi più favoleggiato che frequentato.

Giovanni Salvi

(Articolo tratto dal N° 13 del 23/04/2020 del settimanale “La Trebbia”)

 

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