Vorrei dare un contributo alla ricostruzione
di uno spaccato della nostra storia che, seppure recente,
dimostra quanto in pochi anni il nostro modo di vivere sia
profondamente cambiato.
I fatti che vorrei narrare accaddero una cinquantina di anni
fa, e riguardano la costruzione del ponte di
Fontanarossa
e della relativa strada, e le vicissitudini che ciò
provocò all'unica famiglia abitante a Canneto, il primo
paesino che oggi s'incontra salendo verso Fontanarossa: i
Rettagliata.
Questa famiglia era composta da quattro fratelli (i miei zii),
la loro anziana madre (mia nonna) e due sorelle che erano
sposate" una a Bertone e l'altra (mia madre) a Rovegno.
A quei tempi l'unico modo per attraversare il
Trebbia
era un carrello che scorreva su di una teleferica e ciò
costituiva un gran disagio ed un grosso rischio, soprattutto
per anziani e bambini.
Questa struttura, scomoda e pericolosa, era situata in località
Baracchina, nel punto in cui la strada che scende da
Rovegno
s'immette nella statale 45. Proprio in quel luogo doveva sorgere
il ponte che avrebbe collegato le due sponde del Trebbia.
A quel tempo io avevo pochi anni, ricordo che ogni domenica
pomeriggio mia madre si recava a Canneto per aiutare mia nonna
a sbrigare le faccende di casa e anche mia zia, da Bertone,
raggiungeva spesso il suo paese natio.
Molte volte anch'io partivo con mia mamma e ricordo che ogni
volta che s'incontravano delle persone lungo il cammino, il
discorso cadeva sempre sullo stesso argomento: "il ponte
e la strada" che avrebbero finalmente permesso agli abitanti
di Borgo, Giambin, Bosco e Canneto di vivere una vita migliore.
Un giorno però giunse una notizia inaspettata; il progetto
era cambiato ed ora prevedeva la costruzione del ponte più
a valle dove poi venne effettivamente eretto.
Questo cambiamento venne accolto in modo per lo più
sfavorevole, anche perché tutti sapevano che la zona
prescelta era ed è interessata da un grosso movimento
franoso. Per i miei zii vi era un'ulteriore preoccupazione,
poiché la strada era destinata ad attraversare i loro
terreni da cima a fondo e per questo esproprio non era previsto
alcun indennizzo.
Invano si tentò di convincere i responsabili del progetto
a ritornare a quello originale anche perché il motivo
di quel cambiamento così radicale risultava oscuro
ma gli interrogativi che la gente si poneva rimasero tali
anche perché i mezzi di comunicazione non erano diffusi
come oggi e quando veniva presa un decisione dall'alto bisognava
accettarla o subirla.
Durante la costruzione del ponte vi fu un drammatico incidente,
il crollo di una struttura causò la morte di un operaio
ed altri rimasero gravemente feriti.
Alla fine i lavori furono completati; per i miei zii neppure
una lira di risarcimento per i loro terreni
devastati. Sono passati cinquant'anni, tutto è cambiato
i fratelli Rettagliata non ci sono più, Canneto ha
un nuovo proprietario.
Ogni tanto mi reco al cimitero di Fontanarossa dove riposano
mia nonna ed i miei zii.
La strada che sale verso Canneto mette ancora bene in evidenza
le dure ferite che le ruspe infersero a quello che era un
luogo bellissimo, prati verdi e puliti, campi coltivati, alberi
rigogliosi e carichi di frutta ed il ricordo torna a quelle
persone, umili, schive, laboriose, oneste che vissero in grandi
ristrettezze economiche con tanti sacrifici e rinunce, come
si viveva allora "quando eravamo povera gente".
Dino Isola
(Questo articolo è stato tratto dal settimanale "La
Trebbia")