Quando a Fontanigorda si raccoglieva l’esca, indispensabile accessorio della pietra focaia PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Fontanigorda
Scritto da Renato Lagomarsino   
Giovedì 21 Maggio 2020 21:38

Esca di FontanigordaGeneralmente il termine "esca" lo si abbina all'attività del pescatore di canna o a quella dei bracconieri a caccia di animali selvatici. In qualche caso anche ad un subdolo allettamento per trarre in inganno qualcuno. Ma c'è anche un terzo significato di cui ormai sì è persa memoria: quello della sua funzione come indispensabile accessorio della pietra focaia per accendere il fuoco o, nelle antiche armi da sparo, per dare fuoco alla carica.
Ma che cos'era l'esca? Era una sostanza vegetale, feltrosa, che veniva ricavata con particolare procedimento da un parassita delle piante di faggio, un fungo detto Polyporus fomentarius. Di questo fungo nelle faggete dell'Appennino se ne faceva raccolta ma non si ha notizia del trattamento cui era sottoposto per poterne ricavare l'esca. Probabilmente si trattava di un procedimento usuale, che chiunque era in grado di fare. C'era però anche una lavorazione particolare, più laboriosa, di cui dà notizia Giovanni Dellepiane nella sua "Guida per escursioni nelle Alpi e Appennini Liguri" edita a cura della sezione ligure del CAI nel 1914. Descrivendo il percorso da Torriglia a Bobbio si sofferma a parlare della "principale industria" di Fontanigorda, che era appunto quella dell'esca, con una produzione notevole, "calcolata - dice - a varie centinaia di quintali annui" e che per l'intervenuta scarsità della raccolta del fungo nelle faggete locali doveva ricorrere alla ricerca sui monti dell'Italia centrale e meridionale. Di questa attività è venuta recentemente a conoscenza Ivana Moretti, una ricercatrice genovese che ha avuto la fortuna di riuscire a recuperare interessanti documenti che ne testimoniano la sopravvivenza, a Fontanigorda, fino all'indomani della seconda guerra mondiale.
Ma non solo, perchè dai documenti ha potuto dedurre che un particolare trattamento consentiva di fare dell'esca un emostatico usato negli interventi chirurgici e come tale esportato anche in Francia, Germania e Svizzera. La sua intenzione è ora quella di approfondire l'argomento, di verificare se anche altrove vi sia stato interesse per questa attività, se vi siano esempi del genere anche al di fuori della Val Trebbia. E' verosimile, infatti, che il fungo parassita fosse raccolto ovunque vi fossero boschi di faggio e che l'esca ricavata venisse anche commercializzata. Ma al momento non se ne hanno notizie. Un pò come per l'utilizzo della ginestra a scopo tessile di cui Paola Agostinelli ha scritto nel numero del 7 maggio di questo giornale avendone trovato menzione in una annotazione di un registro dell'Archivio diocesano di inizio Ottocento. A quanto pare anche di questo particolare impiego delle fibre di ginestra si è persa memoria e giustamente l'Autrice dell'articolo (e della scoperta) si augura di poter trovare altre tracce che attestino la presenza di questa lavorazione nelle nostre vallate.
In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad attività scomparse delle quali restano scarse testimonianze scritte e di cui è ormai ben difficile raccogliere ricordi da persone che possono, a loro volta, aver raccolto notizie in gioventù da chi forse ancora aveva avuto a che fare con usi e tradizioni che appartengono alla preistoria dei nostri tempi.Con questo articolo vorrei richiamare l'interesse dei lettori sperando che da qualcuno possa giungere un apporto di conoscenza alle due singolari attestazioni che riguardano la vita e le attività di chi ci ha preceduto.

Renato Lagomarsino

(Articolo tratto dal N° 17 del 21/05/2020 del settimanale “La Trebbia”)

Sempre su questo argomento:
L'esca, un prodotto unico al mondo

Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Maggio 2020 05:28
 

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