"Nonnu, te me cunti..." PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da Enrico Rettagliata   
Venerdì 30 Gennaio 2009 22:38

Mio nonno era un contadino, le sue mani lo dicevano chiaramente, avevano un che di familiare con la terra, screpolate, rugose, ricordavano la corteccia degli alberi, non di tutti gli alberi, ma di quelli che crescono e vivono nei boschi dell'Appennino Ligure.
Mani forti che rivelavano attitudine all'uso di attrezzi duri quali la zappa e la vanga, mani che giorno dopo giorno guadagnavano un cibo povero fatto di patate, granturco, castagne e che nelle pause di riposo si adoperavano nell'arte di arrotolare rustiche sigarette al trinciato.
Dai suoi vestiti emanava un sottile odore di legno e tabacco, sempre lo stesso, aspro, familiare, un odore che associavo ai lunghi racconti di guerra che noi bambini, la sera, ascoltavamo a bocca aperta.
Sul piccolo tavolo senza tovaglia si trovavano spesso alcune noci, un coltello con il manico in legno e la lama consumata dall'uso; un sottile aroma di aglio impregnava il piano del tavolo e, lieve, invadeva la piccola linda cucina.
Erano i genitori di mia madre e vivevano in una piccola frazione a qualche decina di minuti a piedi da casa mia e le sere in cui andavo a far loro visita, erano caratterizzate, oltre che dalle care premure e dai dolci sorrisi della nonna, dai resoconti di guerra e prigionia che il nonno amava narrare con metodica precisione.
Nato nel 1891 si era trovato a partecipare direttamente, come fante addetto ai rifornimenti, al tragico conflitto del 15-18 e tutto quello che aveva vissuto era registrato alla perfezione nella sua mente, fotografato fin nei minimi particolari, impresso in maniera indelebile nel più profondo del suo essere.
I suoi racconti erano straordinari, ognuno rappresentava un vero e proprio capitolo di quel libro mai scritto, li conoscevo tutti, uno ad uno, tanto che nella mia mente infantile avevo assegnato a ciascuno un titolo, così da poter avanzare spesso la richiesta di sentirne uno in particolare.
..."Nonnu, te me cunti"...e dopo essersi sollevato il cappello dalla fronte con un lento gesto della mano e grattato un poco in testa, come per richiamare la memoria, il nonno, seduto su di una piccola seggiola impagliata, si accingeva a raccontare.
Sempre strettamente in dialetto, la storia prendeva corpo, non c'era fretta nella sua voce, non enfasi patriottica, non risentimento per le violenze subite, c'erano vicende vissute con semplicità in cui la guerra faceva da sfondo a ritratti umani ancora vivi; una donna che viveva con le oche dentro ad un mucchio di spazzatura, le parole di un barbiere militare che elogiavano i suoi bei capelli neri, i pidocchi nelle cuciture della divisa, il Natale passato in prigionia, quando con un sigaro aveva tentato inutilmente di soffocare i morsi della fame.
Poi gli aerei, i terribili aerei con le ali di tela che, simili ad uccelli rapaci seminavano il panico tra i soldati; pareva proprio di vederli mentre le braccia magre del nonno si muovevano in aria quasi ad indicarli e, poi, ancora le lunghe marce notturne, la pioggia, i vestiti logori, ma tutto era intriso di una strana forma di rassegnata dignità mai per un solo momento dimenticata, sottolineata, anzi, dalle lunghe pause con le quali era solito intercalare le vivide immagini dei suoi ricordi.
Gli ultimi racconti ai quali ho assistito vedevano la nonna che, con amabile discrezione aiutava, di tanto in tanto, il marito a ricordare quelle storie che lei certo conosceva a memoria e che avevano scandito numerosi momenti della sua esistenza.
Lentamente, come la sua memoria, anche il nonno se ne andò, in punta di piedi, così come era venuto, così come era sempre vissuto nella semplice dignità di una camicia di flanella e del vestito di robusto fustagno.
I suoi racconti, i toni pacati, la pazienza del vivere, la dignitosa umiltà che ho avuto modo di conoscere e avvicinare sono ormai molto lontani, solo in sogno, a volte, mi è dato di riviverli.
Nel mio mondo nessuno ha più tempo per raccontare, per trasmettere ai bambini lezioni di vita; chiusi nei nostri appartamenti e mascherati dietro stupidi biglietti da visita noi siamo ancora, non certo per merito nostro, gli ultimi inconsapevoli eredi della cultura delia montagna, fatta di uomini per i quali il silenzio era una voce, la parola era un valore, fatta di dialetto, di stufe accese nei lunghi inverni, pregna dell'umile aroma dell'aglio, bella come una manciata di noci posate sul piano del tavolo.

Enrico Rettagliata

(Questo articolo è stato tratto dal N° 20 del 22/05/03 del settimanale "La Trebbia")

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Aprile 2012 08:17
 

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