Fontanigorda, mia bella che muori e per te non c'è cura PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Fontanigorda
Scritto da Marina Biggi   
Giovedì 11 Gennaio 2007 00:00
Metà ottobre, sono in viaggio per Fontanigorda. Salgo gli ultimi quattro chilometri di provinciale, quando il sole sta per nascere. Appare all'improvviso. E' uno sfondo quasi lunare. I monti neri si ergono nel cielo blu cobalto, le nuvole, al di sotto delle case impregnano la valle di un vapore bianco e denso. I raggi, imprigionati dalla montagna, gettano un argento luminoso sui tetti e sui muri, mentre una scia dorata è testimone del veloce passare del tempo.
Dal giallo intenso del tiglio, all'arancio del ciliegio, al rosso acceso della rovere, all'amaranto della quercia, sono rapita dall'infinita varietà dei colori che affiorano nella mattina d'autunno; il pensiero e lo sguardo inchiodati a contemplare l'amore che Dio ha donato a questa terra. Al mio arrivo i muri imbiancati moltiplicano la luce e non posso che ricordare l'estate appena trascorsa in questo paese dove la temperatura della mia casa, ad agosto, non supera i 22 gradi e l'acqua sgorga, abbondante e gelida, da 15 fontane. Tutte queste cose le sanno i villeggianti che se ne innamorano, e tornano ad ogni estate, nel luogo dove uno Spirito divino ha stabilito la sua dimora. E lo so io, che la Svizzera, con i suoi sempreverdi ortogonali e i fili d'erba di uguale altezza, non ha tutti questi colori.
Le belle passeggiate nei boschi per raccogliere mirtilli e funghi: a Fontanigorda, di percorsi segnati ce ne sono a partire da cinque minuti, dieci, un'ora, e così di seguito, fino a quattro ore o più. Una varietà di sentieri, sempre all'ombra di castagni e faggi, percorribili anche nelle ore più calde della giornata. Dal bosco delle fate, splendido parco all'interno di un castagneto da frutto fino alle Piane, inaspettato pianoro a mille metri e, poi su ancora, fino ai monti, anfiteatro naturale attorno al paese. La particolare conformazione geologica del territorio ha portato alcuni esperti a immaginare l'esplosione di un antico vulcano per spiegarne l'origine. Un ambiente ricco di fascino e mistero è ciò che appare oggi ai nostri occhi. Grandi pietre nere, dislocate un po' ovunque, creano anfratti, voragini, caverne mascherate da grandi alberi e rovi.
A chi passa da queste parti non è difficile pensare a folletti, elfi e fate. A druidi in preghiera o alla ricerca di rimedi taumaturgici. E di certo, un segreto impenetrabile celano le grotte, testimoni di una drammatica involuzione demografica che ha portato i paesi dell'Alta Valtrebbia a perdere quasi tutti i loro abitanti. Chissà, al loro interno un mostro dalla testa taurina non abbia rapito le vergini che una volta abitavano queste radure.
Grandi manifatture, concentrazione cittadina, consumismo, economia globalizzata tecnologia avanzata, lavoro, benessere, i segni distintivi di un tempo che ha divorato i suoi figli.
Interi paesi popolati da famiglie numerose e schiere di bambini vocianti, si sono trasformati in eremi silenziosi e vuoti.
Di anno in anno si rileva una mai interrotta perdita di popolazione con un saldo certamente negativo della curva demografica. Gli ultimi giovani rimasti lavorano nel commercio e nei pochi servizi che ancora sono offerti: gli uffici del comune, la posta, la farmacia (per quanto ancora?).
Cosa potrà mai fermare o capovolgere un processo che sembra irreversibile? Eppure, questo spopolamento dell'Appennino ha causato danni territoriali che investono la vita stessa della città. Dall'emergenza alluvioni e frane, all'accumulo di polveri velenose nell'aria che rendono la vita cittadina esposta al rischio di malattie gravi e devastanti. La salvezza e la conservazione di un territorio non contaminato è indispensabile alla vita stessa della città.
I bambini che trascorrono le vacanze a Fontanigorda, pallidi e inappetenti, al loro arrivo, se ne ripartono con un bel faccino colorito, pieni di vigore. Gli anziani possono uscire da casa ogni giorno, ossigenarsi i polmoni e assorbire i raggi di sole così indispensabili alle loro ossa. Tutto ciò non basta alla politica, che fatica a gettare lo sguardo nel lungo periodo e preferisce fermare l'attenzione su esigenze contingenti. Nella democrazia diretta, dove sono i numeri, meglio i voti, che contano, la montagna ligure non ha peso rispetto alla costa e alla città. Bisogna avere coraggio per vivere in alta Valtrebbia: gli ospedali sono lontani e la statale ha uno scorrimento ancora troppo lento per consentire spostamenti rapidi e agevoli.
Un tempo era la donna a mantenere vivo il focolare, ma oggi, quando in inverno, torna a  casa dal lavoro, trova la casa fredda e inospitale. Il gas metano non ha abbastanza pressione per arrivare a 800 metri e il GPL ha costi proibitivi. Il gelo costringe ad eliminare l'acqua dalle tubature nelle case sfitte, così il turismo invernale domenicale è, al momento, una strada non percorribile. Solo un progetto complessivo per la montagna che tenga conto di questi aspetti potrebbe avere successo: una previsione di incentivi consistenti per installazione di pannelli solari per mantenere l'acqua, nelle case vuote, al di sopra dello zero, un deciso abbattimento del costo del gas, la costruzione di una ferrovia da Genova fino a Piacenza attraverso la Valtrebbia, potrebbe trovare l'accordo di futuristi e ambientalisti. Senza dimenticare che l'IVA, al 20%, praticata sulle prestazioni d'opera, è un altro agente frenante dello sviluppo della Vallata. In questo sogno ci voglio credere e vorrei che ci credessero anche gli amministratori locali, preparando stralci di progetto in questo senso, e non si stancassero mai, giorno e notte, di bussare a tutte le porte.
Non bastano più i contributi a fondo perduto in favore dell'agricoltura, che è sì un settore fondamentale per la conservazione territoriale, ma che può occupare, tuttalpiù, una famiglia per ogni paese. Se davvero abbiamo a cuore una migliore qualità della vita cittadina, soprattutto, è necessario dare alle scelte politiche un respiro ampio che sia di forte motivazione alle opzioni del presente.
Una buona notizia mi sembra la costruzione della piscina a Casanova, ma non dimentichiamoci che l'acqua dovrà essere riscaldata, se non vogliamo che pochi impavidi v'immergano un solo alluce. Di Fontanigorda mi ha colpito il completo abbandono di alcune strade mulattiere che un tempo rappresentavano l'unica via per la Valdaveto: sono ancora intatti i muri a secco costruiti dai nostri nonni, ma alberi abbattuti dal gelo e arbusti impediscono il passaggio. Riaprire e conservare questi sentieri, mi sembra il compito minimo che una comunità montana dovrebbe svolgere per non svilire l'unico settore economico che integra le pensioni INPS. E non posso evitare di rivolgere una preghiera agli amministratori del mio comune, affinché abbiano il coraggio di ripristinare un fondo stradale più adatto a bambini in carrozzina e a persone anziane spesso malferme sulle gambe.
Naturalmente il mio invito più accorato è rivolto alla Provincia di Genova, affinché non dimentichi che gettare oggi le basi per lo sviluppo della sua montagna, significa salvare la vita stessa della sua città.

Marina Biggi

(Questo articolo è stato tratto dal N° 1 del 11/01/07 del settimanale "La Trebbia")
Ultimo aggiornamento Lunedì 07 Settembre 2009 08:38
 

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