Echi della civiltà rurale nelle alte valli Trebbia-Aveto PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da Attilio Carboni   
Giovedì 30 Aprile 2015 00:00

OrezzoliQuesta è la storia di usi, costumi, cronache, testimo­nianze di uomini e donne che hanno trasformato la "selva selvaggia" dei monti in bosco ordinato, pascolo, vigneto generoso, campo di grano flessibile biondo; sistema di precisi diritti e chiari doveri.
Fabbrica/Selva
Don Andrea Varinotti (1921/1982), nativo di Fabbrica di Ottone, parroco di Selva vai d'Aveto, alternava all'esercizio proprio della missione sacerdotale e dello studio (eccelleva in matematica), il duro lavoro dei campi. Possedeva, ammirato da tutti i suoi parrocchiani, la migliore coppia di buoi della zona. La sua mano esperta li aggiogava guidandoli nel traino della slitta, dell'er­pice; Non si vergognava di sostenere l'aratro, con soddisfazione e risultato evidente. I campi intorno alla sua antica Chiesa, ora concentrato di spine ed ortiche, erano un giardino esemplare di bellezza e di grazia, quasi un'estensione della stessa Chiesa.
Don Andrea disponeva di alcune mucche e si occupava in modo diretto della mungi­tura e della trasformazione del latte in burro, formaggio, ricotta... secondo ricette e tradizioni locali, collaudate dai secoli. In occasione di una visita pastorale del Vescovo Pietro Zuccarino, il gruppo dei convenuti si era attardato in Chiesa con il parroco onde provvedere alle varie incombenze di rito. Più tardi, avviatisi tutti insieme verso la canonica, furono accolti dal muggito preoccupato di una mucca, trattenuta nella stalla perché in avanzata gravidanza. ''Tranquilla, Gelsomina, tranquilla! Sono qui, non ti ho abbandonato", disse con voce suadente don Andrea. Subito si rasserenò quella madre imminente e tacque per non disturbare oltre. Aveva compreso la straordinarietà di quel giorno e si adeguava. Sorrise compia­ciuto il Presule, sorpreso da un'esistenza tanto idilliaca, bucolica e francescano pro­cedere.
Orezzoli
In località Casa del fabbro, Orezzoli di là, Comune di Ottone, io stesso ho assistito ad un episodio di mirabile integrazione tra uomini ed animali (primi anni '70). Verso sera una mucca, tornata dal pascolo nei dintorni, a modo suo bussava alla porta dei pro­prietari. Le veniva subito aperto. Con molto rispetto e buona educazione si limi­tava a mettere dentro casa il muso, evitando di entrare in cucina. Aspettava una semplice carezza e parole affettuose di circostanza che sollecitava mediante tenui muggiti. Accompagnata da qualche donna di turno si recava poi alla mungitura nella sua stalla in evidente gioiosa letizia.
Toveraia
A Toveraia di Ottone, Carlo (1860/1948), Natale (1865/1944), Santina (1875/1958), fratelli Balza­rini, possedevano numerose terre, pascoli, vigneti e boschi. Natale, detto Nino, era molto apprezzato come sensale, in occasione di spartizioni ed eredità. Non aveva studiato Estimo, ma era in grado di "pesare" le diffuse particelle agrarie con retto giudizio. Nessuno avrebbe mai osato mettere in discussione le valutazioni di quell'uomo universalmente considerato onesto fino allo scrupolo. Tutti si fidavano. Data la sua notevole spon­tanea intelligenza giuridica, nell'alta valle era tenuto in conto di grande "Avvocato". Carlo era un eccellente muratore e capomastro; un artista della pietra squadrata, un virtuoso del martello e del filo a piombo. I palazzi più belli dei dintorni sono opera sua. Santina è ricordata quale mente ordinata e sottile; donna di grande equilibrio, instancabile lavoratrice, rispettosa dell'altrui, attenta al proprio.
Tra le due guerre del secolo scorso, In occasione di una delle fiere primaverili di Ottone, un tizio aveva raccolto numerose "carasse" (pertiche da fagioli), come d'uso, per venderle al mercato ricavarne qualche (misero), guadagno. Santina, osservata l'offerta, ne riconobbe alcune, senza esitazione, provenienti da suoi terreni sul monte Dego. Quella donna conosceva le sue "piante" una ad una. Facevano parte della sua famiglia.
"La bella d'erbe fami­glia e d'animali" di cui parla Foscolo. L'imprudente taglialegna, confuso ed imbarazzato, non potè che scusarsi, adducendo la buona fede e l'involontario possibile sconfinamento durante il taglio. Sarà stato di certo vero, ma le pertiche in que­stione furono prontamente restituite alla legittima pro­prietaria.

Attilio Carboni

(Articolo tratto dal N°15 del 30/04/2015 del settimanale “La Trebbia”) (Fotografia di Giacomo Turco)


Ultimo aggiornamento Martedì 05 Maggio 2015 21:30
 

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