C’era una volta Fontanigorda (3° parte) PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Fontanigorda
Scritto da Maria Assunta Biggi   
Giovedì 09 Dicembre 2010 00:00

Tra le innumerevoli passeggiate, quella che porta da Fontanigorda alla Cappelletta di S. Rocco, è certamente una delle più suggestive. Sale verso il borgo di Casoni, aprendo la vista sulle montagne più belle della Valtrebbia. Dapprima, i tetti rossi si mescolano con il verde dei rilievi, ma subito la strada s'immerge nei castagni, ed è all'improvviso che appare, illuminata dal sole, una piccola chiesetta. E' qui, che ogni anno, il giorno di S. Rocco, si rinnova un'antica celebrazione: al momento dell'omelia, il sacerdote, insieme con i fedeli, s'incammina verso il bosco, recitando il Rosario e cantando lodi alla Madonna. Raggiunta una piccola radura, i pellegrini, seduti sull'erba del prato, ascoltano il racconto della vita e dei miracoli del Santo. L'istintiva sacralità, che aveva permesso ai Celti di concepire la natura come pura espressione del divino, è tuttora presente in questo rito e chi partecipa ha il privilegio di toccare con mano la presenza di quello spirito che ha scelto monti e rovi a sua dimora.

Com'è sorta questa tradizione? Dall'articolo, redatto nel 1973 dal canonico Ferretti sul settimanale "La Trebbia ", apprendiamo che la prima menzione dell'edificio e della devozione a San Rocco, è contenuta in un decreto del Vescovo Antonio Gianelli in data 22 settembre 1843. "Ricordato che il popolo di Fontanigorda, come quello dei paesi vicini, essendo, nell'anno 1836, afflitto per un'epidemia di colera, il morbo asiatico, era andato in pro­cessione al colle detto la Costa e là con il parroco don Giuseppe Raggio, che esortava alla devozione e alla implorazione, aveva chiesto aiuto a Dio, per l'intercessione di S. Rocco, promettendo, i superstiti dal morbo, di andare, ogni anno, il 16 agosto, in devoto pellegrinaggio, volendo ora il medesimo popolo erigere una Cappella in detto luogo, quale monumento della liberazione dal colera, e per potervi celebrare la messa, ne chiedeva i permessi ". Il Vescovo scriveva: "...essendo altissime le ragioni della richiesta... accogliendo volentieri la domanda, concediamo la facoltà di erigere l'oratorio in onore di S Rocco..., e deleghiamo, per la posa della prima pietra, il Rev.do Luigi Brizzolara, Economo della parrocchia". La cappella ebbe ritardi per la progettazione e ostacoli vari nell'attuazione, così solo nel 1851 poteva essere ultimata all'esterno. L'interno, pur non finito, permetteva la celebrazione delle funzioni e il Parroco ne richiese il permesso al Vescovo, allora Mons. Giuseppe Vaggi che, volentieri, lo      concedeva. Da allora iniziò la solenne festa
ad onore di San Rocco.

Aiuta a comprendere il voto fatto dal popolo di Fontanigorda, il registro dei morti della Parrocchia, che nel 1836 enumera trentun atti di morte. Di otto è indicata la causa - colera -; nove sono bambini dai due anni ai sei mesi, per i quali il motivo del decesso non è indicato.

Il morbo fece il maggior numero di vittime tra la metà di agosto e la metà di settembre,
complessivamente diciassette morti.

Ci ricorda il canonico che, per lunghi anni, i devoti pellegrini andavano alla Cappella a piedi scalzi, e la strada allora non era quella di oggi.

Perché La Costa, come luogo per la costruzione, si chiede Don Giuseppe e la risposta è oltremodo esplicito. Quello era il valico della strada che da Genova arriva a Fontanigorda. Si pensò che quella fosse stata la via che aveva portato la peste. Affinché il fatto non si ripetesse, si chiese la protezione a San Rocco e lo si pose là, quale sentinella in difesa della Vallata.

Si racconta che, dopo alcuni anni, scoppiata in città un'atra epidemia di colera, a chiunque arrivasse da Genova, si imponeva per precauzione, la quarantena con l'obbligo di rifugiarsi nella Cappella.

Gli abitanti di Fontanigorda hanno mantenuto, nel tempo, questa tradizione. Ogni anno, il 16 agosto, sono numerose le persone che, a piedi, si recano alla cappella: intere famiglie di residenti e villeggianti, con la loro presenza mantengono vivo il ricordo delle guarigioni ottenute dal Santo. Nella certezza che, ancora presente in mezzo a noi, insieme a San Colomabano, Sant'Antonio Maria Gianelli, San Pio, Santa Rita e molti altri, preserva la nostra vita da morbi e terribili malattie. Nell'epoca della medicina nucleare, della decodificazione dell'intero patrimonio genetico, della sconfitta del vaiolo e della lebbra, nuovi e insigni studi ci informano dell'aumento progressivo di morti provocate da tumori, da malattie cardio-vascolari, diabete, sia, droga, demenze. E di fronte all'impossibilità d'accesso ad una "vita" resa umiliante e dolorosa da accorgimenti invasivi, cosa propone la scienza? Il nulla: l'eutanasia. L'uomo e la donna, in cui vengono a mancare bellezza, vigore, forza, intelligenza, smettono di essere persone e diventano un peso per la famiglia e la società intera. Ed ecco che i valori umani non trovano più corrispondenza con i valori di Dio, un Dio che della mancanza, del vuoto, ha fatto la ragione stessa dell'amore: l'amore creatore, l'amore che fa scaturire il bene anche dal male. Dove non vi è amore di Dio, ebbe a dire Benedetto XVI, non può esservi amore per l'uomo: così chi dedica la propria vita alla cura di un figlio immobilizzato, incapace persino di mangiare, appare ai moderni sacerdoti mediatici come un privilegiato e la libertà di cura diventa un abuso. Assistiamo al paradosso di vere e proprie sevizie nell'intento di regalare la salute e, quando ciò non è possibile, la morte è l'unico rimedio che pare accettabile. Dimenticandoci che "Solo la preghiera " può soccorrerci là dove la scienza non sa portare sollievo ai mali del corpo e dell'anima. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di Santi che ci rendano compassionevoli verso il prossimo e ci sappiano indicare strade dove l'amore sia unica guida alla verità. Perché la pietà non resti soltanto un puro e nobile sentimento, ma diventi azione consapevole in ogni casa, stanza, corsia d'ospedale. E l'altro, specchio del Cristo crocifisso si faccia unica ragione della nostra vita.

 

Maria Assunta Biggi


(Articolo tratto dal N° 43 del 09/12/2010 del settimanale “La Trebbia”)

 

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