Il terrazzamento della nostra montagna PDF Stampa E-mail

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Val Trebbia di ieri - Val Trebbia di ieri
Scritto da Attilio Carboni   
Lunedì 02 Aprile 2012 08:09

A Ottone e dintorni i nostri antenati non si limitarono a coltivare la terra, spontaneamente disponibile intorno ai loro villaggi,  addirittura la  “inventarono”,  ricorrendo al terrazzamento della montagna.   Un’ opera degna di giganti, complessa ed impegnativa da realizzare, meravigliosa negli effetti e nei fini… Un’opera  che trasformava i ripidi fianchi del monte in una speciale, fertilissima   pianura,  in modo artistico e molto produttivo.     Si costruivano muraglie a secco utilizzando pietrame di varia  consistenza,    reperito sul posto o  trasportato anche da lontano.   Materiale assemblato con sapienza pratica e funzionale, vera e propria “ingegneria” rurale.   La tecnica  consisteva  nell’appoggiare  segmenti di muri, inclinati leggermente verso l’interno e molto spessi alla base,  a terra mista a resti organici,  per lo più vegetali, quindi fertile, morbida.   Col tempo  e disponibilità di materiali si elevava il segmento di manufatto disponibile aggiungendovi altre  pietre,  raccolte in bande o “giri” paralleli ai precedenti, e nuovo terriccio d’appoggio,  sino a raggiungere l’altezza desiderata.   Per quanto possibile   si tendeva ad assicurare la parte basale delle muraglie sul solido,  raggiungendo la roccia, opportunamente trattata ad accoglierla, con  martello/scalpello pazientemente manovrati.   Ovvero predisponendo fondamenta possenti, profonde.

Nella val Trebbia Ottonese,  come ovunque  nella civiltà rurale,  muraglie  infinite caratterizzavano il paesaggio: espressione di incomparabile bellezza,  tenace resistenza, serenità di prospettiva esistenziale, fonte di riferimento alimentare, diretto o indiretto, preziosa, sicura. .    Le pietre utilizzate non erano necessariamente pietre squadrate con arte:  ognuna conservava, piuttosto, la sua forma rozza,  irregolare, spontanea, tranne (possibilmente), nel lato di facciata, più liscio o reso tale da appropriati colpi di mazza.    Utilizzando materiali tanto eterogenei per dimensione e forma, l’insieme avrebbe dovuto risultare molto disarmonico,  invece,  osservando il manufatto nel suo complesso,  si evince solo ordine, armonia, bellezza!    I muri sono, infatti, espressione di tecniche sofisticatissime,  specie di “trompe-l’oeil”  da manuale, da grande virtuosismo!    Muri costruiti in modo impeccabile sulle linee di livello, congiungenti tutti i punti della stessa altitudine (isoipse).  Con l’effetto di essere piacevoli in sé e nell’insieme, espressione del principio: “perfettamente paralleli tra loro;  perfette parallele dentro di loro”.   Cosicché l’occhio dell’osservatore continui a correre senza inciampo, cogliendo il tutto e non necessariamente la parte, nella piacevolezza, nell’equilibrio, da e verso l’infinito. Come il desiderio di libertà dell’uomo di allora e di sempre, dei suoi sogni, pur in tormentate vicissitudini esistenziali.    Stupende  muraglie, dunque, che assecondando l’andamento del monte, aderivano al suo profilo con morbide/delicate sinuosità, degne del miglior barocco o rococò.     Spesso venivano utilizzati massi enormi, tanto pesanti da mettere in difficoltà una moderna gru,  ma non l’uomo della montagna.    I nostri antenati, anche nel caso (raro) di modesta forza fisica a disposizione,  mediante  l’uso magistrale delle leve, potevano accrescerla a dismisura, piegando ai loro disegni con facilità ed immediatezza la materia  più ostica e riottosa.   Coartandola senza alternativa, a docili spostamenti ed assunzione di nuove stabili posizioni, funzionali ed estetiche, all’interno dei  muri in costruzione.     Procedimenti ed esiti incredibili!   Miracoli della volontà e dell’ ingegno!  Buon gusto,  buon senso!          

Mi raccontavano antichi abilissimi muratori della pietra (Molinelli Antonio di La Cà,  Losio Andrea            di Cerreto,  Duilio Bergamini di Rovereto,  Canevari Massimo e Quinto di Orezzoli,  Cerrone Silvio di Aglio di Campi…),    che non raramente trovare la pietra giusta o tentare di renderla tale, richiedeva molto tempo di paziente  ricerca e lavoro di adeguamento.   Prove, riprove, ripensamenti  e collaudi.    Il tutto sarebbe stato poi sottoposto al giudizio della cittadinanza  che esercitava inesorabile il suo diritto di critica e poteva esprimere osservazioni, apprezzamento o  biasimo a cui gli artefici del lavoro,  sotto severo giudizio continuativo, erano molto sensibili.   Per non parlare degli abitanti di paesi limitrofi, pronti a trovare il pelo nell’uovo nelle faccende del vicino,  pur di esaltare le cose della  loro comunità, cogliendo al volo  eventuali propizie occasioni.    Sarebbe bastato un piccolo errore, un’incongruenza,  una leggerezza,  qualche approssimazione…  per compromettere l’immagine non solo del muro, ma dell’intero paese d’appartenenza e di tutta la sua gente.     Gente e paesi, dunque, in una gara continua fra tutti e con tutti,   a fare sempre meglio,  sempre di più.   Al fine di mettere sotto il sole manufatti in cui la forza sposata alla bellezza avrebbe generato l’utile, l’opportuno,  il piacevole...    Gli antichi utilizzando la pietra  scrivevano opere di  bellissima poesia e di grande prosa:  pietre al posto delle parole, ma sempre con rigida ortografia, grammatica, sintassi.  Sviluppo di procedimenti, suggeriti dalla tradizione, individuali e collettivi, di altissimo livello architettonico.  Procedimenti suggeriti dall’estro artistico di chi viveva a contatto quotidiano con i miracoli della natura e della Fede.   Unione di intenti, di famiglie e comunità associate da scopi condivisi.  Piena realizzazione di uno spirito creativo che sa realizzare cose utili e piacevoli, per sé ., per i suoi, per quelli che seguiranno.   Uso disinvolto della mano, il più prezioso strumento di lavoro disponibile, guidato dal miglior computer possibile: una mente ben impostata, capace di intravedere  il risultato pratico ottimale tra gli innumerevoli risultati teorici, molto prima della sua realizzazione e puntualmente realizzarlo.   Religione del fare, chiara determinazione, spirito indomito.   Così sono sorti i terrazzamenti della montagna.   Così, inoltre, applicandosi con la massima finezza,  campanili stupendi,  Chiese,  case,   strade,  ponti,  portici…        Sempre desteranno ammirazione profonda il campanile della Chiesa di San Lorenzo in Campi,  di  San Terenziano a Rezzoaglio,  del Duomo e dell’Abbazia di San Colombano a Bobbio, di Santo Stefano nell’omonima Chiesa della Val d’Aveto. …     

Invito i lettori ad una passeggiata lungo gli antichi sentieri e le mulattiere delle nostre montagne:  potranno osservare quanto sopra descritto,  onorando nel contempo tanti anonimi operatori di efficienza e di grazia.    E’ sufficiente risalire il Boreca (parte iniziale), per farsene un’idea, (passeggiata facile, possibile ad intere famiglie)!     Non si potrà che essere ammirati e stupiti  guardandosi intorno, verso la sponda di Tartago,  il versante di Zerba.   Oppure recandosi presso le “scalinate” di Orezzoli,  i ripiani sottostanti Cattaragna, in Val d’Aveto;  le “terrazze” che si affacciano sul torrente Ventra, Croce,  Terrenzone,  Avagnone, Senga… I grandi muri di contenimento presso la frazione Bertone…   Anche la nostra val Trebbia/Aveto ha le sue  “piramidi”,   i suoi  “giardini pensili”,   i suoi “colossi di Rodi”,   costruzioni Maia, Azteche,  Incas …   a pochi Km da Genova,  Piacenza,  Milano….

Il pugno d’erba strappato alle fasce, ai terrazzamenti,  il campetto di grano…  non arricchivano di certo; ma erano indispensabili alla sopravvivenza del nucleo familiare.  Necessari per  “passare”  in una parte migliore dell’anno,  fuori dalla stagione meno propizia.  La lunga stagione del ghiaccio e della neve (da novembre a febbraio).   In tutta Europa, un detto ovunque diffuso,  ricordava:  “in inverno mal mi penso, d’estate ben mi vedo”.    E ciò valeva soprattutto per la nostra montagna dove  “Pani e panni non erano mai sufficienti”.   Dove la nostra gente, spesso, poteva disporre soltanto di  zappa e vanga per dissodare la terra e predisporla alla seminagione.  Non tutte le terrazze, infatti, consentivano l’accesso al bue,  con l’aratro e l’erpice.  Non tutti i contadini potevano mantenere una coppia di buoi.  Disagio e malessere così  verbalmente rappresentato:   “Sarebbe meglio poter dire  “Va là” (rivolto ai buoi aggiogati per l’aratura),  piuttosto che   “ahimè”,  lamentato, senza alternative, dal povero solitario zappatore.   Pur nella prospettiva, in un caso e nell’altro,  di sofferto raccolto.   Un raccolto grondante di indicibile fatica. Fatica e tribolazione di uomini, di animali.   

L’esodo della nostra gente verso la città  ha spopolato la montagna,  ma le muraglie di contenimento dei terrapieni, la capacità di servirsi della pietra o di squadrarla, rendendola funzionale e piacevole, rimangono il più realistico e grandioso monumento al lavoro,  alle fatiche,  all’intelligenza…   degli antenati.   Una meravigliosa eredità.   Speriamo che i discendenti  vedano e si regolino!               

 

Attilio Carboni

 

(Articolo tratto dal N° 9 del 01/03/2012 del settimanale “La Trebbia”)

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Aprile 2012 08:14
 

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