C’era una volta Fontanigorda (1a parte) PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Fontanigorda
Scritto da Maria Assunta Biggi   
Giovedì 28 Ottobre 2010 00:00
Fontanigorda

Il nove agosto 1973 il nostro settimanale dedicava un intero numero al comune di Fontanigorda, riportando notizie storiche, turistiche, economiche, di cronaca. Gli articoli, precisi e dettagliati nelle descrizioni di ambienti e personaggi, dipingevano un paese vivo, laborioso, straordinariamente bello. In armonia con la sua cornice naturale, tanto da far scrivere al redattore nel grande titolo di testa: "FONTANIGORDA LA SVIZZERA DELLA LIGURIA".
A distanza di trentasette anni, mi piacerebbe far rivivere nella memoria e, se mai fosse possibile, far rinascere quel paradiso. Un'oasi di pace e serenità fra monti e ombrose fronde, che per tanti anni, ha portato prosperità agli abitanti e salute alle persone che trascorrevano le vacanze in quei luoghi.
In prima pagina l'articolo introduttivo così recitava: Fontanigorda a 820 metri sul livello del mare con 300 abitanti, a 60 km da Genova è una delle primarie stazioni climatiche montane della provincia di Genova. Da Fontanigorda, sede di comune, dipendono le frazioni di Casoni e Canale, che hanno ottime prospettive turistiche... Prese il nome dalle abbondanti, freschissime fonti che pullulano ovunque".

In verità l'origine del nome racchiude la vera anima del mio paese. Dalle notizie storiche pubblicate, troviamo che la sua prima forma, negli antichi documenti scritti in latino, è Fontis Voracis. Due genitivi che accompagnano un nome, in questo caso, il popolo, la villa della Fonte Vorace. Per il primo termine è chiaro il riferimento alla ricchezza di sorgenti e fonti che affiorano dalla nostra terra; mentre il secondo sembrerebbe contrastare con quanto afferma il primo. L'articolista azzarda l'ipotesi che la voracità stia a indicare la capacità delle nostre montagne di "ingoiare velocemente l'abbondanza delle acque e di restituirle filtrate, limpide e fresche ". Io credo che l'antitesi sia servita a creare un'immagine ancor più esplicita di una realtà non comune. Nel settecento e anche prima, in qualche documento, si trova: Fontis Voracis e Fontis ingurdae. Certamente, sostiene l'articolista, il passaggio dalla lingua ufficiale latina alla dialettale, ha reso più facile il secondo termine a differenza del primo e ciò è confermato dal fatto che nei primi registri scritti in lingua italiana il nome fu tradotto con Fontana Ingorda. Arrivando ai primi del novecento il nome è scritto con un'unica parola: Fontaningorda o Fontanigorda.
Qualche decennio più tardi, assumerà la veste ufficiale di FONTANIGORDA.
Nel 1891 il Cav. Ferro, con una felice intuizione, aveva donato al paese cinque fontane in ghisa e, su ognuna, aveva fatto rappresentare in rilievo l'immagine della Madonna "Mater Dolorosa ", patrona della parrocchia. Negli anni seguenti le amministrazioni comunali, proseguendo nell'iniziativa, ne aggiungono altre fino a raggiungere il numero complessivo di quindici, quasi tutte con una nicchia che racchiude l'effigie della Vergine. Fontane d'acqua gelida, impossibile immergervi le mani per più di alcuni secondi, e perenne: nessuna fontana è dotata di sistema di chiusura o interruzione del flusso.
Sono l'anima del mio paese, la più importante attrazione turistica, nella certezza di un'acqua salu­tare, quasi miracolosa. Per spiegarne l'incredibile abbondanza sono nate diverse leggende: si narra di un lago sotterraneo che alimenta le sorgenti, nes­suno ha mai potuto vederlo, ma persone anziane che conoscono bene le montagne raccontano di aver lanciato sassi attraverso una fenditura nel terreno e di aver sentito, dopo alcuni secondi, amplificato da un vuoto, il tonfo di un grave dentro l'acqua. Qualcuno ha azzardato l'ipotesi che le acque dei ghiacciai delle Alpi possano, con un sistema naturale di vasi comunicanti, attraversare la pianura e raggiungere una conca sotterranea che si troverebbe all'interno delle nostre montagne. Solo leggende metropolitane? Se fossi una speleologa e possedessi gli strumenti scientifici adatti, immediatamente eseguirei una verifica. Mi piacerebbe che questa idea fosse sviluppata e che il mio comune, con l'aiuto della provincia di Genova e dell'università, si facesse promotore di un progetto di ricerca. Se queste leggende nascondono una verità, gli sviluppi potrebbero essere interessanti.
Per l'economia dei nostri paesi e per l'arricchimento conoscitivo di cui si gioverebbe il sistema idrogeologico del nostro Appennino. Sogni non realizzabili? Può darsi, ma cosa propone oggi la politica per arrestare il processo di spopolamento e impoverimento della mon­tagna, per dare un futuro alla nostra gioventù o per conservare un substrato economico che giorno dopo giorno si fa più sottile e consunto? Da almeno tre anni ho segnalato, più volte, al mio comune lo stato di degrado e abbandono in cui versano le fontane del Bosco delle fate, parco incantevole e simbolo della villeggiatura fontanigordese. Ditemi, per favore, Chi ha il compito di pulire il fondo di una fontana e impedire che le acque tracimino in continuazione, rendendo lo spazio attorno, una fanghiglia impraticabile.
La Provincia di Genova, ente lungimirante e fautore di politiche oculate non trova di meglio che attuare, inverosimilmente, una politica scellerata e decisamente profetica di ripopolamento del cinghiale: nei mesi di agosto e settembre, questi animali sono arrivai alle porte del paese distruggendo orti e campi. Solo il muro di cinta del cimitero ha loro impedito di divorare anche le ossa dei morti. Immagino che nella mente dei politici non vi sia altra strada che un ritorno ordito e pianificato verso il paleolitico inferiore. Dove caccia e pesca siano le sole attività praticate dall'uomo. Di fronte a questa soluzione, credo che qualsiasi altra idea, per quanto assurda e strampalata sia degna di attenzione e considerazione.


Maria Assunta Biggi

(Articolo tratto dal N° 37 del 28/10/2010 del settimanale “La Trebbia”)

Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Dicembre 2010 16:57
 

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