| Scampato pericolo, come si svolgeva la vita contadina ad Alpe di Gorreto |
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| Rassegna stampa - Gorreto | |||||||||
| Scritto da Giampiero Zanardi | |||||||||
| Giovedì 10 Dicembre 2009 00:00 | |||||||||
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Mese di Luglio dell'anno 1957. Sui monti di Alpe, come in tutte le cime che cavalcano la Valle, si rinnova il canonico rituale del taglio e della raccolta del fieno. Uomini e donne, vecchi e bambini sono un tutt'uno nel grondare sudore come tanti fiumi in piena. Sono gli anni di confine, le stagioni che ancora marcano nella nostra Valle il tutto pieno, sono i giorni che anticipano senza averne ancora il pieno sentore la grande fuga verso la città. I contadini, svegli alle prime luci del giorno, non mollano la presa e con gli arnesi in mano squartano l'erba e la stendono al suolo con la ferrea e fiera consapevolezza che ogni filo verde decapitano sarà l'indispensabile ossigeno per gli animali durante la lunga stagione invernale. Cascine e fienili ora segnano il livello zero ed invocano il fresco, nuovo profumo che l'erba appena essiccata sa regalare. I monti sono come il viso appena ripulito da rasoi a doppia lama e gli smunti uomini dei monti sono sterminatori senza ritegno e senza pietà nel mostrare come le lame splendenti delle "croeiatte" e delle "messuie" si possono trasformare in tagliole senza rimorsi. Uomini e donne scrutano il cielo fiduciosi che ancora una volta la natura sarà amica, uomini e donne vivono questo duro oggi con la serenità e la certezza che il Buon Dio saprà osservare con occhio benevolo il lavoro e l'onestà che accompagnano queste vite consumate dal sole e dalla fatica. In questi monti, tra i tanti che sputano sangue una donna col pancione fatica oltre misura ma prosegue nel suo lavoro aiutando il suo compagno impegnato a scandire ritmi veloci alla falce alleata. La donna col pancione faticando per il troppo peso sogna il frutto che a breve arriverà ad allietare la vita del suo misero focolare domestico aggiungendo una gioia e un dilemma al già magro desinare. Sono i giorni che precedono di poco l'evento, giorni per troppo tempo sognati ed invocati, giorni che riempiono gli occhi e la fantasia, giorni amorevolmente e solidalmente pronosticati dalla cara Anna, varnese trapiantata ad Alpe, che pochi mesi prima aveva sfornato dal suo ventre la piccola Rita. Malgrado il momento sia particolare e vada vissuto con gioia e con prudenza, anche in quei giorni d'attesa, le braccia di questa donna non si fermano mai e le fatiche si consumano con il solito consueto ritmo. Oggi si direbbe, scandendo scenari e consuetudini consolidate dal benessere di questo tempo, gravidanza a rischio. Oggi la cautela ed il buon senso avrebbero il sopravvento su ogni altra cosa. Ma siamo nell'anno 1957, e malgrado l'evento sia atteso e desiderato i lavori dei campi chiamano e le risposte non si possono e non si fanno aspettare. Nessuno riesce a pensare che la nuova vita in arrivo meriti rispetto e protezione. All'improvviso il lavoro nei campi ha il suo punto d'arrivo. Ora le lame delle "croeiatte e delle "messuie" lasciano spazio alla voce imperiosa di un contadino illuminato, che, osservando la donna al lavoro, le urla di lasciare la fatica e dedicarsi al solo riposo. Forse quelle parole che suonarono l'inno alla vita sono state la chiave d'accesso della mia vita, forse quell'uomo conosciuto da tutti come "Brescia" non passò per caso... Forse quel giorno il cielo decise di sconfiggere ancora una volta la bonaria superficialità degli uomini. Ancora prima di vedere la luce della vita posso dire che il cielo mi strizzò l'occhio. Ora io, figlio dell'amore ma anche della più bonaria buona fede che ancora governava quei magnifici anni sessanta non posso fare a meno di inviare questa strizzatina d'occhio a tutti gli amici lettori di questo nostro settimanale. Giovanni Zanardi
(Articolo tratto dal N° 43 del 10/12/2009 del settimanale “La Trebbia”)
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