| «Ma papà, perchè dobbiamo lasciare Alpe? Cosa ci manca?» e i suoi occhi si inumidirono... |
|
|
|
| Rassegna stampa - Gorreto | |||||||
| Scritto da Giampiero Zanardi | |||||||
| Giovedì 19 Giugno 2008 01:00 | |||||||
|
Nella metà degli anni sessanta, in una calda giornata d'estate, sui monti di Alpe, un bambino di sette anni faceva compagnia al padre, che inforcando con gran maestria la falce, tagliava l'erba consumando senza sosta l'antico rito estivo del contadino. L'uomo a cadenze temporali che sembravano regolate dal miglior orologio svizzero tanto erano precise e scandite, batteva il martello sulla lama dell'arnese per renderla sempre tagliente, il bambino, senza distrarre mai la sua attenzione scopiazzava l'arte paterna nella speranza di non scordare mai nel tempo a venire ogni piccolo dettaglio, ogni piccolo movimento di quelle cicliche operazioni che ai suoi occhi avevano qualcosa di magico, grande e maestoso. L'erba tagliata a filo del terreno è la chioma rasata secondo i dettami dell'ultima moda, l'erba falciata è un profumo griffato, unico e speciale che ti entra nella pelle e non puoi più mandar via, è la miglior polizza per la vita degli animali durante il lungo inverno, è l'inizio di un nuovo ciclo vitale per la natura. Erano gli anni in cui gli abitanti dei nostri paesi sentirono il richiamo della città, del suo promettente benessere e della possibilità concreta di dare una svolta ad una vita fatta, fino a quel momento, solo di tanta, tanta fatica e di pochi risultati. Erano gli anni in cui tutto quello che aveva profumo cittadino prometteva scintille, erano gli anni che lasciavano intravedere le prime vacche grasse e il lavoro certo e ben remunerato, gli anni dell'America a portata di mano senza la necessità di attraversare alcun oceano. Da quel flusso, dolce e amaro, voluto o sopportato, verso Genova e il suo mare, la nostra Valle ha saputo trovare nuova linfa, e, come per miracolo, con il frutto dei grandi sacrifici, i Valtrebbini hanno ridato nuova vita alle loro antiche dimore e hanno consumato anch'essi come tutti i cittadini del mondo, seppur a piccoli passi, tutti i gradini del benessere. Quel bambino dopo quell'estate sui monti con l'amato padre, ha seguito in sua compagnia la strada tracciata dalla madre che già stava sperimentando la nuova vita nella grande città, quel bambino che ora ha tagliato il traguardo dei secondi anta ricorda ancora quei giorni con tanta ed immutata nostalgia. L'antico padre che ora riposa nel silenzio della nostra amata terra continuerà a respirare il profumo dell'erba tagliata, e lui, come tanti nostri cari conterranei che vivono il lungo sonno, avrà certamente dato la sua disponibilità al Signore per "segare" l'erba del Paradiso nei cieli. Anche nell'alto dei cieli, nel più bel giardino dell'universo, l'arte imparata potrà dare i suoi frutti e messa al servizio di Dio servirà a rendere ancora più bella e maestosa la meritata pace eterna. Nella metà degli anni sessanta, sui monti di Alpe un uomo e un bambino si riposavano sotto l'ombra di un grande faggio dopo aver falciato erba per molte ore, erano mesti e si scrutavano silenziosi con gli occhi pieni di mille interrogativi perché sapevano entrambi che presto avrebbero lasciato quei monti per lanciarsi nell'avventura della grande città. Le forchette suonavano una musica malinconica, mentre punzecchiavano l'antica gavetta di rame, l'uomo sapeva che per amore di quel figlio il sacrificio doveva essere fatto, il bambino non capiva e faceva mille domande senza avere mai risposte capaci di soddisfarlo. "Ma papà, perché dobbiamo lasciare Alpe? In fondo siamo ricchi anche così... Anche qui, io e te abbiamo le nostre scatolette di carne Simmenthal e mangiamo come i signori... Cosa ci manca?" Nessuna parola uscì dalla bocca del padre, ma i suoi occhi s'inumidirono di due grandi lacrimoni... Forse è anche per questa favola vera che da quel giorno, ogni volta che sento profumo d'erba tagliata o i miei occhi incrociano una scatoletta di carne, il pensiero torna a mio padre... Forse è nato quel giorno e in quella località chiamata "Turisciela", ormai inghiottita dalle frane e dalla vegetazione, che costeggiava le sempre presenti "Tre Fontane", la calamitosa passione per il profumo dell'erba di casa mia... Giampiero Zanardi (Questo articolo è stato tratto dal N° 23 del 19/06/08 del settimanale "La Trebbia")
Solo gli utenti registrati possono inviare commenti!
Powered by !JoomlaComment 3.26
3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."
|



