Vittime: cinque caprette di razza cachemire.
Luogo del delitto: località Prato del Mulino, Rovegno, Alta Val Trebbia,
parco dell'Antola. Sospetti, praticamente a senso unico:
una mamma lupa e i piccoli che avrebbe condotto con sé a
scuola di sopravvivenza, con una tecnica che secondo
le feroci ma logiche regole del branco non si fa certo commuovere
dalle tenere barbette cachemirate delle caprette del Mulino.
Mors tua, vita mea, si dirà, ma l'ecatombe delle caprette
di Rovegno, frutto di un esperimento di pastorizia high
style di un giovane allevatore locale, Stefano Isola, è stato
un brutto risveglio. Per Stefano, per la fidanzata Chiara,
per papà Gino, per tutti quelli che con entusiasmo
avevano apprezzato l'idea, primo tra tutti il sindaco di
Rovegno Pinuccio Isola, che aveva fiutato l'affare visitando
un allevamento del genere in Toscana e lo aveva suggerito
agli amici. Il fattaccio lo racconta papà Gino, mentre
Stefano - che non intende assolutamente arrendersi - è già in
moto per procurarsi altri dieci esemplari delle preziose
caprette dal manto pregiatissimo. «E' stato un lupo,
ne siamo certi - spiega - abbiamo trovato cinque capre su
sette morte: quattro sono state sgozzate, e avevano il ventre
squarciato. Un'altra, invece, per quanto strano possa sembrare, è sicuramente
morta di paura, visto che non le è stato riscontrato
nessun segno di aggressione addosso. Probabilmente il
terrore le ha fermato il cuore. Non succede solo agli umani».
E' successo qualche giorno fa, ovviamente di notte,
come si addice ad ogni fatto di sangue a prescindere da chi
siano le vittime. Le sette caprette erano come al solito
nel loro prato "privato", chiuso da una recinzione
elettrica, quando i predatori sono entrati. Come, non
si sa: forse scavando sotto il terreno e sbucando poi all'interno,
dice qualcuno, forse saltando al di là del recinto
dopo essere saliti su una pietra posta davanti. Comunque,
sono entrati, senza farsi sentire da orecchio umano, e cinque
capre su sette sono finite kaputt. «Abbiamo subito
denunciato il fatto alla polizia provinciale e all'Asl -
spiega ancora Gino - e anche gli agenti, dopo essere venuti
a vedere, hanno confermato che è stata senza dubbio
opera dei lupi. Probabilmente una lupa con la cucciolata,
a cui stava insegnando a cacciare, visto che le capre non
sono state divorate, ma solo "smangiucchiate" qua
e là". E poi, tutti i testimoni parlano chiaramente
di tracce di zampe lupesche, e di segni di denti aguzzi
inequivocabili sulle gole delle vittime. Non c'è bisogno
dei Ris, si tratta di lupi al 99,9 per cento. «E a
chi non ci crede, e che ora comincerà la solfa dicendo
che i lupi qui non ci sono - o comunque che sono pochi e
non fanno danni, oppure che si tratta di cani randagi - diciamo
che questi fatti sembrano impossibili solo a chi li vive
da lontano. Noi che li vediamo, sappiamo che si tratta della
realtà, e non di fiabe con protagonista il fantomatico
lupo cattivo». Già, più che di Perrault,
qui si tratta di Fedro. Due delle sette caprette del branco
si sono invece salvate dalla mattanza. Più furbe
- sono riuscite a nascondersi - o più fortunate, perchè la
brama della caccia era ormai svanita o perchè mamma
lupa aveva deciso che per quel giorno la lezione era terminata.
Non si sa, comunque sono incolumi. Magari un po' stressate,
ma salve. Ora, comunque, Stefano vuole andare avanti.
Presto acquisterà altre caprette per tener compagnia
alle due superstiti del gruppo originario, e prima ancora
si organizzerà per dotare Prato del Mulino di
recinzioni più sicure, più alte, con cordoli
di filo spinato. Intanto, le cinque vittime sono state sepolte,
a norma dilegge, in unabuca a due metri di profondità,
poi coperta di calce, L'allevamento andrà avanti,
con nuovi esemplari. Si accettano consigli anti lupo, grazie.
Già partito per il Chianti.
Il giovane pastore ne ricomprerà altre dieci.
Ha scelto il mestiere di pastore e agricoltore il giovane
Stefano Isola, 27 anni, rovegnese doc, che dopo gli studi
in città è tornato senza indugi al paese
a ha deciso di dedicarsi alla terra. Spronato dal padre
Gino, e dai suggerimenti dell'amico sindaco Pinuccio
Isola, si è dedicato ai suoi 23 ettari di terreno
e dopo l'orto, il frutteto e i lavori nel bosco retrostante,
ha deciso di buttarsi anche in una nuova iniziativa: l'allevamento
delle capre cachemire, piccoli ovini che producono una lana
pregiatissima, straordinariamente soffice, che si raccoglie
durante il periodo della muta (a novembre e ad aprile). Mèntore
di Stefano è stata un'esperta del settore, la signora
Nora Kravis, un'americana da tempo residente in Italia, e
più precisamente a Radda in Chianti, dove gestisce
un grande allevamento e dove Stefano aveva trovato molti
buoni consigli e, soprattutto, le sette caprette con cui
cominciare. Alla prima raccolta, Stefano avrebbe portato
il suo prodotto a Nora, che a sua volta lo avrebbe inviato
a Prato, dove si trova il più importante centro
di raccolta italiano. Un investimento, quello del giovane
Stefano coadiuvato dal papà e dalla fidanzata Chiara
che pareva a tutti decisamente interessante, unico nel territorio
della Val Trebbia, mentre in Liguria, in provincia di Savona
soprattutto, gli allevatori di cachemire sono già presenti
da qualche tempo. Dopo la fine cruenta di cinque esemplari
su sette, e proprio alla vigilia della prima raccolta della
lana, Stefano non si arrende. E' infatti subito ripartito
per il Chianti, per riportare a Rovegno altre dieci caprette,
con cui ricominciare da capo.
Mara Queirolo
(Questo articolo è stato tratto da Il Secolo XIX del
30/10/07)
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