L'Alta Val Trebbia ligure
           Scoprite con noi l'incontaminata bellezza della nostra valle

           attraverso la sua storia, le immagini, i suoi paesi e le sue tradizioni
spacer
Curva
::Home
English version ::English version
::Forum
::La vostra Valle
::I comuni dell'Alta
Val Trebbia ligure
::Calendario eventi
La storia
::Cenni storici
::Gli stanziamenti cartaginesi in Alta Val Trebbia
::La Resistenza in Val Trebbia
Il territorio
::L'Alta Val Trebbia
::Geografia
::Geologia
::Il fiume Trebbia
::I corsi d'acqua
::Le rocce
::Il clima
::Il parco dell'Antola
::Il Sentiero Brugneto
Flora e fauna
::La flora
::La vegetazione
::I boschi
::Le piante medicinali
::La fauna
Prodotti tipici
::Prodotti tipici della Val Trebbia
::Le castagne
::I funghi
::La patata Quarantina
::I canestrelletti di Torriglia
::Museo di archeogastronomia di Montebruno
La Val Trebbia di ieri
La Val Trebbia di oggi
La Val Trebbia sulla stampa
Immagini
::Galleria fotografica dell'Alta Val Trebbia
::Galleria fotografica della Val Trebbia piacentina
::Fotografie della Val Trebbia di ieri
::Il presepe di Pentema
::La fioritura dei narcisi al Pian della Cavalla
::Foto panoramiche
::La Val Trebbia dal satellite
::Architettura delle vecchie costruzioni in Val Trebbia
Video delle nostre valli
::Video della Val Trebbia ligure
::Video della Val Trebbia emiliana
::Video della Val Boreca

::Trekking in Val Trebbia

::Itinerari in mountain bike

::Poesie sulla Val Trebbia

::Indirizzi utili

::La biblioteca della Comunità Montana Alta Val Trebbia

::Pubblicazioni sulla Val Trebbia

::Siti internet sulla Val Trebbia

::Siti internet sulla Liguria

::Siti internet turistici e di paesi e borghi italiani

::Disclaimer

Da Annibale a Gambatesa: un modello per la Statale 45

Tito Livio racconta che nell'anno 536, dalla fondazione di Roma (218 a. C), "Annibale, in 15 giorni, attraversò il valico del Piccolo San Bernardino con 46.000 armati, cavalli, carriaggi ed elefanti. Giungeva nella pianura padana avendo ancora 26000 uomini. Incontrò i Romani alla confluenza del Po con il Ticino e ottenne la sua prima vittoria. Dopodiché giunse al fiume Po e da lì risalì la Trebbia, lungo la valle che prende da essa il suo nome".
Benché avesse forze inferiori (30.000 uomini i Cartaginesi che avevano arruolato fanti e cavalieri fra i Galli Boi, 36.000 i Romani), riuscì a manovrare elefanti e cavalleria in modo da costringere i Romani alla fuga verso Sud.
A questo punto, diverse sono le opinioni degli storici. Per Livio, Annibale si dispose a passare l'inverno nei pressi di Bologna e solo nella primavera successiva si mise in marcia per raggiungere l'odierna Toscana. Per altri (M. Lopes Pegna, Mons. Michele Tosi) rimase sulle rive della Trebbia, non potendo attraversare gli Appennini per l'inverno freddissimo che gli fece perdere quasi tutti gli elefanti e, in primavera, tentò una strada attraverso la Liguria che sboccava nel medio Valdarno Inferiore. Monete con l'effigie del rampollo dei Barca pare siano state trovate nei pressi di Barchi (non può sfuggire la somiglianza del toponimo) e in Val Borreca; a Casanova di Rovegno ancora oggi si conserva in ottime condizioni un ponte ad arco a tutto sesto, in pietra a secco di epoca romana, detto ponte di Annibale e a noi Valtrebbini piace pensare che l'uomo delle Alpi non si spaventò di fronte alle asperità morfologiche della nostra valle.
La nostra fantasia, purtroppo, non collima con la visione dell'ANAS di Bologna che considera Corte Brugnatella come estremo, ultimo confine del territorio antropizzato. Ciò che sta oltre è impensabile, intoccabile, impenetrabile, terra di mezzo dominata dai demoni, giardino dell'eden sacrificato all'eterna virginale incontaminata purezza, terminus ante quem, dove neppure il più grande condottiero di tutti i tempi osò avventurarsi, per il timore di essere colpito dalla maledizione del sacro anello.
Da Marsaglia a Ottone, vecchi muretti a secco, paracarri mai sostituiti dalla costruzione del primo tracciato, mai modificato peraltro in più di cinquant'anni. Finalmente a Gorreto il cartello recita: compartimento ANAS della Liguria e, improvvisamene tutto cambia. Guard-rail su due lati, muri di contenimento a monte ricoperti di beole, corsie più larghe, almeno 5 gallerie da Pontetrebbia a Genova.
Senza colpo ferire, come per incanto, siamo passati dall'epoca medievale all'età contemporanea. Si sa, i Liguri sono un popolo di combattenti; questa regione impervia ha messo a dura prova le abilità e l'ingegno di uomini costretti a rubare il terreno alla costa pietrosa per aprirsi un varco tra monti e mare. La loro intraprendenza ha trasformato i voli pindarici della mente in costruzioni ardite.
Tra queste, nell'entroterra chiavarese, in Valgraveglia, una miniera di manganese, ancora in funzione; oggi una parte di essa è stata trasformata in museo e si può visitare.
La prima concessione risale al 1876 e, allora, vi lavoravano uomini e donne. Gli uomini all'interno a scavare gallerie, le donne all'esterno a pulire un minerale che è indispensabile al processo di produzione dell'acciaio ed ha una durezza pari a 9.9 nella scala di Moss.
Nei primi anni non esistevano perforatrici: le gallerie erano scavate da un minatore che teneva tra le braccia una pesante punta d'acciaio e un manovale la percuoteva con un altrettanto pesante martello. Questi operai riuscivano ad avanzare, in dodici ore di lavoro di appena 15 cm al giorno. Dopo qualche anno un semplice accorgimento portò la squadra ad avanzare, in dodici ore di lavoro 30 cm al giorno. Con le perforatrici ad aria compressa e la dinamite le cose cambiarono radicalmente portando l'avanzamento delle gallerie ad un metro e più al giorno; in compenso l'enorme quantità di polvere sollevata da queste macchine ebbe come conseguenza la comparsa della silicosi. I minatori di Gambatesa non si dettero per vinti e continuarono a scavare: lavorare in miniera voleva dire un salario che permetteva ai figli di studiare e sperare in un futuro migliore.
Finalmente un ingegnere aggiunse l'acqua alla punta delle perforatrici e il problema della silicosi fu risolto. Da quella prima data sono stati realizzati venticinque km di gallerie sovrapposte su 7 livelli incrociati. E nella storia, un'altra storia che ha il sapore di una favola. Nel 1962 i minatori arrivarono ad una faglia (una frattura) che interrompeva la continuità della massa rocciosa. La direzione della miniera stava pensando ad una prossima chiusura, quando un tale Gianni Cafferata, allora capocantiere, osservando la montagna all'esterno e la faglia all'interno, intuì il punto in cui il diaspro rosso si sarebbe ripresentato insieme al manganese e fece scavare ad una squadra di minatori 250 metri di galleria abusiva, contro il parere del direttore.
Oggi il manganese trovato dal sorvegliante Cafferata ha lasciato un vuoto lungo 240 metri e spesso 45: Gambatesa negli anni sessanta e nei primi anni settanta raggiunse le 50.000 tonnellate annue di produzione. La visita a questa miniera è "un'esperienza solenne, attraverso un mondo a rovescio di gallerie, rimonte, fornelli, fino all'enorme vuoto di coltivazione della più grande lente di manganese mai trovata in Europa". Ciò che si presenta agli occhi del visitatore non è solo un insieme di cunicoli; è molto di più: è volontà caparbia, è pazienza infinita, è sopportazione del duro lavoro, è tenerezza, è amore per la propria terra, per la propria famiglia. E' la Storia, quella con la S maiuscola di un'intera umanità che mai vuole arrendersi e mai vuole smettere di sperare.
Dal giorno in cui ho visitato questo luogo, quando percorro la mia valle, così bella e selvaggia, dagli infiniti colori del suo fiume, sogno, accanto alla vecchia statale panoramica, una strada come le gallerie di Gambatesa: una strada che c'è, ma non si vede, che percorra il ventre della montagna, e che mi porti a Ottone, a Fontanigorda, alla città di Genova in un batter d'ali. Cominciando a scavare 60 cm di roccia il giorno (30 da una parte e 30 dall'altra), è possibile che in centocinquant'anni si arrivi anche noi a 22 chilometri; sì, perché Genova, oggi capitale della cultura, rappresenta più di interesse per la nostra città e chissà che un giorno non possa svelare per noi anche un piccolo tesoro.

Marina Biggi

(Questo articolo è stato tratto dal numero29 del 05/08/04 de “La Trebbia” )

Vai alla pagina "La Val Trebbia sulla stampa"

Vai alla pagina "Strade di ieri e strade di oggi"

Vai alla pagina "La statale 45 come la Route “66”. Un patto fra artisti per salvarla".

StampaStampa questa pagina