C’era una volta Fontanigorda (2a parte) PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Fontanigorda
Scritto da Maria Assunta Biggi   
Giovedì 25 Novembre 2010 00:00
Le notizie storiche di Fontanigorda non sono molte, ma sufficienti a dare un'idea dell'evoluzione del paese. Fontanigorda, già feudo dei Malaspina, passò ai Fieschi e successivamente ai Doria.
Nel 1797 guadagnò l'autonomia da Casanova di cui era Frazione e si costituì parrocchia autonoma.
Documenti più antichi testimoniano dell'esistenza e della consistenza di questo paese fin dal 1607.
E' di questi anni la concessione dei marchesi Doria agli abitanti di Fontanigorda, di tagliare il faggio per fabbricare utensili di legno. Forse, da quest'attività, per la dimestichezza che gli uomini avevano con le foreste di faggio, nacque l'importante e caratteristica industria dell'esca.
L'esca proviene dalla lunga lavorazione del fungo legnoso del faggio ed era utilizzata in passato per uso chirurgico come emostatico, e per uso combustibile.   
Per la raccolta del fungo, le squadre di raccoglitori, dopo aver battuto, nei secoli passati, le folte faggete che coprivano i monti sovrastanti, dal Dego al Fregarolo, si spostarono lungo la catena dell'Appennino tosco-emiliano, fino ai monti dell'Abruzzo e infine nella Sila in Calabria. Altre provviste di materia prima per l'industria dell'esca erano inviate a Fontanigorda dalla Dalmazia e a Genova, dove la ditta "Biggi" aveva impiantato un laboratorio; a Ferrara e Ravenna, dove aveva succursali la ditta "Ferretti" e a Marsiglia, dove la ditta "Garbarmi" aveva fabbriche e spacci.
La manodopera partiva tutta da Fontanigorda. Il processo di lavorazione era lungo e faticoso, con trattamenti chimici del fungo e pazienti battiture affidate in buona parte alle donne. Dal fungo legnoso uscivano le pezze di esca morbida come velluto, pronte per la spedizione. I mercati erano la Germania, la Svizzera e l'Inghilterra.
Tra le due guerre mondiali, probabilmente per esaurimento della materia prima, l'industria dell'esca si spense.
Già a partire dal 1870, la metà delle famiglie di Fontanigorda, che ai quei tempi contava più di mille abitanti, (oggi circa 300 in tutto il comune) emigrarono in Francia, prima con emigrazione stagionale e poi fissa. Formarono dei nuclei di fontanigordesi, tanto forti da imporre il proprio dialetto agli indigeni ed agli emigrati da altre nazioni.
L'industria dell'esca era ancora fiorente alla fine dell'800, quando già stava nascendo a Fontanigorda una nuova industria: quella turistica. I fontanigordesi, guidati da forestieri venuti da Genova quali i Baghino, Ferro, Bixio, Ghiotto, furono geniali e lungimiranti nel saper sfruttare le risorse della loro povera, quanto bella montagna.
Ancora si viaggiava con la diligenza a cavallo e, da Genova, alla fine del 800, già salivano. a Fontanigorda in villeggiatura, le migliori famiglie della nobiltà genovese: i Durazzo, i Groppallo, i Piaggio, i Serra, accolti dal primo albergo della Valtrebbia. Dedicato anch'esso come la chiesa, a Sant'Antonio e di proprietà della signora Santina era stato iniziato nel 1867.
Seguiranno la costruzione del primo acquedotto (1891), la strada carrozzabile (1885), la costruzione del ponte sul Trebbia (1894), l'impianto di luce elettrica (1913). Eravamo nei tempi in cui questi lavori non erano eseguiti dal regio governo, ma dal sudore e con i soldi della povera gente.
Di lì a poco saranno costruiti altri quattro alberghi, un certo numero di ville immerse nel verde e molti appartamenti da affittare nella stagione estiva; sorgeranno campi da bocce e di calcio nel Bosco delle Fate, campi da tennis e da pallacanestro, cinema, bare negozi fornitissimi.
Cosa resta a distanza di trentasette anni?
Un paese dall'aspetto ridente, ordinato, pulito, immerso nel verde dei suoi castagneti e delle sue faggete. Dall'aria sempre fresca nella canicola estiva e dalle acque gelide e limpide. Il suo parco, con i campi da bocce, da tennis, da calcetto. Le passeggiate per tutti i gusti, corte, lunghe, cortissime, lunghissime. I giochi per i bambini, da quest'anno completamente rinnovati. I negozi, le sagre, le danze, che un tempo ispiravano il poeta Caproni. Ma quante cose sono cambiate.
Le presenze estive calano numericamente di anno in anno, tanto che dei cinque alberghi funzionanti nel 1973 ne rimane uno soltanto e, da tempo nelle case, sono molte le persiane che restano chiuse.
Ed è sempre più difficile inseguire le esigenze di un turismo mordi e fuggi, che vorrebbe godere nell'arco di una sola settimana, di tutti i divertimenti possibili.
La richiesta di case per lunghi periodi è sostenuta da persone anziane ed è a loro che, a mio parere, potremmo rivolgerci attraverso una rete di servizi: dalla spesa, alla casa, alla cura personale. Conosco signore con difficoltà di deambulazione che, durante l'intera estate, non raggiungono il Bosco delle Fate: perché non far partire da Piazza Roma una seggiovia che arrivi, a tappe, fino alle Lungaie, altro luogo ameno ai piedi delle nostre montagne e che potrebbe essere riqualificato?
Degli alberghi chiusi, proviamo a trasformarne uno in casa di riposo?
Un altro sforzo, credo andrebbe fatto, per avviare almeno un nocciolo di turismo invernale. Pensiamo allo sci di fondo, allo snowboard, se le piste per la discesa, al momento, sono un sogno troppo ambizioso. Andando a passeggio con la mia mamma, incontro spesso intere famiglie che pedalano in mountain-bike sulla strada asfaltata. Che dire di una pista sterrata, al riparo da auto e moto?
L'ideologia di sinistra convoglia cospicue risorse a favore dell'agricoltura, ma è ormai evidente che questo settore non garantisce di per sé uno sviluppo. Tutt'al più può rappresentare un'integrazione di reddito che soltanto turismo e commercio possono sostenere.
Queste sono le aree forti che attraggono forza giovane e intraprendente ed è a questi settori che la politica dovrebbe indirizzare finanziamenti e detrazioni fiscali. Immaginando sulla nostra montagna una presenza umana, senza la quale cura del territorio, tutela dell'ambiente, prevenzione delle calamità, sono parole senza contenuti, concetti illusori, ragionamenti privi di sostanza e fondamento.


Maria Assunta Biggi

(Articolo tratto dal N° 41 del 25/11/2010 del settimanale “La Trebbia”)

 

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