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La fauna della Val Trebbia |
In questi ultimi anni si è assistito
ad un graduale ripopolamento faunistico della Val Trebbia,
fenomeno che del resto interessa tutta la regione appenninica.
E' facile mettere in relazione l'aumento della fauna con il
calo demografico, che ha letteralmente decimato il numero
di presenze umane, soprattutto nelle zone più alte
e difficilmente accessibili.
La fauna selvatica ha sempre trovato nella vicinanza dell'uomo
il suo rischio, la minaccia limitante, e non solo per le specie
cacciate. Il lavoro dell'uomo modificò il territorio,
sia come effettiva riduzione dello spazio a disposizione degli
animali, sia come intervento sulla copertura vegetale al fine
di ottenere pascoli nelle zone più alte, coltivi nei
pendii esposti al sole e, dove possibile, boschi a fustaia
in sostituzione dei cedui; in questi si favoriva la crescita
di una sola essenza tramite i continui interventi di pulitura
e taglio, come nei castagneti o nelle faggete.
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Oggi
l'aspetto del territorio sta mutando ed in misura rapida
e rimarchevole. Ascoltando le descrizioni che gli abitanti
dei nostri paesi fanno dei luoghi, si capisce quanti
siano stati i cambiamenti: ampi pascoli e ampie zone
coltivate erano state strappate al bosco che oggi sta
riguadagnando i fianchi montuosi che gli erano stati
sottratti.
Questo ritorno ad un ambiente "naturale" e
spontaneo ha, indubbiamente, un forte effetto sulla
popolazione animale. Come prima conseguenza si è
assistito alla crescita del numero di esemplari delle
singole specie. Per quanto riguarda il numero delle
specie presenti il discorso è più complesso
e bisognerà attendere un tempo più lungo
per ottenere dati certi e significativi.Esiste la possibilità
di un ripopolamento naturale di specie un tempo scomparse
come è accaduto nel caso del cinghiale. Esso
era presente sulle nostre montagne fino al '700 e scomparve
dopo spietate cacce. Il ripopolamento è iniziato
pochi decenni or sono, dalle estreme regioni occidentali
della Liguria e dal Sud della Francia. Ora la sua presenza
è veramente massiccia, tanto che viene cacciato
per diversi mesi dell'anno.
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I corsi d'acqua, ancora puliti, nella loro
parte più alta sono popolati dalla trota fario (Salmo trutta fario) e
dal vairone (Telestes souffia muticellus) che, ancor più della prima predilige le acque limpide,
non inquinate. Più a valle, dove la corrente è
meno impetuosa, abbondano i barbi (Barbus plebejus) ed
i cavedani (Leuciscus genei).
Un posto distinto spetta agli anfibi; questi piccoli animali
passano spesso inosservati o non vengono considerati, in parte
perchè si trovano in luoghi non sempre facilmente accessibili,
in parte perchè per molti non sono gradevoli alla vista.
In realtà sono estremamente interessanti per le loro
forme, per i loro colori, a volte sgargianti, e perchè
alcuni sono tipici delle zone montane ed abbastanza rari.
Tra questi il tritone appenninico (Triturus alpestris apuanus),
la salamandra (Salamandra salamandra),
la salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata),
il geotritone (Hydromantes italicus),
un endemismo dell'Appennino settentrionale. Tra gli anuri
sono tipici della zona montuosa la rana appenninica (Rana greca) e
la rana montana (Rana temporaria) che
vive a quote superiori ai 1200 m. La rana appenninica ha
in questa regione il suo estremo limite settentrionale di
diffusione.
Fra i rettili, oltre alla comune vipera (Vipera aspis), è
stata segnalata una specie non comune , la biscia viperina (Natrix maura).
Forse il futuro ci riserverà qualche sorpresa. A quelle
presenti potrebbe aggiungersi qualche altra specie e magari,
in un ritrovato ambiente naturale, farà ritorno ai
luoghi un tempo abitati.
(Il testo è tratto dal volume "Un'isola fra i
monti" di Fabrizio Capecchi, Edizioni Croma 1990)
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