L'autunno nei proverbi e nelle tradizioni popolari PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da Marco Gallione   
Sabato 01 Gennaio 2000 01:00
Tutti, almeno una volta, abbiamo visto un vecchio contadino scrutare il tramonto con aria pensosa, borbottando profeticamente: "Cielo a pecorelle, acqua a catinelle"; la notte, puntuale all'appuntamento, veniva l'acquazzone e, la mattina dopo, guardando dai vetri rigati di pioggia la campagna malinconica, pensando al vecchietto, lo abbiamo mandato a quel paese per la gita andata a monte, attribuendogli, nel nostro irrazionale rancore, la colpa della pioggia. Ma, una volta placata la delusione, una riflessione sorgeva spontanea: "Anche questa volta il proverbio aveva ragione".
Nelle semplici strofette, nelle rime, spesso zoppicanti, dei proverbi sono racchiusi previsioni metereologiche, sentenze morali, rimedi di medicina pratica, frutto dello spirito di osservazione e del buon senso di molte generazioni. Per la gente della campagna c'è un proverbio per ogni stagione, per ogni lavoro dei campi e l'autunno, tempo di raccolti, di vendemmie e di semine è, per così dire, accompagnato nel suo cammino, dagli ultimi caldi alla prima neve, da una nutrita schiera di detti popolari.
All'apparire delle prime foglie rosse sui rami e della prima brina nei prati, storni e tordi iniziano la migrazione, per la gioia dei cacciatori:
A San Micchè e oxellée son in pè;
la pioggia, se non è ancora caduta,
i ciuvussi a San Micchè
se no vegnan avanti vegnan inderrè
è nell'aria sempre più frizzante, che invita ad indossare il giaccone di fustagno o la vecchia cacciatora
a San Micchè
e strasse san d'amè,
ed ad affrettare l'ultimo lavoro dei campi, la semina del grano, che
o mollo o bagnou
pe San Luca bisogna aveilo seminou
Ai primi di Novembre le giornate corte, la nebbia umida dei campi, invitano ad uscire sempre meno e comunque bene imbottiti
ai Santi
vesti i fanti,
a San Martin
grandi e piccin
e a godere il calore delle stufe, celebrando lo stomaco con piatti ricchi di calorie
ai morti, bacilli e stocchefisce
no gh'è casa che no i condisce
e con le prime "rostie"
Viva viva la castagna
frutto sano e saporito
che da tutti è preferito
come il re della montagna
Sì, la castagna, la regina dell'economia del nostro Appennino, fino agli inizi del secolo, trova ampie citazioni nei proverbi e nelle filastrocche popolari:
i pesci a-o ma, l'euio pe tutto,
i cetroin a-o so,
e a castagna pe' a montagna
Con quanta cura i valligiani seguono il ciclo del frutto, dalle prime gemme allo schiudersi dei ricci:
Dove maggio non copre, ottobre non coglie.
Il caldo di settembre toglie e non rende.
La nebbia d'ottobre ingrossa le castagne.
Poi i primi tonfi nei boschi e
a San Micchè
trae castagne pe-o sentè
si possono già raccogliere.
E, dopo la raccolta, di nuovo tutti in casa a godere il tepore della stufa, senza lasciarci ingannare se, d'improvviso, l'aria torna mite e il sole riesce a forare le nubi; è un fenomeno passeggiero, che
a stae de San Martin
a dua trei dì e un stissin
per lasciare di nuovo il campo alla pioggia, alla nebbia e alla prima neve. Il termometro scende sempre più in basso, finchè
a Sant'Andria
o freido o sciappa a pria
Ma è freddo buono, che serve ai campi
o freido avanti zenà
no gh'è dinè pe poeilo pagà
la neve copre i campi, il ciclo dell'autunno è terminato, la natura collabora con l'uomo, nel riposo invernale: "Sotto la neve è il pane".
Oggi le stufe sono spente , le case chiuse, i villigiani scesi in città; nei boschi, le castagne luccicano sul muschio bagnato, senza che nessuno più le raccolga. A ricordare generazioni di stenti e di fatiche; restano solo i proverbi, saggezza semplice, di semplici montanari.
 

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