Foppiano di Rovegno, la sua storia, il suo mulino PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da Emanuela Sandali   
Giovedì 27 Ottobre 2005 01:00
Dove finisce la strada comincia Foppiano: le sue case, i suoi camini e la sua gente. Dove finisce Foppiano c'è il suo mulino.
Credevo che fosse un paese come gli altri, Foppiano, invece basta ascoltare le voci di chi ci è nato e vissuto per vederlo in un modo nuovo: come un piccolo gioiello di storie e vite nascoste tra i monti, come uno scrigno di segreti e di ricordi. E al centro dei pensieri, il mulino: oggi da ammirare, un tempo da sfruttare come unica fonte di sostentamento.
Panorama di Foppiano
La storia del mulino non può prescindere da quella del paese. I miei interlocutori, Giuseppe Foppiani, detto Giò, Stefano Foppiani, detto Steva, e Franco Poggi, tutti nati a Foppiano, non tralasciano neppure un dettaglio, come se fossero sempre stati a Foppiano, ancor prima di nascere. Attraverso i loro racconti riesco quasi a vedere il passato, dal medioevo ad oggi.
"Il nome Foppiano deriva da un errore", spiega Giò, "era un cognome diffuso in Val Fontanabuona, ma c'era un signore che veniva sempre a portare il grano in paese così ha preso il suo nome".
Le origini di Foppiano risalgono al 1000 -1200: il paesino era a ridosso dell'antica cappelletta, ora un rudere sotto il paese nuovo. La zona era a rischio di frana, così gli abitanti, "solo con il piccone e la pala", precisa Giò, hanno spianato il monte e hanno creato il paese che oggi vediamo. Dal 1200 al 1500 Foppiano è rimasta disabitata poi, tra il 1500 e il 1600 si è ripopolata e chi vi risiedeva viveva di castagne; soltanto successivamente si iniziò a coltivare il grano. "Sapeva che nel '700 Foppiano era un magazzino?" mi domanda Giò, la risposta viene da Stefano: "sì, da Chiavari portavano il sale e l'olio, da Piacenza il frumento e poi si scambiavano le merci".
In origine in paese vivevano 28 famiglie in 28 case, ma il colera le costrinse tutte a rifugiarsi al Pian dei Casùn (Casoni), sotto il monte Dego. Nel 1920 gli abitanti hanno creato la piazza e l'acquedotto, rimodernato poi nel 1980-81; nel 1937 hanno costruito la strada asfaltata.
"E' stata fatta tutta a mano - precisa Giò, i cui occhi vispi si illuminano ad ogni ricordo- abbiamo fatto tutto da soli. E prosegue: "Tutta la frazione si è messa d'accordo e ha venduto una porzione di bosco per avere i soldi con cui comprare i materiali per costruire il muraglione dove ora parcheggiano le macchine, lungo 25 m e alto 12". Il paese era così unito, mi raccontano le tre anime di Foppiano, che per ogni lavoro tutti si rimboccavano le maniche per darsi una mano. Ogni lutto era dolore per tutti, ogni festa era gioia per tutti. "Gli abitanti di Pietranera erano invidiosi dell'atmosfera che si respirava a Foppiano- confessa Giò- così ci chiamavano i Parigin, dicevano che il nostro paese era la Parigi della Val Trebbia". Le feste erano attesissime: quella di San Rocco, la domenica dopo il 16 agosto, Pasqua e il S. Natale erano un momento di condivisione, "ed erano le uniche volte che si mangiava la carne, macellata a Rovegno" , aggiunge Franco. Fino all'800, infatti, come spiega Giò, si mangiava la panna del latte salata e messa nella minestra. E' sempre Giuseppe a ricordare la festa di San Antonio da Padova, il 13 giugno. "Si uccideva il gallo e si faceva al zuppa al mattino" racconta Steva e subito si sente la voce di Giò: "Che bùnna ch'a lea! (Che buona che era!)".
Vecchia cartolina di Foppiano

Le voci di Franco, Stefano e Giuseppe si intersecano, si sovrappongono perche, si sa, un ricordo tira l'altro. Non oso fermarli perché sento che ciò che possono raccontarmi loro, non potrei diversamente conoscerlo.

 

Emanuela Sandali

(Questo articolo è stato tratto dal N° 35 del 27/10/05 del settimanale "La Trebbia")

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Aprile 2012 08:20
 

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