Le prime tracce della presenza umana in Val
Trebbia risalgono al periodo neolitico come dimostra, tra l'altro,
la scure di selce trovata in prossimità di Rovegno agli
inizi del Novecento; la scure, di piccole dimensioni, perfettamente
levigata e in ottimo stato di conservazione, non è l'unico
reperto ritrovato in un territorio ricco di tracce storiche che
evidenziano l'importanza del comprensorio quale asse di collegamento
tra la costa e l'entroterra padano.
Un'ascia e una daga dell'età del bronzo sono state rinvenute
durante scavi nella zona bobbiese, ma è al periodo romano
che risalgono i maggiori ritrovamenti e i primi dati storici certi.
I nostri monti erano abitati dall'antica tribù dei Liguri,
dove vivevano una vita irta di difficoltà sopravvivendo
grazie ad una agricoltura rudimentale, alla caccia e alla pastorizia.
La presenza romana è testimoniata dai fondi di Cognolo
"Coloniolum" e di Fognano "Faunianus" e dai
ritrovamenti, in prossimità di Pietranera, di asce, pezzi
di terracotta e frammenti di utensili in bronzo. Non mancarono
insediamenti romani e liguri come risulta da lapidi e oggetti
votivi rinvenuti in vari punti della vallata: un bronzetto affiorato
durante gli scavi eseguiti sul Monte Alfeo nel 1955 a circa mezzo
metro di profondità, raffigura un giovane offerente di
forme particolarmente eleganti e classiche.
Il comprensorio della Val Trebbia non è direttamente interessato
dai tracciati, rimasti pressochè invariati, delle due principali
arrterie romane, l'Aemilia Scauri (Aurelia) che si snoda lungo
la costa e l'Emilia che corre lungo l'asse Parma-Piacenza; nè
da percorsi secondari tra le due arterie, ma da sistemi viari
minori che seguono il corso della valle o da essa si dipartono,
mettendo in collegamento la pianura con i centri costieri liguri
e con la Toscana; quanto all'antichissima via pedonale per la
Val Trebbia, la via Patrania, si possono fare solo ipotesi.
La principale traccia storica relativa alla presenza romana si
riferisce alla battaglia della Trebbia combattuta durante la seconda
guerra punica alla fine del 218 a.c. tra i soldati cartaginesi
di Annibale e i romani guidati dal console Sempronio sulle alture
alla destra del fiume a sud di Piacenza. Il ritrovamento di zanne
di elefanti venuti al seguito delle milizie di Annibale, fanno
ritenere assai probabile che colonie puniche discendenti dai soldati
stanziassero sulla riva sinistra del fiume e venissero poi comprese
nella giurisdizione piacentina che in epoca imperiale romana estendeva
il suo potere sull'area padana confinando con quella di Velleia
e col municipio di Libarna.
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Venuta a mancare l'amministrazione romana,
segue un periodo buio del quale non rimangono tracce storiche,
ma nel settimo secolo il formarsi del nuovo elemento accentratore
quale è il monastero di Bobbio, getta nuova luce sulla
storia e sullo sviluppo degli insediamenti umani. Il monastero
fu fondato nel 614, alla confluenza tra la Trebbia e Bobbio dal
monaco irlandese Colombano sulle rovine di un antico tempio dedicato
a San Pietro.
Di capitale importanza è l'ubicazione del monastero: posto
in posizione avanzata verso la Liguri, ancora in mano bizantina,
esso offre molte possibilità di comunicazione e di espansione
per i bizantini, per i quali è il passaggio tra Liguria
e Esarcato, quanto per i Longobardi che, attraverso la Val Trebbia,
hanno la possibilità di comunicare con la Tuscia avendo
precluse le strade che passano attraverso il territorio ligure.
Dalla Valle Trebbia infatti, attraverso ripide gole, l'antica
strada segue il corso dell'Aveto, valica il fianco orientale del
monte Fascia, passa Villa Cella e imbocca quindi la valle dello
Sturla che scende verso l'entroterra chiavarese, ove si estendevano
molti possessi del monastero. La Liguria è invece collegata
da un percorso che, nella parte più alta della valle, si
snoda in quota parallelamente al corso del fiume Trebbia e che
prosegue, oltre Bobbio, fino a Piacenza lungo un itinerario costellato
di possessi monastici tra i quali Travo, centri di una vasta corte
bobbiese.
Dopo la caduta del regno longobardo, avvenuta nel 774 ad opera
di Carlo Magno, il monastero si arricchisce di nuovi territori:
passano sotto la giurisdizione del Convento di San Colombano i
territori limitrofi, gran parte della Valle dell'Aveto e i possedimenti
si estendono, oltre la pianura padana, a Pavia, Mantova e Ravenna.
L'attività dei monaci è fondamentale per l'opera
di colonializzazione agricola della valle e per l'impulso dato
allo sviluppo culturale che fece di Bobbio un centro importantissimo.
Per molti secoli l'attività dei monaci influenza lo sviluppo
della Valle Trebbia ma, ottenuta la dignità episcopale
e formata la diocesi, per il monastero inizia un periodo di decadenza
che culmina nel 1795 quando, soppressa l'Abbazia, andò
dispersa anche la celebre biblioteca e parte dei rarissimi codici
furono trasferiti a Roma e a Torino.
Con la morte di Carlo Magno l'impero si frantuma e i Saraceni,
che prima erano stati fermati dalla presenza di un così
potente interlocutore, ora dilagano e raggiungono anche l'entroterra
ligure alla ricerca di bottino.
Un altro fattore caratterizza la storia dell'Alta Val Trebbia
è il dominio dei marchesi Malaspina.
I marchesi, che avevano la loro residenza nella rocca di Oramala
nell'alta Valle Staffora, si insediano nel territorio attorno
all'anno Mille. Da questo momento le vicende storiche della valle
si confondono in gran parte con quelle della famiglia che ne ebbe
per lunghi secoli il dominio in qualità di feudataria.
I marchesi Malaspina, discendenti del ceppo Obertengo dei marchesi
di Toscana, che estendevano originariamente i loro possessi dalla
Lunigiana fino al Tortonese, in Val Trebbia affermarono la loro
influenza oltre che nei territori a monte di Bobbio anche nella
bassa valle fino a Rivalta.
Il dominio dei Malaspina è tutt'altro che tranquillo: insidiati
da Piacenza, cercarono di conquistare i territori del monastero
di San Colombano a Bobbio e di San Paolo a Mezzano, tuttavia la
bassa valle rimane a Piacenza e alla famiglia degli Anguissola,
mentre i marchesi Malaspina rimangono i dominatori incontrastati
dei territori a monte di Bobbio.
Le alterne vicende storiche, associate alle eccessive suddivisioni
del patrimonio con conseguenti lotte tra i rami della stessa famiglia,
portano alla disgregazione dei possedimenti.
Attualmente i castelli malaspiniani di Zerba, Carana, Castel del
Lago, Campi, Brugnello sono completamente in rovina e di alcuni
non restano neppure le vestigia.
Verso la metà dei XIII secolo appaiono i nuovi Signori:
i Fieschi Conti di Lavagna e proporzionalmente al crescere della
loro importanza politica cresce la loro espansione territoriale.
Ai Malaspina succedono i Fieschi per un periodo di oltre tre secoli:
nel 1505 questi ultimi acquistano dai Malaspina il possesso di
Croce e poco dopo anche il castello e il territorio di Cariseto.
In seguito al fallito attentato contro Andrea Doria ad opera del
conte Luigi Fieschi, quest'ultimo perde tutti i suoi beni che
sono concessi ai Doria.
I Doria riprendono con maggior vigore la politica espansionistica
della Val Trebbia e già nel 1540 hanno fatto proprio il
castello e il feudo di Ottone, nel 1583 quello di Casanova, nel
1651 quello di Fabbrica e nel 1695 quello di Frassi.
I vecchi feudatari però sono lentamente sostituiti dalle
ricche famiglie di mercanti genovesi che aspirano, mediante l'acquisizione
di titoli nobiliari, ad ottenere un nuovo lustro sociale.
Questa situazione ha però breve durata, il Congresso di
Vienna del 1815 decreta aboliti i feudi imperiali e decaduti i
nuovi signori e cede i territori al Regno Sardo.
L'analisi delle vicende storiche evidenzia come il territorio
della Val Trebbia sia stato legato, in passato, più alla
Lombardia, sotto la Provincia di Pavia e al Piacentino che non
alla Liguria, e ciò si può ritrovare oggi nelle
inflessioni dialettali strettamente legate alla lingua italiana
e che risentono molto del dell'influenza del dialetto piacentino.
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Durante l'ultimo
conflitto mondiale l'Alta Val Trebbia è stata teatro
della lotta partigiana contro i tedeschi: nel rifugio Musante,
sul Monte Antola, si organizzarono le prime formazioni partigiane
e Fascia dal 1943 al 1945 fu una sede operativa del comando
partigiano e dove nacquero due divisioni, la Bisagno che
prese il nome di battaglia del suo leggendario comandante
Aldo Gastaldi detto appunto "Bisagno" e la "Scrivia"
che prese il nome dal suo comandante Aurelio Ferrandi; uno
dei capi partigiani che operò a Fascia fu il senatore
Paolo Emilio Taviani, con il soprannome di "Pittaluga"
e che in seguito rimase sempre molto legato alla Val Trebbia.
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Ma la guerra di Liberazione fu combattuta anche
in altri paesi, il cui isolamento una volta tanto giocò
a favore delle popolazioni contadine. In Val Trebbia nel 1943
c'era soltanto la strada del fondovalle; i partigiani sfuggivano
ai grandi rastrellamenti lungo la ragnatela delle mulattiere,
passando da un monte all'altro, avendo per di più sempre
sotto controllo la Statale 45. Fu allora che la valle divenne
rifugio per soldati mandati allo sbaraglio dall'8 settembre, ebrei,
perseguitati politici, prigionieri alleati, riusciti a sfuggire
dalle mani dei nazi-fascisti. Il contributo determinante della
popolazione della vallata nella lotta contro i nazi-fascisti per
la conquista della libertà, è ricordato dai numerosi
monumenti alla Resistenza eretti in moltissimi paesi della Val
Trebbia.