Le vicende della famìglia Rettagliata di Canneto quando costruirono il ponte di Fontanarossa PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da Dino Isola   
Mercoledì 31 Gennaio 2001 01:00
Vorrei dare un contributo alla ricostruzione di uno spaccato della nostra storia che, seppure recente, dimostra quanto in pochi anni il nostro modo di vivere sia profondamente cambiato.
I fatti che vorrei narrare accaddero una cinquantina di anni fa, e riguardano la costruzione del ponte di Fontanarossa e della relativa strada, e le vicissitudini che ciò provocò all'unica famiglia abitante a Canneto, il primo paesino che oggi s'incontra salendo verso Fontanarossa: i Rettagliata.
Questa famiglia era composta da quattro fratelli (i miei zii), la loro anziana madre (mia nonna) e due sorelle che erano sposate" una a Bertone e l'altra (mia madre) a Rovegno.
A quei tempi l'unico modo per attraversare il Trebbia era un carrello che scorreva su di una teleferica e ciò costituiva un gran disagio ed un grosso rischio, soprattutto per anziani e bambini.
Questa struttura, scomoda e pericolosa, era situata in località Baracchina, nel punto in cui la strada che scende da Rovegno s'immette nella statale 45. Proprio in quel luogo doveva sorgere il ponte che avrebbe collegato le due sponde del Trebbia.
A quel tempo io avevo pochi anni, ricordo che ogni domenica pomeriggio mia madre si recava a Canneto per aiutare mia nonna a sbrigare le faccende di casa e anche mia zia, da Bertone, raggiungeva spesso il suo paese natio.
Molte volte anch'io partivo con mia mamma e ricordo che ogni volta che s'incontravano delle persone lungo il cammino, il discorso cadeva sempre sullo stesso argomento: "il ponte e la strada" che avrebbero finalmente permesso agli abitanti di Borgo, Giambin, Bosco e Canneto di vivere una vita migliore.
Un giorno però giunse una notizia inaspettata; il progetto era cambiato ed ora prevedeva la costruzione del ponte più a valle dove poi venne effettivamente eretto.
Questo cambiamento venne accolto in modo per lo più sfavorevole, anche perché tutti sapevano che la zona prescelta era ed è interessata da un grosso movimento franoso. Per i miei zii vi era un'ulteriore preoccupazione, poiché la strada era destinata ad attraversare i loro terreni da cima a fondo e per questo esproprio non era previsto alcun indennizzo.
Invano si tentò di convincere i responsabili del progetto a ritornare a quello originale anche perché il motivo di quel cambiamento così radicale risultava oscuro ma gli interrogativi che la gente si poneva rimasero tali anche perché i mezzi di comunicazione non erano diffusi come oggi e quando veniva presa un decisione dall'alto bisognava accettarla o subirla.
Durante la costruzione del ponte vi fu un drammatico incidente, il crollo di una struttura causò la morte di un operaio ed altri rimasero gravemente feriti.
Alla fine i lavori furono completati; per i miei zii neppure una lira di risarcimento per i loro terreni
devastati. Sono passati cinquant'anni, tutto è cambiato i fratelli Rettagliata non ci sono più, Canneto ha un nuovo proprietario.
Ogni tanto mi reco al cimitero di Fontanarossa dove riposano mia nonna ed i miei zii.
La strada che sale verso Canneto mette ancora bene in evidenza le dure ferite che le ruspe infersero a quello che era un luogo bellissimo, prati verdi e puliti, campi coltivati, alberi rigogliosi e carichi di frutta ed il ricordo torna a quelle persone, umili, schive, laboriose, oneste che vissero in grandi ristrettezze economiche con tanti sacrifici e rinunce, come si viveva allora "quando eravamo povera gente".

Dino Isola

(Questo articolo è stato tratto dal settimanale "La Trebbia")
 

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