Fasce e terrazze dell'Alta Val Trebbia PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da Enrico Rettagliata   
Giovedì 10 Maggio 2001 01:00
Non è facile capire come sia stato possibile ai nostri nonni trasformare le ripide pareti della montagna in tanti gradini e fare di ognuno di questi un piccolo spazio su cui coltivare.
La montagna ne è piena, ancora adesso è possibile scorgerli, invasi di spine o popolati da querce.
Chi volesse vederli e godere delle loro geometrie imprecise ma armoniose deve farlo in inverno, quando la neve ha coperto la terra lasciando in evidenza il nero dei muri a secco che ne costituiscono la struttura portante.
Esempio di fasce in Val Trebbia
Osservare il fianco della montagna in questi frangenti è uno spettacolo di insolita bellezza che ci permette di penetrare il fascino più nascosto di questi luoghi, creati nel corso del tempo da umili artisti armati soltanto delle loro mani forti, tronche come zappe.
Proprio con zappe a due denti dai manici corti hanno svolto quest'opera, scavando giorno dopo giorno la montagna ed il bosco. Di questo, infatti, si trattava, trasformare una parete di bosco più o meno ripida in terreno coltivabile, preziosissimo in quel tempo in cui si viveva soltanto della terra. La faticosissima operazione del "roncare" consisteva nello scegliere una zona boscosa ed iniziare dalla parte più alta a sradicarne gli alberi secolari che la occupavano.
In un secondo tempo toccava alle pietre di essere rimosse e gettate in basso, per liberare la terra dalla loro infruttuosa presenza.
Via via che questo lavoro procedeva in senso orizzontale, si venivano ammucchiando sassi, anche di grandi dimensioni, sempre più in basso. In questo modo tutte le pietre che erano state portate alla luce e che erano state faticosamente accumulate, venivano impiegate per la costruzione del muro a secco che avrebbe costituito l'alzata del gradino di terra.
Senza l'aiuto di calce o cemento il paziente artista sovrapponeva i sassi, formando un muro perfetto, nulla veniva lasciato al caso, ogni pietra trovava la propria esatta collocazione e in questo modo "legava" con tutte le altre.
Si dice di uomini talmente capaci in questo lavoro da essere diventati "famosi" in diversi paesi per la loro abilità e perizia.
Un muro ben fatto costituiva una base sicura che aveva lo scopo di reggere la terra che in un secondo tempo il contadino raccoglieva, sistemava e trasportava sulle spalle dentro a cestoni fatti con salici intrecciati. Il terriccio veniva versato all'interno del muro fino a quando il gradino non era completo.
I fazzoletti di terra ricavati si chiamavano "fasce" e la loro costruzione avveniva durante l'inverno, quando il lavoro di raccolto e di semina non occupava la manodopera.
Queste strisce erano così abbarbicate sui fianchi dei monti e di così piccole dimensioni che non potevano essere lavorate con l'aratro ma richiedevano il costante uso della zappa e della vanga; il prezioso elemento costava fatica ed esigeva il massimo rispetto tanto che, per non sprecarlo, ogni intervento seguiva la legge economica di lavorare sempre mandandolo "a monte" e cioè rigirando la terra verso la parte superiore della fascia.
Nell'Alta Val Trebbia i terrazzamenti resistono ancora oggi, per la maggior parte i muri a secco si sono conservati intatti, il fatto di non essere legati con cemento permette un perfetto drenaggio dell'acqua che può scorrere a valle senza causare smottamenti.
Nel tempo, il duro lavoro dei nonni sembra insegnarci parecchio, rimane anche un detto in questi paesi; quando qualcuno si lamenta per non sapere cosa fare, può sentirsi rispondere non senza ironia: "ma vai a roncare!".

Enrico Rettagliata

(Questo articolo è stato tratto dal N° 18 del 10 Maggio 2001 del settimanale "La Trebbia")
 

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