Seicento ottonese: singolare episodio di cronaca nella località Recavanna di Valsigiara PDF Stampa E-mail

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Scritto da Attilio Carboni   
Mercoledì 27 Marzo 2019 14:10

Seicento ottonese: singolare episodio di cronaca nella località Recavanna di Valsigiara

Recavanna, antico borgo a monte di Valsigiara, ora rudere, è stato importante riferimento sulla “via del sale”. Una mulattiera interna che dal Pavese, attraversando difficili valichi, faceva capolinea alla sorgente salsa presso La Ca’ di Ottone. Ancora nel secolo scorso la popolazione dei dintorni, i villeggianti durante l’estate, vi si recavano, confidando nella tra- dizione, alla ricerca di portentosi (immediati), rimedi terapeutici. Una specie di farmacia molto popolare a costo zero (come si direbbe oggi). Recavanna e Campi Vecchio sono due località dell’0ttonese, ora, completamente disabitate, non lontane tra di loro. Accolgono il visitatore con poche mute rovine, generate da avvallamenti e frane. Natura esuberante è tornata a dominare, sovrana incontrastata, con il suo apparente disordine di erbe e piante. Colori, forme; suoni, aromi, fruscii: là tutto è mistero e spettacolo, pura magia. Incanto. Vivace avventura. Singolare viaggio esotico. Volano spesso in cielo, numerosi, i corvi: il loro “Cra, Cra” insistente, nel medioevo era attribuito a “diaboliche frodi”. Cras in latino significa “Domani”. Un invito a rimandare (vedremo, faremo…), anche le cose più urgenti, guastando, così, presente e futuro, specie dei giovani. A quel gracchiare scomposto tentavano di rimediare i Santi. Sant’Espedito (Martire del IV secolo), ad esempio, nella sua iconografia è sempre rappresentato con il corvo petulante che fugge al suo arrivo. L’uomo di Dio, richiamava al vero, al giusto, al doveroso, gridando: “Hodie. Hodie” (Oggi non domani. Bisogna agire nel presente. Subito: non c’è un minuto da perdere. Rinviare è perdersi, inesorabilmente, nei labirinti e negli abissi della vita. Recavanna era posta agli estremi confini del territorio parrocchiale di Ottone. Oltre si estende- vano le terre sottoposte alla prevostura di Campi. Fu costruita una casa a due piani, una specie di condominio di allora, proprio sulla linea di confine. Decisero i Sacerdoti dell’una e dell’altra sede che gli abitanti del piano terra sarebbero dipesi da Ottone. Quelli al primo piano da Campi. Col tempo un residente al piano terra a tal punto giunse a dissapori col parroco di Ottone da troncare in modo irreparabile qualsiasi contatto. Approssimandosi la sua fine si fece, addirittura, trasportare, per l’ultimo respiro, al primo piano. Sarebbe finito, così come finì, nella competenza automatica di Campi per estrema unzione, funerale e sepoltura. Il fatto l’ho sentito raccontare dagli anziani del secolo scorso, con tale chiarezza e perfezione d’eloquio da rimanermi impresso, come avessi assistito di persona al fatto medesimo. Una lezione di storia dei nostri paesi, intinta nella didattica di grandi maestri spontanei, tramandata oralmente da generazione a generazione. In ulteriore apposito scritto diremo quali sono stati i presupposti storici che consentono di collocare l’episodio nel Seicento.

Attilio Carboni

(Articolo tratto dal N° 12 del 28/05/2019 del settimanale “La Trebbia”)


 

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